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La scelta strategica fra investire nella qualità o tagliare i costi, fra la competizione al pari dei primi o la ricerca delle nicchie in cui mettersi al riparo. La pari dignità fra le quattro leve della formazione: professionale, formale, universitaria e per adulti. La possibilità per il lavoratore di contrattare il tempo per la formazione. Un modello di successo, quello veneto, la cui peculiarità rischia ora di diventare ostacolo. Intervista a Roberto Fasoli.
Roberto Fasoli, 50 anni, è segretario generale della Cgil di Verona.
Oggi sulla formazione il sindacato gioca forse una partita decisiva. Puoi parlarne? I cambiamenti che si sono determinati nel mercato del lavoro impongono a questo paese di assumere la formazione come punto di partenza per la ridefinizione degli stessi diritti di cittadinanza, dei diritti civili, non solo del lavoro. Qui infatti parliamo della possibilità di essere cittadino consapevole a tutto tondo e quindi anche lavoratore serio, responsabile, autonomo, capace di cautelarsi di fronte alle insidie di una società complessa. Del resto è dimostrato che la stessa possibilità di usufruire del sistema di welfare è assolutamente legata, e direttamente proporzionale, ai livelli d’istruzione e di formazione delle persone. Il dato sconfortante è che a distanza di oltre trent’anni da quella famosa Lettera a una professoressa le variabili della formazione continuano ad essere la condizione sociale delle famiglie, i titoli di studio dei genitori (conta molto in particolare quello della madre), e l’area geografica nella quale si vive. Purtroppo la faticosa operazione fatta dal governo di centro-sinistra, da noi condivisa, per ridare alla formazione un valore in cui cultura e lavoro fossero due aspetti dello stesso problema, cioè con l’idea che non ci potesse essere una cultura che non facesse i conti con il lavoro, che non ci potesse essere il lavoro senza cultura, viene smantellata da un impianto che non solo precocizza la scelta, ma rilegittima i percorsi separati tra il canale liceale per le classi destinate alla “direzione” e il canale della scuola professionale, o degli istituti tecnici.
Questa scelta è drammatica perché non solo intacca l’asse centrale, quindi il riordino dei cicli, ma pregiudica tutto il sistema dell’obbligo formativo che per il quattordicenne viene snaturato semplicemente in un “diritto” di uscire dalla scuola per andare a lavorare, tra l’altro riassegnando un ruolo centrale all’impresa, che è certamente importante ma non può essere esclusiva nei processi formativi. Insomma, di nuovo una formazione vista in funzione di un’idea della cultura o tutta astratta o assolutamente subordinata all’esigenza dell’impresa, che è una vecchia e disperata impostazione. In realtà infatti ormai tutti gli imprenditori più avvertiti riconoscono come sia preferibile innestare le conoscenze che servono di volta in volta su un plafone di base costruito e consolidato attraverso percorsi di formazione professionali gestiti magari attraverso la bilateralità. Quindi questa operazione è disperante dal punto di vista della rozzezza dell’impianto e, ripeto, della scelta di far tornare indietro un percorso che invece tendeva a dare a tutti gli studenti l’opportunità di “assaggiare” le diverse opzioni per poi perseguire al meglio i propri desideri e aspirazioni. Va anche detto che questo sistema è stato incoraggiato da un’impostazione presente anche in una parte della sinistra, che ha la tendenza a coltivare una mistica della cultura come fosse avulsa dal rapporto con la realtà fattuale, col lavoro, soprattutto manuale, una specie di cultura “disinteressata”. Ecco, a mio avviso, è ora di abbandonare quest’ottica paralizzante che non fa i conti con la realtà, e che se da una parte vede la scuola al servizio dell’esigenza dell’impresa, dall’altra si incaponisce in una cultura “astratta” che, non si sa bene come, dovrebbe servire come supporto per la vita delle persone. In realtà la scuola migliore è quella che si adatta alle diverse esigenze dei ragazzi; il protagonista della scuola è lo studente: è lui il punto centrale al quale bisogna offrire delle opportunità, incoraggiandone la capacità di ricerca, assecondandone le attitudini nella costruzione di un percorso che serva a sviluppare pienamente la propria personalità oppure, per i più adulti, un progetto di lavoro e di vita. Quest’impianto poi fa tornare indietro tutto il ragionamento sul life-long learning, che più che formazione vuol dire apprendimento lungo tutto l’arco della vita. E che, come dicevo, diventa la condizione per esercitare una cittadinanza consapevole, oltre che per sviluppare un’idea di occupabilità che non sia genericamente una vuota disponibilità a trovarsi nel mercato in balia di se stessi. In Veneto, com’è noto, i livelli di benessere sono alti, così abbiamo fenomeni di abbandono scolastico indotti da esigenze di lavoro. Molti ragazzi infatti vengono attratti dall’idea di seguire un rapido percorso professionalizzante o, addirittura, di inserirsi direttamente nel mondo del lavoro a fonte di benefici economici che per un ragazzo o una ragazza possono sembrare ovviamente dei grandi risultati. Poi però sappiamo tutti che nel medio-lungo periodo le figure meno protette nel mondo del lavoro sono esattamente queste. Fortunatamente in questa regione nelle ultime generazioni i tassi di scolarità si sono molto innalzati, grazie anche a una serie di interventi diversificati, in particolare all’idea del sistema integrato di formazione. Per sistema integrato intendo un percorso non gerarchico, con sopra l’università, poi la scuola, poi sotto la formazione professionale e, per ultima, l’educazione agli adulti come una cosa fatta per i diseredati. Qui si difende l’idea che le quattro leve, formazione professionale, istruzione formale, istruzione universitaria, formazione degli adulti, hanno pari dignità e possono intersecarsi nei diversi momenti della vita. Peraltro questo già accade in altri paesi europei. In Italia ci si lamenta del fatto che ci sia un tasso di occupazione basso o che le persone anziane lavorino poco, nel senso che escono precocemente dal mercato del lavoro e vanno in pensione. Ebbene anche questo dato dovrebbe far riflettere, perché in tutti gli altri paesi, in base alle statistiche Ocse, c’è un tasso di utilizzo delle istituzioni scolastiche infinitamente più alto rispetto a quello che caratterizza i nostri ultra quarantenni, ultra cinquantenni, il che vuol dire che per loro ritornare in un percorso formativo non è qualcosa che si fa quando si è finito di lavorare per occupare il tempo, ma è qualcosa che ormai è connaturato al percorso formativo, al percorso lavorativo e lo sostanzia, rendendo il lavoratore maggiormente in grado di difendersi. Credo che su questo, se posso usare un’immagine, tutto il sindacato, l’insieme delle forze del centro-sinistra, dovrebbe scatenare una battaglia almeno di pari intensità a quella che si è messa in campo quando si è deciso di entrare nell’Europa dell’Euro. O noi scommettiamo su questo strumento oppure il rischio grave è che noi arranchiamo in una condizione di piccole riforme, finendo per essere schiacciati nella competizione, perché non avendo materie prime e collocandoci nella fascia che deve competere con i più alti se infiliamo la strada della competizione sul costo -come sembrano proporre governo e Confindustria- dobbiamo aspettarci solo deregolazione e impoverimento della qualità del mercato del lavoro. Questo però significa anche che il sindacato deve assumersi dei rischi, perché organizzare le persone sul piano della scelta, venendo considerati un interlocutore, un’opportunità piuttosto che qualcuno al quale tu ti appelli chiedendo “salvami” è una vera e propria sfida. E però è senza dubbio un obiettivo più affascinante.
Enzo Rullani nell’ultimo numero di Una città, diceva che l’occupabilità, ossia il lavoro più che il posto di lavoro, è destinata a diventare un obiettivo prioritario in un sistema globalizzato… Questo è assolutamente vero, però pensa al grande gioco, al grande bluff che sta facendo il governo con leggi delega su questo terreno. Cioè il governo sta dicendo che la sicurezza non è più nel posto di lavoro ma è nel mercato; allora, ripeto, può essere vero, però bisogna stare attenti, perché se si abbassano le tutele dei lavoratori nel posto di lavoro è difficile pensare che queste tutele le dia il mercato. E poi, è evidente che questa via è poco percorribile finché investimenti in formazione non se ne fanno, si intaccano gli ammortizzatori sociali, si allentano i diritti e si aggirano le regole, per cui ormai non si capisce nemmeno più che ruolo abbiano i sindacati nella contrattazione, nella tutela delle persone, e lo stesso diritto del lavoro sta diventando una branca del diritto commerciale o del diritto civile. Ecco, finché il contesto rimane questo, io francamente rimango perplesso sul significato di tutelarsi “nel mercato”; temo significhi che i più forti si arrangiano, i più deboli soccombono; un’idea molto darwinistica, di imbarbarimento delle relazioni, perché poi, alla fine, l’assenza delle regole, la competizione al ribasso condurrà la gente alla disperazione e troverai sempre qualcuno disponibile a fare il tuo lavoro per meno. Del resto questo è l’impianto coerente di un’impostazione dell’idea della competizione basata sui costi: costi vuol dire assenza di regole, vuol dire che la flessibilità diventa precarietà, perché io divento dipendente dalle fluttuazioni del mercato, dalle esigenze e dai tempi dell’impresa, quindi della globalizzazione. La drammatizzazione dello scontro attorno all’Art. 18 non avviene soltanto perché è un punto simbolico importante, ma perché è anche il semaforo al quale si decide la via da imboccare. In fondo l’aspra battaglia sull’Art. 18 in quanto tale cosa significa? La Confindustria dice: ma perché vi accanite tanto se poi così poche persone ne usufruiscono? E noi in fondo semplicemente rovesciamo la domanda: ma perché vi accanite tanto se poi così poche persone ne usufruiscono? Ecco, ciascuno lo può domandare all’altro. La verità è che se tu abbatti quel baluardo vuol dire che costruisci un impianto che tende a suffragare l’idea del far da sé, cioè che non ci sono più tutele. Davanti a questa idea molto confusa per cui ci si tutela nel mercato, allora a me viene da dire: guarda, posso anche seguirti, ma non c’è ricerca, non c’è formazione, non ci sono ammortizzatori sociali; cosa vuol dire, insomma che ci si tutela nel mercato? Ripeto: che ci si arrangia? Tra l’altro senza prendere minimamente in considerazione il fatto che chi si trova in una posizione di flessibilità non è che dovrebbe avere diritti e tutele minori, dovrebbe averne di più! Allora perché non costruiamo, per esempio, dei fondi di garanzia per i ragazzi che fanno un lavoro temporaneo per accedere a dei prestiti bancari e riuscire a farsi un progetto di vita? Invece qui arriviamo all’assurdo: oggi flessibilità significa chiedere a un trapezista di migliorare, nel senso di rendere sempre più rischiosi gli esercizi che fa al trapezio, e contemporaneamente togliergli la rete. Insomma, un’idiozia totale. Più chiedi a uno di essere flessibile più devi fornirgli dei sistemi di protezione. Facciamo un altro esempio: i percorsi lavorativi, si dice, sono differenziati. Bene, allora bisognerebbe almeno unificare i percorsi previdenziali; se uno entra ed esce dal mercato del lavoro e fa prima il lavoratore dipendente e paga un’aliquota, poi fa l’atipico e paga un’altra aliquota, poi fa il lavoratore autonomo e paga un’altra aliquota, avrà una struttura previdenziale drammatica… Anche qui, tu devi garantire la continuità. Allora per attraversare questa fase, io credo che ci voglia un sindacato che intanto si interroghi su tutti questi nuovi concetti, che sia fortemente radicato nel territorio, capace di coglierne anche le particolarità, e che sia in grado di rimettere in gioco la formazione, come opzione irrinunciabile per la stessa qualità del mercato del lavoro, oltre che ovviamente per offrire opportunità di tutela e riscatto ai lavoratori.
Ma in concreto, oggi quali sono gli spazi della formazione? Premetto che c’è innanzitutto una grande scommessa sull’apprendistato e su altre forme che possono poi essere gestite anche dalla bilateralità. Qui il problema, culturale prima ancora che pratico, è che bisogna stare attenti a non riproporre per questi ragazzi, che spesso hanno un’esperienza fallimentare dal punto di vista scolastico, (nella nostra realtà il tasso di giovani che fanno gli apprendisti e che hanno solo la licenza media o, al massimo, un attestato di formazione professionale è altissimo) un contesto “scolastico”, per così dire. Molti ragazzi e ragazze alla sola idea di essere rimessi in un’aula piuttosto stanno a casa. Allora, anche qui bisognerebbe progettare dei percorsi formativi nuovi, quindi fermarsi, ragionare, ascoltare l’utenza, vedere quali sono i loro bisogni, monitorare gli esiti dei percorsi di apprendistato, registrare rigorosamente tutti i crediti formativi che questi ragazzi hanno acquisito, e soprattutto incoraggiarli, per riaccendere il gusto della scoperta, dell’imparare. Perché è evidente che se la formazione diventa un obolo da pagare per avere le facilitazioni dell’apprendistato; se la stessa considerazione in cui viene tenuta dall’imprenditore e con cui viene proposta ai ragazzi è quella della “perdita di tempo”, dubito si vada molto lontano. Insomma, questo è già un primo campo di intervento. Ma poi ci sono anche i corsi di formazione professionale superiore post diploma, tesi a costruire quella forza lavoro qualificata della quale le imprese, almeno quelle che hanno scommesso sull’innovazione, sono disperatamente alla ricerca. Qui parliamo insomma dell’investimento in una formazione professionale che abbandoni radicalmente l’equivoco di essere la scuola di serie B, diventando, come già avviene in tutta Europa, quella forma che si interseca, che affianca il percorso formativo offrendo ai ragazzi la possibilità di assaggiare, come dicevo, altre modalità, sostenendoli nel raccordo scuola-lavoro o nel passaggio da lavoro a lavoro attraverso la riqualificazione. Questo universo in Italia è tutto da inventare, perché per molti anni la formazione professionale è stata solo la scuola di serie B per i figli dei lavoratori dipendenti, dei contadini, delle persone con modesto reddito o con capacità scolastiche modeste. Molti ragazzi andavano lì perché facevano un anno di liceo e venivano bocciati, facevano un anno di istituto tecnico e venivano bocciati, e alla fine: va bene vai a imparare un mestiere che male non ti fa… Ma questa non è formazione professionale, è un’altra roba. Il sindacato poi dovrà decidere se si occupa di queste questioni o le delega al sindacato di categoria. Io credo sia opportuno iniziare a ragionare in termini di confederazione, ovviamente con il sindacato scuola, con il sindacato università o, come penso io, con un unico sindacato della formazione e della ricerca, perché i tempi sono assolutamente maturi. Detto questo, va anche sottolineato come la tendenza invece sembri andare nella direzione opposta. Perché viene tagliato l’investimento in ricerca e perché nessuno si arrabbia per questo? Perché tanto viene compensato con una liberalizzazione; tutto perfettamente coerente con la scelta di competere esclusivamente sui costi, deregolando i rapporti e rendendo più precari i lavoratori. E poi si parla di qualità totale! Ma per arrivare alla qualità totale bisogna considerare la risorsa umana come la principale, perché se questa non è qualificata… Insomma non ho mai visto fare la qualità dequalificando i lavoratori. Comunque alcuni padroni lo dicono anche con brutalità: essendo stata persa la possibilità di surrogare la competizione attraverso i canali tradizionali, (resi impossibili dopo l’ingresso nell’Euro), resta una sola leva sulla quale decidere, ossia la scelta tra costi e qualità. La qualità ti obbliga a reinvestire gli utili, ad investire in ricerca, a cambiare le relazioni; i costi ti spingono a competere sulla possibilità di inserirti nelle nicchie di mercato con tutti i vascelli pirata per i quali le regole non possono servire. E’ emblematico il fastidio con cui si vivono le relazioni sindacali, “lacci e laccioli” -si usa questo termine. Oggi ogni piccolo scampolo di “deregolazione” può essere utile per riconquistare o conquistare piccole nicchie di mercato. Ma con questa logica non so dove andremo a finire… Io credo sia meglio stare in coda alla classifica delle serie A piuttosto che primi in classifica in serie B. Ho l’impressione che larghi settori dell’imprenditoria abbiano invece fatto un’altra scelta, incoraggiati da un governo che persegue l’idea assurda per cui la deregolazione sarebbe favorevole all’occupazione. Il fatto è che molte di queste idee vengono veicolate e fatte diventare vere a forza di ripeterle; a forza di ripetere una bugia uno pensa che sia una verità. Ma bugia era, bugia rimane, infondata era, infondata rimane. Come le questioni del tasso di occupazione delle donne: si è visto, per esempio, che l’occupazione non ha niente a che vedere con il calo della maternità; addirittura nei paesi dov’è più alto il tasso di maternità, come nel nord Europa, le donne lavorano di più. Sono altri i problemi, sono problemi culturali, di informazione, di servizio, di mentalità, di percezione di sé, di progetto di vita.
Tu sostieni l’opportunità di iniziare a considerare anche le contrattazioni individuali… Se ci si liberasse dell’ideologia del centro-destra sui contratti individuali io penso, ad esempio, che dentro un quadro di regole non ci sia niente che impedisca a delle persone di arrivare all’opzionabilità individuale per godere di determinati benefici. Anche l’idea di banche-ore di cui beneficiare in questo senso va incoraggiata; mi pare che quanto proposto in alcune categorie sullo “scambio” formazione-riduzione orario di lavoro meriti di essere attentamente studiato. Faccio un esempio: se io sono un giovane studente che opera dentro un quadro concordato e contrattato dei benefici a cui ho diritto, perché non posso con l’azienda tramutare quote di salario in tempo per studiare? Oppure perché non posso, se ho altre esigenze, utilizzare del tempo disponibile per avere fonti di reddito che mi consentono di mettermi nella condizione di costruire il mio progetto di vita? Ecco, tutte queste proposte vengono regolarmente strumentalizzate per poter dire che il sindacato non serve. Invece per me, oggi più che mai, il sindacato deve assolutamente interrogarsi su come rendere interessanti e possibili queste opportunità. Anche perché comunque se non dà una risposta il sindacato la dà il padrone: la gente oggi se la risolve col capo reparto, col capo officina, col datore di lavoro o con il capo del personale. Invece in un quadro condiviso, sono convinto che si potrebbero concordare percorsi di questo tipo. Perché devo perdere il posto se a me interessa studiare? E se, vivendo ancora in casa, il premio aziendale mi interessa relativamente, perché non posso entro certi limiti tramutarlo in ore per assentarmi e frequentare corsi di studio? Io credo che a questa contrattazione individuale noi dovremmo dare spazio. Non nel senso di lasciare che tutto venga gestito unilateralmente dall’impresa, ma viceversa perché potrebbe essere una grande esperienza in cui noi saldiamo anche le diversità sempre più presenti in azienda. Nell’azienda tradizionale c’erano il padrone, i capi, gli impiegati e gli operai; adesso le aziende non sono più fatte così, alcune aziende hanno una quantità enorme di persone non legate alla produzione, ci sono molte persone che lavorano per l’azienda rimanendone all’esterno, altre che entrano durante alcuni periodi dell’anno, altre ancora che vengono chiamate solo occasionalmente. E’ allora evidente che il quadro stesso della forza lavoro è estremamente più complicato, non dappertutto ovviamente, perché ci sono molte imprese tradizionali che lavorano con un’impostazione taylorista classica, ma molte altre lavorano già con questi criteri. Quindi perché non intervenire lì con la formazione individualizzata, con le banche-ore? Tra l’altro questo discorso vale per la formazione, ma può valere anche per la vita personale: perché non posso avere del tempo per potere assistere direttamente un mio familiare, invece di doverlo piazzare o farlo assistere diversamente? Posso rinunciare a delle quote di reddito, anzi posso perfino guadagnarci. Io credo sia questa la direzione in cui dovremmo spingerci; che siano queste le questioni vere da portare al tavolo delle trattative.
Avete già ottenuto qualche risultato? Per il momento abbiamo offerto delle strutture, abbiamo costruito una potenzialità che però, a mio parere, in buona parte è ancora inespressa, cioè la qualità della contrattazione della formazione a livello aziendale e territoriale è solo agli inizi, deve essere ulteriormente sviluppata. È chiaro che adesso le cose si complicano, però noi dobbiamo espandere questo percorso evitando che venga ammazzato nella culla appena nato. Tra l’altro, lo stesso atteggiamento imprenditoriale è diversificato. Sicuramente quella parte di imprenditoria che sa di dover investire in qualità, che ha il problema di fidelizzare il proprio lavoratore e che già si trova a competere sulla qualità, ovviamente è interessata ad usare anche il percorso formativo come una risorsa e non come un costo. Questo però è un discorso che deve imparare a fare anche il sindacato.
Tu sei il segretario generale della Cgil di Verona, puoi parlarci un po’ del contesto veneto? Possiamo partire dall’evasione scolastica, cui ho già accennato. Ebbene, il Veneto negli ultimi anni ha fatto molti passi in avanti con recuperi importanti sul piano della scolarizzazione della forza lavoro. Resta però un problema di fondo; faccio un esempio così ci capiamo meglio: un ragazzo pluri bocciato di 15-17 anni che viene inserito in un percorso professionale, in una manifattura, in un’impresa, guadagna anche 700-800 euro, per cui, a differenza del ragazzo che ancora va a scuola può comperarsi la moto, l’auto, andare in discoteca, spendere 50 mila lire per pagare la birra o la pizza agli amici, uscire con la ragazza… Quindi la scolarità si è alzata, ma nel nostro caso l’evasione scolastica mantiene una forte attrazione. Tra l’altro in una famiglia che viene da una condizione di bisogno, casomai con scarsa considerazione sociale per la formazione, dove prevalgono il bisogno di vivere a uno standard superiore, di fare un salto nella gerarchia sociale, teniamo presente che se ci sono tre-quattro persone e lavorano tutti e tutti vivono in casa, i redditi per qualche anno prendono delle impennate spaventose. Diverso il caso di uno che viene da una condizione in cui in casa i libri li ha, li vede, li adopera, vede i genitori che li adoperano; non parlo solo dei libri ma di tutte le occasioni culturali. Bisogna poi dire che c’è anche una responsabilità della scuola, nel senso che se io quelli che vanno male li abbandono a se stessi “tanto poi andranno a lavorare”… Se consultiamo le liste di mobilità vediamo che il 70% ha la terza media e questi non li piglia più nessuno; le stesse imprese li vogliono quando sono forza-lavoro giovane, ma quando hanno 45 anni si ritrovano troppo giovani per andare in pensione e troppo vecchi per essere assunti. Allora, cosa facciamo di questi, li ammazziamo? Qui è evidente l’uso spregiudicato di una mano d’opera che non ci si preoccupa di mettere in condizione di riciclarsi. E poi ci si lamenta se il tasso di occupazione è basso. Ma se uno va a lavorare a 15 anni, quando ne ha 55 ne ha fatti 40 e vuole andarsene via. E se nella sua vita non ha mai fatto il turista, non ha mai studiato, non si è mai occupato dell’arte o del cosiddetto “ozio creativo”, non è che comincia a farlo a 55 anni; a 55 anni va in pensione e trova un altro lavoro.
Rispetto ai lavori atipici qual è qui la situazione? Come in tutto il Nord c’è una forte diffusione. Il dato poco conosciuto infatti è che queste forme di lavoro si diffondono dove il lavoro c’è, non dove non c’è. A Verona abbiamo una quantità enorme di agenzie di lavoro interinale: se ce ne sono tante vuol dire che si lavora. Poi il fenomeno interessante è che ci sono tantissime donne che seguono questo percorso di inserimento o di avviamento. Quindi questo è un fatto importante. Tra l’altro, più donne al Sud che al Nord. E spesso anche donne non più giovanissime. Qualcuno nel sindacato ha avversato questo fenomeno, secondo me sbagliando, perché tra l’altro questo è un ambito molto più tutelato, per esempio, di molta parte del lavoro cooperativo. Che poi uno non rispetti le regole è un altro discorso, ma la legge dice che il lavoratore interinale ha gli stessi diritti del lavoratore con il quale va a collaborare.
Venendo allora ai contratti di collaborazione… Purtroppo, in alcuni casi, sono delle vere e proprie forme di sfruttamento mascherato. Però anche lì bisogna distinguere, perché l’ideologia è sempre cattiva consigliera in questo caso. Sostenere che tutto il lavoro atipico e le prestazioni coordinate e continuative sono forme di sfruttamento mascherato è sbagliato: per alcuni sono forme di libertà-scelta, nella quale uno si vive come imprenditore, per cui prende qualche cantonata, qualche bastonata, però ha anche delle soddisfazioni; per altri, è vero, sono vere e proprie forme di sfruttamento. Di nuovo, a mio avviso, queste forme di lavoro andrebbero considerate un problema della Confederazione, per cui si dovrebbe poter andare a scovare in tutte le attività le diverse tipologie che entrano in azienda nel corso di un anno e contrattarle, negoziarle, vedere perché vi si fa ricorso, incentivare le aziende che le stabilizzano, contrattare percorsi formativi che possono supplire le carenze e sostenere queste figure.
Quindi si tratta anche di tornare nei posti di lavoro… Non c’è dubbio. Insomma se siamo entrati in una fase post-fordista, il sindacato non può continuare ad essere organizzato come se niente fosse cambiato. Non abbiamo più di fronte la grande fabbrica fordista. Sai quanti ragazzi lavorano, per esempio, nei parchi divertimento o nello spettacolo stagionale? Verona, da questo punto di vista, è un laboratorio straordinario. C’è Gardaland, c’è la Fondazione Arena con tutti gli spettacoli lirici; Verona è la capitale di tutti i dolci delle ricorrenze: i pandori, i panettoni si fanno quasi tutti qua. Per non parlare del lavoro nei campi (siamo tra le principali province agricole d’Italia) e del turismo stagionale al lago di Garda… Insomma, per me la scommessa vincente resta quella di mantener fede a tutti gli impianti originari di solidarietà, di tutela, cercando però, contemporaneamente anche di espandere la capacità di rappresentanza. Secondo questa prospettiva, formazione, mercato del lavoro, servizi sociali, tutele personali diversificate, correlate alle condizioni individuali, diventano strumenti determinanti. E tuttavia questa scommessa la fai se hai di fronte degli interlocutori che in qualche modo condividono con te le esigenze di spostarsi in un gradino più alto della competizione. Se invece il sindacato continua a essere considerato dalle controparti un problema anziché una risorsa, è chiaro che anche per noi diventa più semplice tornare a insediarci nei territori più tradizionalmente favorevoli. Questo però, sia chiaro, non aiuta nessuno, perché i diritti sono come un fiume carsico: per un po’ possono anche scomparire, ma alla fine ritornano fuori. L’esigenza di tutelarsi da parte delle persone, con o senza il sindacato, riemerge sempre. E se anziché esprimersi dentro delle regole, esce come un torrente travolgendo gli argini, ebbene, ciascuno risponderà delle conseguenze. E’ questo che il padronato più intelligente dovrebbe capire. Non si può infatti trascurare la riemergente volontà di aggregazione sindacale da parte di quei soggetti che venivano considerati persi: tantissimi lavoratori atipici stanno riscoprendo l’esigenza di associarsi. Questo discorso, poi, contestualizzato nel nostro territorio, è ancora più urgente: nel Veneto, se non facciamo un salto di qualità, rischiamo di trovarci in una condizione in cui le peculiarità che sono state fino a ieri foriere di successo diventano fattori di impedimento; cioè noi oggi ci troviamo di fronte a problemi di infrastruttura, problemi formativi, finanziari, problemi di ambiente, di tutela della socialità, che impongono di scommettere sulla capacità di alzare il modello.
In effetti molti negli ultimi anni hanno messo in guardia sul rischio che il modello Nord-est sia destinato a soccombere di fronte a una competizione sempre più globalizzata… E’ vero, però bisogna stare attenti, perché a volte c’è una lettura un po’ superficiale di questo modello. Il modello del Nord-est ha avuto certamente la capacità di far fruttare dei fattori di arretratezza facendoli diventare fattori di vantaggio, però non dimentichiamoci che nel Nord-est ci sono imprese di primissimo livello dal punto di vista qualitativo, innovativo, non solo nell’occhialeria, nel tessile-abbigliamento-calzature, ma anche nella meccanica. Non si può sottovalutare questa realtà. La stessa formazione è come un iceberg: c’è la parte che si vede, che non è la parte principale, ma poi c’è la formazione cosiddetta informale, che deriva dalla capacità di far fruttare le conoscenze sul territorio, di mettersi in rete, di costruire relazioni, patrimonio di una forma di imprenditoria diffusa che ha fatto del Veneto una realtà economica importante. Quindi non facciamo l’ideologia del Nord-est, ma nemmeno sottovalutiamo la forza di questo modello. Certo, è chiaro che quando la competizione diventa globale le soglie di competizione si alzano e impongono nuovi standard, e quindi nuovi problemi. Per esempio, come può la piccola-media impresa fare la certificazione di qualità se non viene sostenuta? Come può fare la sperimentazione sui prodotti? Come fa a conquistare il mercato se non ha le camere di commercio che l’aiutano nei rapporti con l’estero; se non ha un sistema locale che diventa un fattore di successo e non semplicemente di impedimento, se non ha i meccanismi della territorialità dal punto di vista finanziario, o per lo smaltimento dei rifiuti, oppure dei percorsi formativi, tutti ben oliati? Competere territorialmente diventa indispensabile per un sistema a piccola-media impresa. Ma questa competizione ci riporta alla questione centrale: bisogna decidere di puntare sulla qualità e non sui costi, investire nella formazione, nella concertazione sociale, nel lavoro delle parti, nella capacità di previsione…
UNA CITTÀ n. 103 / Aprile 2002
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