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LE PRIMARIE E-mail
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Martedì 08 Gennaio 2008 01:37

Partendo dall’esempio delle primarie del Pd svoltesi a Forlì con una competizione vera fra due candidati e una grande partecipazione di cittadini, una discussione sulle prospettive tutt’altro che rosee di un partito che sembra aver paura di aprirsi alla società.

Forum fra Roberto Balzani, Roberto Fasoli, Matteo Lepore, Salvatore Vassallo.

 

Il 14 dicembre a Forlì si sono tenute le primarie del Partito Democratico per decidere il candidato sindaco alle prossime elezioni di primavera. Sono andate a votare circa ottomila persone, più del doppio degli iscritti al Pd che a Forlì ne conta circa 3.500. Questi ottomila votanti si sono divisi quasi esattamente a metà tra i due contendenti: Nadia Masini, sindaco uscente, e Roberto Balzani, lo sfidante, risultato poi vincitore per soli 44 voti. Quelle di Forlì sono state le primarie più partecipate della regione.

Al forum che segue hanno partecipato: Salvatore Vassallo, deputato del Pd e membro della Direzione, Roberto Balzani, ora candidato sindaco del Pd di Forlì, Matteo Lepore, coordinatore del gruppo che ha appoggiato Virginio Merola alle primarie di Bologna, Roberto Fasoli, consigliere comunale del Pd a Verona.

 

Balzani. Prima di tutto devo sottolineare che se noi siamo riusciti a fare questa piccola cosa a Forlì, si deve anche al fatto che il partito è stato strutturato in un certo modo, ovvero sulla base di idee, a cui lo stesso Salvatore Vassallo ha dato un contributo enorme.

  Quali sono queste idee? Sono che la classe dirigente e le politiche del partito devono essere decise attraverso forme leali di competizione trasparente, che la leadership deve essere contendibile, se ce n’è naturalmente l’opportunità, e che questo è il modo migliore per costruire un partito di massa di nuovo modello, che non preveda una democrazia solo nei livelli alti della sua gerarchia. Anche i vecchi partiti erano a loro modo democratici, ma la democrazia si fermava a livello delle direzioni: una volta presa la decisione, veniva trasmessa a cascata sui vari livelli fino alle sezioni, che sostanzialmente la dovevano condividere quasi obbligatoriamente. Invece qui è prevalsa un’idea completamente diversa, e cioè che ci sono degli elementi decisionali, non tutti ovviamente, perché a livello di massa è difficile decidere tutto da parte di tutti, ma alcuni elementi decisionali di sostanza, che vengono trasferiti direttamente in capo al singolo cittadino, non al singolo iscritto al partito, ma proprio al singolo cittadino attraverso il modello delle primarie. Ora, se non ci fosse stato tutto questo, noi non saremmo neanche partiti, nel senso che una battaglia per mettere in discussione una leadership dentro al partito vecchia maniera, era assolutamente impensabile.

Ora, perché è nata questa sfida? E’ nata sostanzialmente perché dopo le elezioni del 2008 molti di noi si sono chiesti se aveva ancora senso partecipare a una politica fatta così, avevamo visto tante insufficienze, e forme un po’ troppo tradizionali di selezione delle persone. Bisogna dire che una buona mano l’aveva data anche il sistema elettorale che, mettendo la formazione delle liste di fatto in capo alle segreterie, aveva finito col mettere in mora quel meccanismo positivo che il Pd aveva espresso nei suoi documenti fondamentali. Sta di fatto che tutto un gruppo di persone era arrivato un po’ deluso alla primavera, e ci eravamo chiesti: cosa facciamo, ci proviamo, non ci proviamo, ognuno torna a fare il suo mestiere? Era questa la sensazione diffusa. E allora ci siamo detti: “Beh, c’è un modo per fare un’ultima verifica: le primarie”. Il sindaco era una persona per bene, aveva amministrato in maniera assolutamente decorosa, alcuni problemi però nella città c’erano, quindi c’era una questione di vita urbana in qualche modo aperta, e abbiamo pensato che quello fosse il modo per verificare la fattibilità del progetto del Partito Democratico. Cosa ci proponevamo esattamente? Innanzitutto di fare primarie vere. Di vincere non avevamo esattamente l’idea, anzi pensavamo che fosse estremamente improbabile, però pensavamo, attraverso le primarie, di resuscitare lo spirito del Pd. Se anche avesse vinto il sindaco in carica, tutto questo si sarebbe trasformato in una legittimazione supplementare, di cui avrebbe goduto l’intero partito e la classe dirigente. Questa era un po’ l’idea iniziale.

Naturalmente dall’altra parte c’è stata prima una certa dose di sufficienza, poi di malcelato fastidio per questa iniziativa, che peraltro ha raccolto la sottoscrizione a priori del 30% dei componenti dell’Unione Comunale, senza la quale la candidatura non si sarebbe neppure potuta formalizzare. Già questo dato rivelava un dissenso non trascurabile, perché il 30% dell’Unione Comunale non sono due persone.

Dopodiché ci siamo messi a fare la campagna. Ognuno di noi ci ha scommesso, dicendo: vediamo in questi mesi che cosa succede. Abbiamo cercato di fare una campagna totalmente dal basso, con un linguaggio della politica diverso, con forme di aggregazione assolutamente fuori dagli schemi, utilizzando molto il contatto diretto. Abbiamo messo insieme persone molto eterogenee, una quota nettamente alta di donne, probabilmente più della metà delle persone che partecipavano, una quota altissima di giovani, altissima rispetto a quello che il partito è abituato a vedere.

La prima riunione per il lancio della candidatura, tenutasi il 21 ottobre, è stata incoraggiante. Avevamo scelto appositamente una sala molto grande, perché ci eravamo detti: se sono pochi, chiudiamo il giorno dopo e tanti saluti. Cioè abbiamo fatto il ragionamento opposto a quello che fanno di solito i politici, che prendono la sala piccola per vedere di fare stare in piedi le persone. Noi abbiamo pensato che se non fossero venute almeno 400 persone, sarebbe stato inutile. La gente era in piedi, anzi molti non sono riusciti a entrare, e allora siamo andati avanti.

Per quanto riguarda il partito, diciamo che una vera e propria legittimazione non c’è mai stata. Il partito si è schierato monoliticamente a sostegno dell’altro candidato, i funzionari hanno lavorato per l’altro candidato, non sono stati neutrali, ma questo ci sta, nel senso che si sta imparando, e quindi niente di male.

Comunque, con grande stupore, siamo arrivati all’inizio della vera campagna per le primarie con un consenso per noi crescente. C’era tuttavia un problema di gap di popolarità, essendo io una persona praticamente sconosciuta a un pezzo enorme di popolazione. Insomma, c’era da fare un grande lavoro.

In vista delle primarie abbiamo deciso di aprire dei forum di ascolto generalizzati. Il tutto grazie ad un grande impegno gratuito e volontario. Anche fra di noi è stato molto bello questo esperimento: all’inizio c’era stata l’idea di strutturare, con una sorta di segreteria, un gruppo che facesse la selezione di alcune idee, poi ci siamo resi conto che nessuno di noi era disponibile a delegare la rappresentanza assolutamente a nessuno, perché tutti ci consideravamo esattamente alla pari. Allora abbiamo conservato questa dimensione totalmente volontaristica, e la selezione delle cose, delle persone e dei ruoli è avvenuta sulla base di quello che le persone erano disposte a fare.

Anche le modalità di contatto non erano preselezionate, ma assecondavano i modelli di comunicazione che ciascuno di noi sapeva usare meglio. Naturalmente non è stato semplice, c’è stato inevitabilmente qualche momento di confusione, ma alla fine è stata una ricchezza, perché tutti noi ci siamo sentiti compartecipi alla pari di questo processo.

Nelle settimane della campagna vera e propria  questo tipo di processo di comunicazione è andato oltre le aspettative, noi l’avevamo costruito per non fare brutta figura alle primarie, poi ci siamo resi conto che le persone che venivano erano sempre tante e diverse, perché a seconda delle iniziative si cambiava interlocutore.

Allora, adesso qual è la prospettiva? Noi siamo partiti dall’idea che dovessimo fare questa sorta di tentativo di laboratorio politico con una forma di democrazia partecipata, rinnovata, e che il partito potesse essere questo strumento. Ora si tratta di fare un lavoro nel partito (e non sappiamo ancora fino a che punto ci riusciremo) ma anche nella società civile portando avanti questi meccanismi di partecipazione di tipo assembleare, che possono aiutare il processo decisionale, perché se il giudizio dei cittadini fosse negativo su alcune proposte, si potrebbero anche rivedere. Non siamo di fronte a una forma di ricerca del consenso, ma proprio di co-decisione.

Ci rendiamo anche conto di non avere dei grandi modelli in questo percorso, non c’è nessuno che l’abbia fatto. Sicuramente non vogliamo rimanere invischiati in una discussione eterna dentro al partito, perché se ci mettiamo a discutere per altri sei mesi poi arriva il giorno del voto e con la gente non ci ha parlato nessuno. Abbiamo bisogno invece di un contatto forte con la base del partito, soprattutto coi circoli, cosa che faremo subito dopo le vacanze di Natale.

Resta l’interrogativo su un gruppo dirigente che continua a non capire assolutamente quello che è successo. Per me c’è anche ovviamente il problema di un rapporto con un sindaco uscente, che non è facile, perché totalmente inaspettato come processo. Noi l’abbiamo detto fin dalle prime battute della nostra vita insieme: prima di tutto a noi interessa il progetto politico, cioè dimostrare che il Pd può essere un elemento di rinnovamento della politica di questo Paese. Noi ci muoviamo in questa prospettiva, oltre che nella prospettiva di un diverso governo della città.

C’è anche da dire che noi non lo facciamo a qualunque prezzo: significa che se per governare la città, dovesse essere necessario raggiungere dei livelli di compromesso che riteniamo inaccettabili, noi lasceremo la partita. Cioè, il sindaco a tutti i costi, io personalmente non lo voglio fare, perché tengo molto di più alla mia onestà intellettuale, che non alla carica. Questo spero che sarà capito anche da parte degli altri, e da questo punto di vista mi auguro che le pressioni non supereranno un certo limite, altrimenti noi non andremo fino in fondo.

Lepore. L’esperienza di Bologna presenta alcune affinità, ma anche delle differenze. Bologna non aveva un sindaco uscente come candidato. Come sapete nell’estate scorsa era uscita un’altra candidatura, quella di Andrea Forlani, che stava cercando di raccogliere le firme. Poi Cofferati ha deciso di non ricandidarsi e lì è nata la discussione: se fare le primarie o meno e come selezionare il candidato del Pd. Nel giro di una settimana questo tipo di dinamica si è sciolta, nel senso che Flavio Del Bono è uscito come uno dei più autorevoli candidati che il partito potesse mettere in pista. Contemporaneamente altre persone hanno deciso di candidarsi. Abbiamo così avuto primarie con quattro candidati: Andrea Forlani, molto critico nei confronti del lavoro dell’amministrazione uscente, Flavio Del Bono, che inizialmente è stato presentato, più dalla stampa che dagli organi del partito, come il candidato ufficiale. In quegli stessi giorni anche Virginio Merola, assessore all’urbanistica della giunta uscente, un assessore importante, che ha sempre sostenuto le decisioni principali del sindaco, e che ha fatto parte del gruppo dirigente, prima dei Ds e poi del Pd, ha deciso di candidarsi. Dopo la sua candidatura è sceso in pista anche un altro candidato, Maurizio Cevenini, che poi risulterà secondo. La sua è stata una candidatura diversa, senza un programma, nata per fare andare a votare le persone alle primarie, tant’è vero che il suo slogan era “non importa chi votate, ma andate a votare”.

Queste quattro figure si sono confrontate in primarie competitive, vere. Io ero coordinatore della campagna elettorale di Virginio Merola: la sua è stata una campagna con un profilo simile a quello che delineava Balzani, volta a coinvolgere quelli che normalmente non erano impegnati, puntando molto sui giovani, sugli immigrati, su tutti quei settori della città che aveva incontrato nel suo lavoro di amministratore, i vari quartieri, i comitati, le associazioni, la società civile e il mondo delle professioni... In questo caso sono state coinvolte anche persone provenienti dal partito; come amministratore e presidente di quartiere, Merola era molto radicato nel gruppo dirigente intermedio della città, e quindi diversi presidenti di quartiere l’hanno sostenuto, persone importanti nel partito e rappresentative nella città, e anche diversi circoli del Pd, soprattutto in due quartieri popolari, Savena e Navile, si sono schierati a suo sostegno. L’intera campagna elettorale poi ha puntato molto sull’“uomo delle primarie”, cioè su una candidatura nata per dare credibilità ad uno degli strumenti previsti dallo statuto del Pd e che il Pd stesso però fatica a praticare. Inoltre Merola ha parlato molto dei problemi della città. Ci siamo detti: facciamo in modo che queste siano primarie sui contenuti, sull’idea di città.

La modalità di costruzione della campagna elettorale e di coinvolgimento anche nel nostro caso è stata il più orizzontale possibile. E’ nato un comitato promotore fatto di giovani, di cittadini, di persone impegnate nella città, e che ha avuto abbastanza mano libera, si è usato molto internet, you tube, i nuovi mezzi di comunicazione, con un’agenda di incontri molto fitta, ogni giorno cinque o sei. Il candidato cercava ovviamente di incontrare il maggior numero di persone, e si può dire che dei 5.300 voti circa che ha preso quasi tutti son persone che lo hanno incontrato.

Alla fine l’esito è stato differente da quello di Forlì. Questo però non toglie che a Bologna ci siano state delle buone primarie. Per la prima volta un candidato non ha preso il 90%, ma il 49%. Questo risultato non va visto come un elemento di debolezza, ma di democrazia.

Del Bono adesso è il candidato che tutti devono sostenere, il fatto che ci siano stati più candidati rende naturale che il primo non abbia raggiunto l’unanimità. L’importante è che abbiamo messo in pista candidature rappresentative in città, che hanno preso anche più del 20%.

Vassallo. Questa è la prima serie di primarie che vengono organizzate con delle regole abbastanza chiare di partenza e in cui diventa plausibile una vera competizione. Finora c’erano state varie occasioni, chiamate impropriamente primarie, che erano piuttosto elezioni dirette alle quali hanno partecipato con diritto di voto tutti quelli che volevano dichiararsi vicini al partito o alla coalizione il giorno stesso delle elezioni.

Le abbiamo usate per eleggere leader di partito, oltre che candidati a cariche istituzionali, quasi sempre però sono state primarie dall’esito largamente scontato in anticipo, per i rapporti di forza tra i candidati. Ci sono stati in passato solo casi eccezionali, come quello per la scelta del candidato alla carica di Presidente della regione in Puglia, che hanno avuto appunto un esito assolutamente non previsto. Non solo, attraverso una dinamica in un certo senso simile a quella forlivese, hanno finito col legittimare lo strumento, perché hanno mobilitato molto di più di quanto è capitato altrove, e hanno anche creato quel senso di soddisfazione e di efficacia, da parte di chi ha partecipato, che ha poi anche mobilitato l’elettorato nella fase del voto effettivo, portando alla vittoria un candidato assolutamente improbabile.

Come dicevo, queste sono le prime primarie in cui lo strumento sta cominciando ad istituzionalizzarsi, pertanto penso che il bilancio debba essere alla fine dei conti positivo, innanzitutto per quanto riguarda la partecipazione.

Non sono infatti del tutto d’accordo con un’analisi che è stata fatta dai miei amici e colleghi del Cattaneo che, in una nota pubblicata dal Corriere della Sera di Bologna, giudicavano molto basso il tasso di partecipazione. In real­tà noi sappiamo che, anche in paesi nei quali questo strumento ormai è consolidato, come gli Stati Uniti, quando si passa da competizione di livello nazionale a competizione di livello locale, il tasso di partecipazione tende a dimezzarsi, e questo conferma anche un elemento che non bisognerebbe mai dimenticare: le primarie sono uno strumento che funziona bene quando le persone vengono chiamate a decidere di cose che sono visibili anche per chi non si occupa costantemente di politica. Cioè quando vengono chiamate a decidere, ad esempio, la leadership nazionale oppure il candidato alla carica di sindaco. Considerate che in Italia queste sono le due cose più visibili in assoluto, per gli elettori generici. Insomma, se consideriamo lo stato d’animo dell’elettorato di centro-sinistra in occasione delle primarie per Prodi, e poi per Veltroni, e quello di questa tornata di elezioni primarie, tutto sommato dovremmo essere abbastanza soddisfatti anche di un tasso di partecipazione del 50%.

E’ invece un caso eccezionale la partecipazione a Forlì, ove è risultato evidente che quando le primarie sono verosimilmente e percepibilmente competitive, aumenta il tasso di partecipazione. Tanto più aumenta, quanto più c’è anche un’offerta per cui la gente si sente motivata a spendersi per una cosa che vede come un possibile cambiamento.

Io credo che bisognerebbe essere ragionevolmente soddisfatti per il modo in cui sono state condotte, anche se naturalmente ci sono ancora un po’ di problemi, e su questi credo che sia utile riflettere. In questo caso le regole erano già ben definite, ma, e questo è uno dei problemi, non erano abbastanza conosciute. Tant’è vero che in varie città, nella stessa Firenze, per alcuni mesi si è discusso circa l’opportunità che alle primarie partecipassero i soli iscritti o tutti, se fosse proprio necessario tenere le primarie oppure non si potesse decidere di scegliere il candidato in un altro modo; un dibattito totalmente avulso dal fatto che lo statuto del Pd (uno statuto cui tutti quanti hanno aderito, dichiarandosi fondatori e poi iscrivendosi) già stabiliva in maniera inequivoca che, laddove ci fossero state un certo numero di sottoscrizioni di sostegno a più di una candidatura, si sarebbero dovute fare le primarie e che alle primarie avrebbero potuto partecipare tutti quelli che volevano.

Quindi una mancanza di informazione che temo che in alcuni casi sia stata anche utilizzata dai gruppi dirigenti per evitare che si facessero le primarie o per ridurre la competizione. Un’altra tentazione su cui bisognerà riflettere è anche quella, ancora dei gruppi dirigenti, di manipolare all’ultimo momento le regole, sulla base di impressioni estemporanee su che cosa è opportuno o non è opportuno per il partito.

Fasoli. Credo che qui si possa parlare di eterogenesi dei fini. Mi riferisco al fatto che chi ha messo in moto il tutto, evocando un partito nuovo, a un certo punto si è accorto che il processo rischiava di sfuggirgli di mano, e allora ha cercato disperatamente di controllarlo, come un apprendista stregone...

Allora per aiutare l’eterogenesi dei fini, cioè l’affermarsi di una vera democrazia anche competitiva all’interno del Pd, uno dei modi sono proprio le primarie. E mi sembra che questa vicenda abbia dimostrato quello che diceva Ignazi qualche tempo fa, ovvero che sotto questa morta gora dei gruppi dirigenti, c’è una volontà di partecipazione che una volta messa in movimento dà segnali di grande interesse.

L’altro modo è sicuramente la presentazione di documenti alternativi alla direzione, cosa che finalmente si è realizzata, anche se è ancora tenuta nascosta. Infatti se voi andate nel sito del Pd, c’è scritto che Pollini ha preso un voto, con alcuni astenuti, che il documento di Veltroni ha preso un voto contrario, con alcuni astenuti, e che il documento dei dodici è stato respinto a larga maggioranza. Ma come? Nel Pd i voti si devono contare!

Vedo comunque un elemento di speranza nel fatto che comincino ad esserci delle persone che votano e che pretendono che si voti. Certo, siamo solo all’inizio, perché poi il documento dei dodici io non sono riuscito a scaricarlo dal sito del Pd, perché non c’è, bisogna andare sul sito di Giovanni Bachelet, il che la dice lunga.

Ora, ci sono due passaggi nel documento della direzione che sono tremendi per chi, come me, non viene da una storia di partito e ha condiviso sin dall’inizio la vicenda del Pd. Intanto bisognerebbe ricordare che fin da Orvieto è rimasta nel partito un’idea confusa su come si costruisce questo processo, e le primarie son viste come una specie di strada obbligata, ma senza la consapevolezza che è una scelta che ti obbliga a cambiare radicalmente. Lo dice un punto finale del documento, lo leggo: “il Pd promuoverà un’ampia riflessione sul modello di partito, verificando in particolare i modelli di partecipazione e rappresentanza, di selezione di nuove leve dirigenti, di espressione di territori in un partito nazionale a base federale, di rapporto tra valorizzazione delle primarie e responsabilità della direzione politica, tra democrazia diretta e delegata, nonché adottando le norme che devono regolare i rapporti di autonomia e di distinzione tra funzioni dirigenti di partito e incarichi istituzionali...”.

Cioè, bisogna riscrivere lo Statuto! Il problema vero è che non si dice nemmeno, come chiede la mozione dei dodici, che lo faccia l’Assemblea: no, si farà “un’ampia riflessione”. E’ un documento vecchio.

Poi si dice una cosa per me veramente agghiacciante: “in questo percorso, a tutti i livelli, andrà fatto ogni sforzo per aprire i propri gruppi dirigenti anche a tutte quelle persone che hanno creduto e credono nel progetto politico del Pd, e che possono integrare le competenze e la presenza di quanti provengono da uno dei partiti promotori”. Ora, se le parole hanno un significato, è agghiacciante quello che è scritto qua. Cioè, i partiti promotori sono i depositari del marchio della ditta. Alcune “persone che hanno creduto e credono”, bontà loro, in questa vicenda, possono “integrare”.

Cioè io avevo capito che facevamo un partito assieme, e che tutti si mettevano in gioco, non per salvarsi il piccolo destino personale, ma perché bisognava rispondere, non, come dice qualcuno, all’inceppamento della democrazia, ma ai problemi nuovi del ventunesimo secolo. Purtroppo, mentre si parlava delle europee 2009, le vicende della politica e ahimé della giustizia, che continuano ancora ad ossessionarci, hanno fatto precipitare gli avvenimenti, e così in fretta e furia si è chiuso un percorso che aveva bisogno di una maggior decantazione e di un maggior approfondimento.

Le ragioni politiche profonde, per le quali abbiamo fatto il Pd, in molti sono scomparse con l’esigenza di salvarsi e di saltare in fretta e furia su improbabili scialuppe. Quando noi promuovemmo, in alcune realtà, le associazioni per il Pd, i primi ostacoli li trovammo in casa Ds e Margherita, che ci dicevano che avremmo guastato il percorso che andava costruito con calma, con tutti gli equilibri, e che non si poteva fare un partito in quella maniera, coinvolgendo direttamente i cittadini, e mettendo in discussione chi aveva avuto un glorioso passato… noi pensavamo invece che quella scommessa riguardasse tutto il gruppo dirigente. Ora, questa scommessa è largamente ancora senza risposta. Io infatti preferisco pensare che il Pd non sia ancora nato, che sia in fase di incubazione, perché se dovessi darlo per nato così, lo darei per morto.

Io veramente vorrei che la gente potesse leggere la relazione e il documento conclusivo. Perché ti viene da disperarti, per il linguaggio che viene adoperato, e per il modo in cui a cose anche buone viene mescolata la più vecchia paccottiglia della politica, mettendo insieme delle frasi per dare dei segnali a questo e a quello.

Allora, io non credo che le primarie siano la soluzione di tutti i problemi, però penso che siano un passaggio ineliminabile, anche faticoso. Il punto è che se si vuole uscire decorosamente di scena, e dare una chance, non si può applicare il modello quando fa comodo. Cioè oggi non sembra che abbiamo perso le elezioni nel modo così clamoroso come le abbiamo perse: politicamente, socialmente, culturalmente... Tutti, dico tutti, sono rimasti al loro posto. Non è pensabile che Veltroni evochi gli Stati Uniti e non percepisca di essere lui stesso una parte del problema, non la soluzione. Follini, un po’ prendendolo in giro, gli ha detto che non può pensare di essere il Grande timoniere, che nel famoso discorso “sparate sul quartier generale” si ergeva a guardiano della rivoluzione cinese chiamando le guardie rosse a far piazza pulita della burocrazia del partito.

Insomma, io mi aspettavo un gesto, non tanto che si dimettesse, facendo crollare anche questa fragile impalcatura, ma almeno dicesse: “Se può servire, discutiamo”. Non può escludere di farsi da parte dopo aver avuto sei mesi per giocare quell’innovazione che non ha voluto giocare. Ha voluto prima tutta la sicurezza che la nomenclatura non si opponesse, poi la blindatura con Marini, avendo Franceschini vice. Non solo, ha preteso che nessuno del suo partito scendesse in campo per minare la sua credibilità, e mi riferisco alla candidatura di Bersani.

Allora, è vero, queste non sono le ragioni vere del perché abbiamo perso, abbiamo perso per ragioni ahimé più profonde. Ormai c’è una letteratura a proposito, però se vogliamo che il partito esca da questo stato, le esperienze di Forlì, di Bologna, le cose che ha detto Vassallo, devono diventare pratica concreta.

Certo, è difficile, per esempio io, facendo questi discorsi, mi guadagno costantemente una patina di ostilità da parte dei gruppi dirigenti vecchi, perché pensano che le mie critiche siano una forma di delegittimazione. Lo dico scherzando, ma è una cosa che mi fa star male. In questo partito, e Veltroni in questo è abilissimo, continua a giocare la mozione degli affetti. Il dissenso è visto come una bestemmia, se uno si alza e non è d’accordo, è malato. Questi dodici: “Sì, li dovremo trattare... gli parleremo a parte...”. Non passa che alzarsi e dire: “Non sono d’accordo” sia una pratica salutare della democrazia. Il che mi fa tornare in mente il vecchio Pci o la vecchia Cgil, nella quale sono cresciuto, dove quando ti alzavi e dicevi: “Non sono d’accordo”, uno ti bloccava: “Aspetta, ti spiego” e io: “Ma guarda che è perché ho capito che non sono d’accordo, non occorre che mi rispieghi”.

Ecco, c’è quest’ansia dell’unità che viene sempre scagliata come vincolo morale nei confronti di chi dissente, come dire: così deludiamo la nostra gente. Ma noi deludiamo la gente con questi comportamenti, non con un dibattito, anche aspro, ma trasparente.

Ecco, alla luce di tutto questo, le primarie possono essere un grimaldello per l’eterogenesi dei fini, perché si apra una dialettica vera.

Dopodiché noi dovremmo avere il coraggio di aprire una discussione più severa sulle ragioni profonde di quella che è stata una sconfitta clamorosa per la sinistra. E per risollevarsi la strada è lunga. Questo partito non ha un’ideologia propria, ha un elettorato totalmente diverso da quello che ci immaginiamo, e probabilmente dovrà fare una riflessione molto più accurata di quella che ha fatto finora in fretta e furia. La partita non è persa. Serve anche che una rete di persone si parli e che ogni critica non venga considerata bestemmia, ostilità o preconcetto, odio verso chi dirige. Vorrei un partito con questa sensibilità.

Balzani. Vorrei aggiungere brevemente una cosa a cui tengo: lo spirito che mi ha mosso ad avvicinarmi al Pd è stato soprattutto l’idea del progetto e della parola democratico. Non possiamo infatti pensare che dopo il Pd possa venire in Italia un altro partito con un altro nome, cioè questa è la fine di una stagione per una generazione. Quando si brucia una parola come “democratico”, che è qualcosa che sta nella storia della sinistra, del mondo progressista italiano da due secoli, non è che dopo saltano fuori, come qualcuno forse può pensare, in maniera secondo me assolutamente demenziale, delle altre parole che possono attrarre le persone. Io credo che il piano B non esista. Ecco perché io credo che valga la pena battersi e provarci fino in fondo. Ed ecco perché le primarie sono state prese in questa maniera direi passionale, quasi al di là del buon senso, perché vedevamo una sorta di prova d’appello, una specie di ultima spiaggia.

Lepore. Io ho 28 anni, faccio parte di una generazione che si è affacciata alla politica da poco. Ecco, io sono entrato nel Pd, l’ho addirittura fondato, più per quello che potrebbe essere nel futuro che per quello che è attualmente.

Abbiamo parlato di primarie, che sono uno strumento, però credo che dovremmo parlare anche della ragione per cui facciamo politica nel Pd. Sarebbe utile ragionare su che cos’è il Pd nel Paese. Cioè il dibattito su territorialità o meno, su federalismo o meno, secondo me è utile, soprattutto perché nel Paese il Pd oggi sembra rappresentare cose diverse a seconda di dove siamo. Nella nostra regione è più un partito degli iscritti, che è riuscito a parlare attraverso le primarie, che ha un’evoluzione anche nella selezione dei gruppi dirigenti (penso ad esempio a Bologna, dove i dirigenti sono abbastanza giovani). Nel resto d’Italia non è un partito degli iscritti, in alcuni casi non si sono fatte neanche le tessere, semplicemente ci sono delle figure che incarnano il Pd…

Ora, credo che la qualità del gruppo dirigente sia una delle questioni decisive, perché dovrà essere in grado di interpretare gli strumenti nuovi e in generale un partito nuovo.

Finora forse è proprio Berlusconi ad essere riuscito a interpretare il nuovo, bisogna infatti dargli atto che, per come ha utilizzato i mezzi di comunicazione, per come con la sua valigetta è andato in giro per l’Italia a fare Forza Italia, e poi la Casa delle Libertà e ora il Pdl... E noi? Cioè questo Pd, che dovrebbe essere il nuovo, come lo costruiamo? Con gli stessi strumenti, le stesse modalità e le stesse teste di prima? Io credo che anche noi dovremmo prendere la nostra valigetta e cominciare a girare per l’Italia…

Fasoli. Siccome siamo destinati a perdere, per un periodo, tanto valeva non perdere la nostra gente. L’ho detto anche in altre occasioni, ma l’operazione tutta mediatica che Veltroni ha fatto sulle candidature, spendendo ogni giorno un prefetto o un industriale, un giovane o un operaio, una bella ragazza piuttosto che uno del call center, è una cosa che poteva andar bene per i mass media, ma non andava bene per l’elettorato, che non a caso poi ha votato il sindaco della Lega, o l’operaio vicino di casa, o il salumiere nel quale si identificava, perché l’operazione è stata una sfida al berlusconismo sul suo stesso terreno, ma senza avere insediamento sociale.

Veltroni poi ha chiesto una quota per sé, e l’altra l’ha lasciata al Cencelli di Ds e Margherita, e se al tavolo non c’era seduto il tuo padrino, la tua candidatura entrava e usciva come se fosse la porta girevole di un saloon. Tutto questo ha sradicato il gruppo dirigente dall’elettorato, perché anche le sue nomine non rappresentano nulla per l’immaginario collettivo. Questa è un’operazione da gruppo dirigente che vuol cambiare la musica? Ci voleva maggiore coraggio. Certo che se il gruppo è quello che ha occupato la scena fino a ieri, quello che la occupa da 40 anni, dalla Fgci, esattamente dal ’68, beh, bisognerà domandarsi se quegli ingredienti non vadano cambiati, se vogliamo produrre un’analisi diversa.

Un’ultima cosa, e mi rivolgo a Salvatore: io non vedo più in questo partito, come c’era nella Dc vecchia maniera, o nel Pci vecchia maniera, un rapporto con un ceto intellettuale che elaborava politica. Nelle scuole di partito ormai si allevano dei piccoli amministratori, non gente che viene incitata ad incuriosirsi o ad imparare, si allevano dei giovani mostri fotocopia dei gruppi dirigenti.

Insomma, io vorrei che le persone avessero più coraggio, vorrei uno che in Direzione dicesse: “Non sono d’accordo su niente, e voglio che sia scritto sul sito che non sono d’accordo su niente”, qualcuno che, come Balzani, abbia il coraggio di dire: “Io non voglio fare il sindaco a tutti i costi, però se può servire, eccomi qua, non lo voglio fare contro nessuno, lo voglio fare per dare un segno di cambiamento”. Ma aprite quella porta! Vi prego, aprite quella porta! Se restiamo prigionieri di YouDem, Red, D’Alema, e la galassia su cui Repubblica l’altro giorno ironizzava, cioè tutti i circoli e i circoletti, anche le persone migliori che si sono avvicinate, alla fine si stufano. Io ho 56 anni, e non ho voglia di ricominciare...

Vassallo. Innanzitutto temo che ci siano, anche tra persone che hanno opinioni abbastanza simili, idee diverse su cosa avrebbe dovuto e potuto essere il Pd, e interpretazioni diverse sugli ultimi 12 mesi. Ad esempio Fasoli dice che le elezioni sono state un disastro, io dico che si potrebbe avere un’opinione meno catastrofica sulle elezioni, sul modo in cui il Pd è arrivato a quelle elezioni…

Fasoli. Io mi riferisco al modo in cui sono state costruite le liste. Le elezioni hanno registrato quello che noi eravamo. Se tu vendi, fatto Veltroni, che dal 18% si è arrivati a dove siamo arrivati, racconti una balla. In realtà i numeri che hai preso sono quelli che avevi. E resta che, rispetto alle precedenti elezioni, hai perso tre milioni di voti. Tutta l’operazione è stata costellata di errori, anche il correre da soli pensando che l’altro corresse da solo…

Vassallo. Quello che tu dici conferma che ci sono tra di noi opinioni diverse su come si sono svolti i fatti. Ma questo lo so. E’ del tutto evidente che tra gli ulivisti della prima ora ci sono coloro che ritengono che sia stato un clamoroso errore rompere l’Unione e ci sono quelli che invece ritengono che alla fine del 2006 l’Unione fosse in uno stato tale che era meglio scappare a gambe levate e tentare di costruire il Pd per una fase successiva. Io sono tra quelli che ritengono che sia stato giusto fuggire dall’Unione e provare a ricostruire su basi nuove il nuovo centrosinistra, dopodiché so che sono stati fatti anche degli errori in questo percorso di medio termine.

Ad esempio anch’io credo che le liste non siano state costruite nel modo migliore possibile e che anche la decisione di dire “andiamo da soli” e poi invece fare delle alleanze non totalmente naturali non sia stata una buona decisione. D’altro canto bisogna anche tener conto di altri elementi del contesto, non per giustificarsi ma perché la politica è un gioco fatto di quel che fai tu, ma anche di quel che fanno gli attori che stanno intorno a te e l’esito delle elezioni ci ha messo in una grave difficoltà dovendo costruire un partito sulle sabbie mobili.

Il centrodestra è andato al governo con una maggiore determinazione, avendo anche imparato come ci si comporta e avendo ulteriormente accresciuto la rete di collegamenti, di consensi, soprattutto nell’establishment, che oggi gli danno un’assoluta preminenza.

In questa fase il Pd si trova a fronteggiare una serie di problemi che in larga misura sono eredità del passato e che riguardano il tipo di ceto politico che va a formare i suoi gruppi dirigenti e il modo in cui questi si rapportano. Tuttavia, anch’io mi sto convincendo che la chiave di interpretazione più rilevante sia quella che ha proposto qui Matteo Lepore, ossia quella che potrei definire di know how, sul quale noi siamo molto in ritardo.

Non ho ancora le idee chiare, ma certo alcune contraddizioni derivano dal fatto che i partiti sono al tempo stesso organizzazioni democratiche, ma anche organizzazioni che devono raggiungere degli scopi, essere delle macchine efficienti. Ora, come dimostra un confronto tra il Pd e il Pdl, noi siamo una organizzazione molto democratica, ma un’impresa assolutamente inefficiente sul mercato competitivo. Il Pdl è l’esatto contrario.

Ecco, questo dovrebbe indurci a trovare un equilibrio tra le dinamiche della democrazia interna e l’efficienza del partito. Ma questo richiede un’organizzazione con un certo grado di gerarchia, di coordinamento, di efficienza nell’uso degli strumenti.

Noi siamo stati abbastanza bravi nel primo versante e questo, sostiene qualcuno, impedisce che vi sia un esercizio efficace della leadership. Io non sono convinto. Penso che l’inefficacia che il Pd ha mostrato nello svolgere il suo ruolo istituzionale e quindi nel generare soddisfazione venga piuttosto dal fatto che chi ha vinto le primarie ha poi preferito, già prima oltre che dopo, una gestione consociativa del partito, perché nonostante le primarie sono riemerse tutte le dinamiche tipiche delle correnti. Quelli -o meglio: quello, perché si tratta di una singola persona- escluso dagli organi dirigenti, ha deciso che, per rendere evidente il suo ruolo, era meglio costruirsi una corrente. E noi in dodici mesi abbiamo fatto parlare del Pd, non per le cose che proponeva, ma per i dissidi tra di noi. Purtroppo è stato un comportamento diffuso. Lo stesso approccio al dibattito interno di Arturo Parisi dubito abbia favorito l’immagine pubblica del Pd.

C’è quindi un problema del ceto politico del Pd, che non riesce a riconoscere che c’è una dimensione della vita democratica nella quale le cariche devono essere contendibili, la competizione deve essere leale, ma c’è anche una dimensione dell’efficacia dell’azione politica, la quale richiede una certa solidità e reputazione della leadership.

Fasoli. Cosa si può pretendere? Il 28 di ottobre hanno votato con il cappotto in mano pronti ad andare via. Ora, la prima forma di democrazia è contare i voti. E l’esordio invece è stato quello lì. Parisi, che effettivamente ha spesso un atteggiamento brusco che non aiuta l’autorevolezza del segretario, ha avuto almeno il coraggio di denunciare che non si può eleggere una direzione con un’assemblea ridotta a un terzo.

Vassallo. Se entriamo nei dettagli la cosa si complica… Vorrei invece tornare alla questione cui accennavo prima e che ho chiamato del know how. Io non penso che il problema principale del Pd, quello che ha generato il più grande grado di insoddisfazione, di depressione da parte dell’elettorato, sia la mancanza di una chiara linea programmatica. Perché non c’era quasi niente di più nitido che il Pd potesse produrre di quanto è stato detto al Lingotto. Le nostre posizioni in Parlamento sui temi più rilevanti di politica pubblica sono state quasi sempre abbastanza ragionevoli e almeno nella sede parlamentare espresse in maniera compiuta. La nostra difficoltà in questa fase è forse di credibilità delle persone e poi c’è un grave problema di comunicazione. E’ stato messo in piedi un governo ombra che non riesce a segnalare qual è il significato di questo organismo. Forse per un misto di difetto delle persone e di meccanismi organizzativi. Noi abbiamo trecento parlamentari che a tempo pieno possono occuparsi di politica a livello nazionale e non riusciamo a strutturare la nostra proposta su alcuni temi importanti, né a comunicarla in termini efficaci. Per un certo periodo i ministri ombra non avevano nemmeno personale di segreteria. Ora, è evidente che quel mestiere non si fa con due o tre persone in segreteria, ma con uno staff di persone che lavorano sui contenuti, che cesellano gli strumenti di comunicazione, che su certi temi intervengono in maniera coordinata per dare l’imprinting del tipo di messaggio che il partito vuole dare su un argomento.

Negli ambienti giornalistici si racconta che tutte le mattine lo staff del Presidente del Consiglio prepara una chiara agenda dei temi prioritari in quel dato giorno rispetto alla comunicazione. A quel punto parte un’“agenzia” su un certo argomento, a cui segue un grappolo di comunicazioni di esponenti del Pdl che vanno nella stessa direzione e che creano la notizia. Quaranta dichiarazioni fatte da esponenti diversi dello stesso partito, che vanno nella stessa direzione, sullo stesso argomento creano la notizia.

Questo per dire qual è la differenza di know how e di efficacia in un organismo in cui c’è poca democrazia, ma grande efficienza.

Questo dipende da come è strutturato il partito, dai conflitti, dai rapporti di potere, ma anche da un certo ritardo culturale nel governo di vari strumenti e in particolare nella comunicazione rivolta ai mass media. Poi c’è l’aspetto della comunicazione rivolta ai propri sostenitori su cui siamo veramente molto indietro.

Fasoli. Francamente penso che la situazione sia un po’ più drammatica… Noi veniamo da una storia in cui la povera gente votava per il Pci e per la Dc. Non a caso adesso ci vota solo il ceto medio. Quella base sociale di cui eravamo espressione adesso manco per idea pensa che noi possiamo rappresentarla. Noi abbiamo perso ogni riferimento nella società, non si capisce più di cosa siamo esponenti. Del lavoro abbiamo un’idea astratta, c’è un’apertura di Veltroni con l’immagine dell’operaio che si tiene la testa tra le mani che è agghiacciante. Sta parlando alla direzione, non sta facendo un comizio. E’ un’immagine oleografica, retorica… ma parla di un mondo che se lo sente un operaio pensa: “Ma di cosa parla?”. Il rapporto con il consumo noi non l’abbiamo mai analizzato. Oggi non c’entra più niente l’essere operaio rispetto all’essere di sinistra.

Probabilmente il Pd avrebbe dovuto avere più tempo per fare il mescolamento delle storie e delle culture. Il dover fare in fretta l’ha costretto a chiudersi a tenaglia su quello che c’era e così il nuovo è rimasto fuori e non si sente rappresentato da noi. E non si può pensare che tutti quelli che non ci votano siano stupidi, la verità è che la distanza è abissale. Quello che è successo negli ultimi trent’anni ha cambiato radicalmente la politica e noi da questo punto di vista scontiamo un ritardo enorme che si rifletterà anche nelle cose che verranno, nei conflitti laceranti sulla collocazione europea e sul rapporto tra la laicità dello stato e le convinzioni religiose. Prima o poi questa roba qua bisognerà che l’affrontiamo.

Allora girare con la valigetta, come dice Lepore, va bene, ma poi il cliente ti dice: “Apra” e cosa c’è lì dentro? Spazzole? Vestiti? Bisogna vendere qualcosa che non siano solo chiacchiere! Bisogna vendere delle cose utili per la casa. Cosa vendiamo noi di utile? Nemmeno una battaglia salariale vera abbiamo fatto! Questo stesso disorientamento che c’è tra la nostra gente, questo smottamento verso il dipietrismo (che poi non dà risposte a queste domande, semplicemente interpreta meglio la nostra gente)… Non so, io sento cosa dice la gente quando la incontro: “Dai, in consiglio comunale cantagliele chiare, spacca tutto!...”. Mah.

Vassallo. Però lì non è che vendi qualcosa. Lì vendi un sentimento, vendi un partito, perché nella valigetta di Di Pietro non è che ci sono poi tante cose. Ci sono alcune proposizioni aggressive e urlate sulla moralità pubblica e contro Berlusconi… Io, insomma, sono convinto che il problema non sia avere un repertorio molto ampio di cose da vendere, nel senso di programmi, o soluzioni a problemi specifici, perché a dire la verità né Di Pietro, né la Lega, né Berlusconi hanno un grande repertorio. Il problema del Pd oggi, sul versante dell’opinione pubblica, mi sembra riguardi l’efficacia della presentazione della sua ragione sociale in senso lato.

Trovo un’altra ragione di ritardo, in particolare nel gruppo emiliano, ed è quest’idea che ora bisognerebbe riprendere a selezionare su base meritocratica il gruppo dirigente, là dove su base meritocratica s’intende, come hanno detto esplicitamente Salvatore Caronna, segretario regionale, in occasione dell’Assemblea programmatica di Bologna, e De Maria, segretario provinciale, che dobbiamo far crescere una classe dirigente che si sperimenta nelle amministrazioni o nel partito e che lì dimostra il suo valore.

Ecco, mi sembra sbagliata l’idea che il valore si dimostri stando nel partito o nel consiglio comunale, come se il valore dimostrato nelle imprese, nelle professioni, nella ricerca fosse irrilevante. Oggi il problema è che abbiamo poche antenne e invece avremmo bisogno di mettere dentro il Pd percezioni, umori, “saper fare” di mondi che ci guardano con diffidenza e che da noi mancano.

Lepore. Da questo punto di vista di primarie se ne dovranno fare sempre di più. Il saper fare vuol dire anche saper rappresentare un pezzo di società che tu hai riconosciuto. Ci può essere l’operaio o il sindacalista che hai incontrato nel quartiere, ma ci può essere anche l’imprenditore o il professore universitario che conosce la città. Ti metti in pista e poi più gente riesci a portare, più mondi conosci, più cose porti dentro il Pd... Poi, certo, ci sarà anche il ceto politico…

 

Pubblicato su  “Una città” n. 161  dicembre 2008- gennaio 2009

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