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Considerazioni e proposte per un rilancio del ruolo del PD con particolare riferimento al Veneto e a Verona E-mail
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Martedì 20 Luglio 2010 12:51
  • COSTRUIAMO L’ALTERNATIVA AL CENTRO-DESTRA
  • RIPARTIAMO DAL PROGETTO E SU QUESTO FONDIAMO LA NOSTRA UNITA’ E IL SISTEMA DELLE ALLEANZE
  • DIAMO FORZA, CONCRETEZZA, VISIBILITA’, FIDUCIA ALL’AZIONE ORGANIZZATIVA

 di Roberto Fasoli

 

Le note che seguono hanno il carattere di proposta; sono frutto di un primo confronto svoltosi il 30 giugno scorso con un gruppo di persone che hanno sostenuto la mia campagna elettorale per il Consiglio Regionale e richiedono un lavoro di approfondimento e di affinamento. Sono indirizzate sia a tutti coloro che mi hanno sostenuto in campagna elettorale, sia a quanti sono interessati a partecipare ad una riflessione politica generale che non trova ancora oggi, sul piano locale, luoghi idonei per svilupparsi.

In sintesi, ci si propone di:

  1. fare il quadro della situazione politica con riferimento all’azione del Governo e al ruolo dell’opposizione;
  2. valutare la situazione interna al PD, anche alla luce dei recenti appuntamenti (Assemblea nazionale del 21-22 maggio e manifestazione contro la manovra del Governo del 19 giugno);
  3. sviluppare una riflessione sulla situazione del PD in Veneto e soprattutto a Verona, tracciando le prime linee di una strategia per il congresso provinciale.

Trattandosi di argomenti vastissimi, si tratta qui di individuare alcune questioni ritenute centrali cercando di mettere ordine logico alla discussione per farne scaturire proposte conseguenti.

 

 

1. IL QUADRO NAZIONALE, L’AZIONE DEL GOVERNO, IL RUOLO DELL’OPPOSIZIONE

La gravità della crisi è sotto gli occhi di tutti e il Governo deve finalmente prenderne atto se pur malvolentieri dopo le sciocchezze dette dei mesi scorsi finalizzate a negare l’evidenza della realtà.

1.1
Il quadro politico attuale è segnato in via prevalente dalla manovra economica che presenta caratteri per noi inaccettabili ben messi in evidenza dai documenti prodotti a livello nazionale ed esposti con chiarezza da Bersani a Roma il 19 giugno (reperibili in:
http://www.partitodemocratico.it/dettaglio/102967/liberta_di_impresa_liberta_dei_consumatori).
Vale la pena sottolineare che é necessario concentrare l’iniziativa su questa manovra ingiusta ed inefficace non solo per modificarla in profondità ma anche per far emergere tutte le contraddizioni che stanno mettendo in grave difficoltà il centro-destra.

La manovra colpisce prevalentemente due soggetti: pubblici dipendenti e regioni/autonomie locali (province e comuni). Se noi sapremo agire con intelligenza e determinazione possiamo ottenere una serie di obiettivi importanti.

L’attacco pesantissimo alle condizioni di lavoro e contrattuali dei pubblici dipendenti rileva tutto il carattere punitivo e strumentale nei confronti di una realtà che si vuole indicare come parassitaria e fonte di spreco, svelando così il vero volto delle proposte di Brunetta e della Gelmini. Altro che qualificazione della pubblica amministrazione! Tagli indiscriminati senza alcuna attenzione alla qualità così come per le regioni e gli enti locali.

Il taglio delle risorse alle regioni e agli enti locali evidenzia, poi, che il progetto federalista del centro-destra non ha alcuna possibilità di successo e per questa via si mette in grave difficoltà la Lega che ne aveva fatto il centro della sua iniziativa al quale destinare ogni energia accettando i più squallidi compromessi. I tagli sono indiscriminati, penalizzano le realtà virtuose, prevalentemente del Nord, tutelano i ministeri, ri-centralizzano la spesa e le decisioni, alla  faccia del federalismo invocato.

Sul fronte delle entrate le proposte rasentano la comicità. Non è possibile né credibile invocare la lotta all’evasione da parte di un Governo che come primo atto ha cancellato tutte le iniziative anti-evasione del Governo Prodi, che convive in modo imbelle con un imponibile non dichiarato di 270 miliardi e conseguenti mancate entrate pari a oltre 120 miliardi (5 volte la manovra attuale di Tremonti), che ha condonato gli evasori con lo scudo fiscale per oltre 100 miliardi di capitali illegalmente esportati, recuperandone solo un modesto 5%. Tutto ciò ci dice che serviranno altre manovre correttive.

Le nostre proposte sono concrete e sagge e devono essere spiegate con cura e con chiarezza facendo capire bene che noi avremmo affrontato in modo radicalmente diverso il problema fin dall’inizio e che anche oggi, se pur dall’opposizione, possiamo intervenire distribuendo in modo profondamente diverso i sacrifici spostandoli dal lavoro alle rendite e ai patrimoni, dalle regioni e dagli enti locali ai ministeri, da chi paga le tasse regolarmente agli evasori.

Capitalizzare non in modo effimero le tantissime proteste che salgono da tutto il Paese deve essere nostro compito principale e potremo farlo tanto più saremo chiari, convincenti, determinati, uniti nella nostra azione senza perderci in dibattiti folli sul termine “compagni” o sul ruolo della massoneria (certamente importante ma non certo in testa, oggi, alle preoccupazioni degli italiani).

Questo è un primo punto sul quale le crepe all’interno del centro-destra si fanno ogni giorno più evidenti e ciò li obbliga a tentare di spostare l’attenzione con proposte come quelle sulla modifica dell’articolo 41 della Costituzione o sull’Inno di Mameli. Certamente sulla manovra verrà posta l’ennesima fiducia da parte di un Governo sempre più diviso al proprio interno.

E’ nostro compito tenerli inchiodati al punto ed obbligarli  a rispondere delle loro azioni.

1.2
Una seconda questione, non meno rilevante, è la legge contro le intercettazioni che costituisce una ferita profondissima alla libertà di informazione e un danno gravissimo per il lavoro della Magistratura, alla quale si vuole impedire di accertare i reati in una logica di impunità guadagnata con il consenso popolare che esimerebbe da ogni rispetto della legalità. La vicenda Brancher è illuminante dello stato di confusione nel quale il Governo si trova e delle difficoltà nelle quali si dibatte la maggioranza. E’ un altro punto di contrasto non solo con Fini ma anche con la Lega che non sa più come giustificare al Nord i bocconi amari che quotidianamente ingoia in un silenzio imbarazzato che non può continuare a lungo, pena la perdita progressiva di consensi e di credibilità. L’intera vicenda non è che un capitolo del progetto teso a smantellare progressivamente la nostra Costituzione esibita come impedimento al “buon Governo”. Anche su questo punto dobbiamo intensificare l’iniziativa.

1.3
Una terza questione, per noi più imbarazzante e complicata, è la vicenda di Pomigliano e tutto ciò che ad essa si lega. E’ molto grave essere arrivati a questo punto senza essere riusciti in nessun modo a prevenire i problemi e le profondissime lacerazioni nel sindacato che certamente non nascono oggi, ma che la vicenda ha ulteriormente approfondito. Ci troviamo oggi in una difficoltà colossale. Qualsiasi soluzione si segua ha un indice altissimo di pericolosità. Ecco allora che dobbiamo prendere l’occasione per tornare ad affrontare a tutto tondo i problemi del lavoro e la questione sindacale in piena autonomia, con grande rispetto del pluralismo, senza paure, subalternità, collateralismi, reticenze proprio nell’interesse del sindacato e dei milioni di lavoratori e pensionati che esso ancora oggi rappresenta. Solo con una discussione vera è possibile superare le difficoltà attuali e lavorare per riaprire il cantiere dell’unità senza il quale il lavoro dipendente ha un destino segnato in termini di declino.

Probabilmente a questo punto era impossibile non siglare l’accordo, magari come presa d’atto e verbalizzando le inaccettabili violazioni della contrattazione e dei diritti indisponibili, ma  è certo che, come Partito, non possiamo cavarcela dividendoci tra intransigenti e riformisti. Le questioni sono ben più profonde e complesse e serve a poco coltivare l’illusione che la vicenda si fermi lì, visto il carico di ideologia che il Governo ci ha messo sopra. Berlusconi e il suo Governo usano ogni occasione per dividere il sindacato e mostrarne l’inutilità se non in un quadro di accettazione delle regole del gioco dettate dall’Esecutivo. Ma proprio perché conosciamo il progetto dobbiamo attrezzarci per contrastarlo nel medio-lungo periodo e non offrire occasioni  all’avversario con logiche e comportamenti del passato. Una profonda riforma del sindacato è da tempo necessaria ma ad essa non si arriva con le scomuniche e le demonizzazioni ne’ perdendo la propria autonomia in termini di elaborazione e di progetto. In sintesi la questione Pomigliano ci obbliga ad affrontare in modo rigoroso e radicale le questioni del lavoro a tutto tondo, ma di quello dipendente e di quello manuale in particolare, senza dimenticare il tema del sindacato, della sua riforma e della sua unità. Non possiamo più limitarci ad una comoda ed opportunistica equidistanza o peggio ad una lotta tra tifoserie opposte. Rischieremmo di perdere ogni credibilità soprattutto in settori sociale che manifestano da tempo poca propensione al voto verso il PD.

Questi sono a nostro giudizio tre temi sui quali va sviluppata l’iniziativa del Partito Democratico e sui quali possiamo ottenere un significativo consenso a condizione di saperci muovere con intelligenza. Dobbiamo sapere che il centro-destra farà fatica a trovare soluzione a questioni che si stanno facendo di giorno in giorno più complicate. Noi dobbiamo stare in campo senza paura e senza subire ricatti. Se Berlusconi cercherà la prova di forza minacciando le elezioni anticipate deve sapere che noi siamo in campo con un progetto alternativo preciso a partire dal quale costruire le alleanze ponendo fine una volta per tutte ai politicismi e ai tatticismi di maniera. Non  abbiamo la presunzione dell’autosufficienza e non coltiviamo nostalgie per schieramenti tanto ampi quanto inconcludenti. Siamo però pronti a percorrere le strade necessarie a dare un governo serio e credibile a queste Paese con le forze che dichiarino condivisione di un progetto alternativo a questo centro-destra.

La nostra opposizione deve caratterizzarsi per chiarezza, determinazione, capacità di confronto e di iniziativa unitaria, ponendo fine a polemiche e divisioni interne spesso basate su vecchie logiche di appartenenza che non interessano più né gli iscritti, né gli elettori.

 

2. LA SITUAZIONE E LE PROSPETTIVE DEL PD DOPO L’ASSEMBLEA NAZIONALE DEL 21-22 MAGGIO

 L’Assemblea Nazionale del PD del 21-22 maggio 2010 segna un passaggio importante in positivo per una serie di ragioni di metodo e di merito.
Sarebbe importante verificare se dentro il PD condividiamo o meno questa valutazione dalla quale seguono comportamenti e scelte ben definite.

2.1
Sul piano del metodo per la prima volta il massimo organismo del PD è stato chiamato a svolgere un ruolo che non fosse di ascolto passivo e di presa d’atto. I lavori nelle sei commissioni sui temi proposti (Istituzioni, Università e Ricerca, Lavoro, Giustizia, Europa, Green Economy) hanno permesso un confronto serio ed approfondito non privo anche di contrasti, come nella commissione lavoro, molto utile per permetterci di elaborare una proposta seria di alternativa di governo al centro-destra. I documenti (reperibili in:
http://www.partitodemocratico.it/allegatidef/DOCUMENTI%20PD_%20per%20il%2019_DEF103199.pdf) devono andare adesso alla discussione dei circoli per tornare poi a livello nazionale ed essere definitivamente licenziati con tutte le modifiche necessarie scaturite dalla discussione nei territori.

Finalmente una scelta seria che chiama tutti alla responsabilità della decisione. Nella prossima Assemblea nazionale prevista per i giorni 8 e 9 ottobre saranno indicativamente affrontati, in base a quanto ha detto Bersani nella relazione e nelle conclusioni, i temi del fisco, della scuola, dell’immigrazione, dell’agricoltura, dei diritti costituzionali, dell’informazione e della comunicazione, del Mezzogiorno.

Si tratta di un passo avanti molto importante che obbliga tutti ad uscire dai tatticismi e a misurarsi sulle proposte concrete.

2.2
Sul piano del merito i documenti contengono idee molto interessanti che vanno certamente approfondite, ma costituiscono una buona base per un confronto finalmente sulle cose da fare.

2.3
Questo risultato è stato possibile perché la segreteria nazionale unitariamente ha deciso di provare a dare una svolta ad una situazione che rischiava di mettere il PD ai margini della scena politica.

Alla bella e lucida relazione di Bersani (reperibile in:
http://www.partitodemocratico.it/dettaglio/100360/la_relazione_di_pier_luigi_bersani) sono seguiti interventi di merito che anche là dove hanno espresso opinioni diverse, sono stati tutti accomunati dalla volontà di provare ad imprimere una svolta alla vita del partito mettendoci definitivamente alle spalle le divisioni del congresso per guardare avanti e puntare a costruire un partito per i “nativi democratici”, come li ha chiamati Bersani.

Certo ci sono state anche alcune note stonate: la scarsa presenza, i capannelli attorno ai leader in sala nel corso del dibattito, qualche  inutile accento polemico di alcuni (pochi), ma per il resto, si percepivano un clima diverso, diffuso e trasversale alle vecchie appartenenze, ed una consapevolezza di dover imprimere una svolta radicale alla vita del nostro partito.

Si tratta di capire se siamo in presenza di una scelta consapevole e condivisa o di una semplice ed ennesima forma di tregua interna in vista di prossime baruffe.

Il tentativo di Bersani e di tanta parte del gruppo dirigente é di avviare una fase nuova partendo dalla consapevolezza della gravità della situazione politica economica e sociale del Paese e dall’esigenza di mettere il PD nella condizione di farvi fronte nel modo migliore.

2.4
Se questa valutazione è corretta, ne conseguono scelte ben precise che proviamo a indicare.

E’ finita la contesa congressuale e quindi chi si attarda in battaglie di schieramento basate sulle vecchie appartenenze lavora contro il PD e la possibilità/necessità di costruire un partito per i “nativi democratici”.

Il PD è chiamato con urgenza a costruire una proposta alternativa da mettere in campo al più presto per creare le condizioni per uno schieramento alternativo al centro-destra e capace di preparare giorni migliori per l’Italia, come diceva il titolo della Assemblea.

Il PD chiama in causa le realtà di base e tutti i propri iscritti ai quali chiede di avviare un confronto di merito capace di coinvolgere anche altri soggetti allargando la nostra capacità di raccogliere consensi e adesioni. Il confronto si sposta dalla composizione dei gruppi dirigenti e dalle regole al merito del progetto. Sulle regole e sullo statuto un buon lavoro di sintesi ha permesso di evitare le divisioni della vigilia tanto che non è stato presentato alcun emendamento alle modifiche proposte dalla commissione nonostante i tamburi di guerra dei giorni precedenti suonati da alcuni.

Il conforto a questo giudizio è venuto dal discorso di Bersani alla manifestazione nazionale contro il decreto del 19 giugno al Palalottomatica di Roma (reperibile in:
http://www.partitodemocratico.it/dettaglio/102503/cambiamo_la_manovra_paghi_di_piu_chi_ha_di_piu). E’ stato un discorso brillante nei toni e preciso e propositivo nel merito con una preoccupazione in più che Bersani non ha taciuto: si rileva infatti che molta stampa, anche nostra amica, accredita e alimenta la sensazione che il PD non abbia nulla da dire sulle questioni di attualità e di prospettiva, annullando ogni sforzo di elaborazione. Insomma facciamo notizia quando litighiamo e ci dividiamo, meno quando avanziamo, come in questi due casi, proposte precise e di merito che non hanno trovato adeguato spazio sui mezzi di comunicazione.

C’è il pericolo gravissimo che si faccia strada la convinzione che alla crisi del centro-destra non corrisponda una possibile alternativa del centro-sinistra e quindi non resti che rifugiarsi nell’antipolitica, nel non voto o nella speranza di fantomatici governi tecnici o di unità nazionale. Se passa questa linea di pensiero ogni sforzo rischia di essere vano.

Per questa ragione é ora più che mai sia necessario abbandonare vecchie logiche, lavorare sul progetto, costruire a partire dal merito la nostra unità interna e il sistema delle alleanze. La situazione è talmente grave e a rischio, per tutte le cose dette sopra, che serve un radicale gesto di rottura con il passato ed un’inedita volontà e consapevolezza delle responsabilità alle quali siamo chiamati.

Su questo dobbiamo verificare se nel partito la pensiamo tutti allo stesso modo perché diversamente è assai difficile far fronte alle difficoltà di oggi. C’é l’assoluta necessità di gesti concreti di ripartenza del partito su nuove basi se non vogliamo rischiare la marginalità politica. Par di capire, dai comportamenti di alcuni, che ci sono persone che ritengono di poter continuare come prima. Evidentemente hanno altre priorità più concretamente indirizzate verso obiettivi diversi dalla crescita di un partito realmente nuovo o più prosaicamente centrate sul proprio destino personale.

 

3. IL PD NEL VENETO E A VERONA

 Abbiamo già analizzato gli esiti deludenti del voto nella nostra regione e nella nostra provincia. Sul sito regionale del partito sono stati pubblicati diversi interessanti contributi e abbiamo discusso con gli istituti specializzati le ragioni e le caratteristiche della nostra sconfitta.

Resta il fatto che bisogna mettersi nelle condizioni per ripartire. Se sono corrette le osservazioni fatte fino ad ora è evidente che un rilancio del partito in Veneto passa per una forte capacità unitaria di iniziativa sulla base di proposte concrete fondate sulla realtà del nostro territorio.

A questo fine serve un lavoro coeso del partito, del Gruppo consigliare regionale, dei parlamentari, dei sindaci, dei territori.

3.1
Il Gruppo consigliare regionale ha fino ad oggi svolto un buon lavoro trovando al proprio interno un livello di unità e una coesione importanti aldilà delle vecchie appartenenze. Non tutti i problemi sono risolti ma la direzione è quella giusta e pienamente in sintonia, pare, con le esigenze della situazione politica nazionale e locale. 

Non altrettanto si può dire del partito regionale, dove prevalgono ancora le vecchie logiche che spingono alcuni a pensare che sia possibile continuare come prima.

Ciò si è riscontrato anche recentemente con comportamenti del tutto contraddittori rispetto alle sollecitazioni nazionali. Non si è voluto riaprire il tesseramento per permettere anche ai nuovi iscritti di votare, restando così legati alla vecchia indicazione nazionale per la quale solo gli iscritti alla data del 21 luglio 2009 che abbiano rinnovato l’iscrizione per il 2010 possono partecipare ai congressi con diritto di voto attivo. In un primo momento era venuta la richiesta alla Segretaria perché sollecitasse l’Assemblea nazionale a decidere per una apertura e poi, una volta ottenuta la possibilità, si è fatta mancare per due volte in Direzione regionale la maggioranza necessaria per decidere in questo senso. Aldilà della singola questione sono l’idea di partito e la valutazione della fase politica ad essere diverse e così i congressi territoriali -invece di essere luogo di discussione e di iniziativa sulla base del “nuovo corso” nazionale- rischiano di diventare, con buona probabilità, tradizionali confronti tra gruppi dirigenti per il controllo dei circoli, dei coordinamenti cittadini, dei provinciali.

A ciò si aggiunge una difficoltà ulteriore legata all’efficienza della Direzione regionale nel suo complesso alla quale, invece di rispondere con una ripresa unitaria del confronto sul merito e sulle scelte organizzative per arrivare a soluzioni efficaci e condivise, si tenta di dare risposta con un tentativo goffo e maldestro di riprendere il controllo sul partito con scelte e decisioni costruite fuori dai gruppi dirigenti e dettate da logiche di potere. Ciò sta provocando una situazione di grave difficoltà che ha portato per l’ennesima volta alla mancanza del numero legale nell’Assemblea regionale del 26 giugno, che non ha quindi potuto assumere decisioni.

Per fortuna sembra farsi strada, se pur tra molte incertezze, l’idea trasversale che anche in Veneto serva uno scatto e una ripresa del confronto unitario per sviluppare un’iniziativa adeguata a livello regionale e nei territori, consapevolezza sostenuta da una buona tenuta, almeno per ora, del gruppo consigliare regionale. Certo è che senza un vero chiarimento politico si rischiano giorni molto difficili per il partito regionale e per il suo gruppo dirigente e ad oggi non è affatto chiaro come sia possibile uscire dalle difficoltà.

Tutto ciò complica non poco anche le vicende territoriali che si muovono con tempistiche, contenuti, scelte organizzative non coordinate centralmente. Il nodo da risolvere è quale profilo vogliamo dare all’istanza regionale. Se pensiamo che sia un mero centro di coordinamento allora è evidente che tutta l’attenzione si sposta sulle realtà provinciali, dal controllo delle quali si pensa di far derivare una posizione di potere nel partito. Ma senza nulla togliere all’importanza strategica dei territori, non si fa politica in Veneto senza una forte iniziativa a livello regionale e non si riesce a mettere in difficoltà il centro-destra e la Lega se non li si incalza sul merito e mettendo in evidenza le loro contraddizioni.

3.2
A Verona la situazione rispecchia per certi versi questo clima. Il partito è ai minimi termini quanto a risultati elettorali e nonostante gli sforzi pregevoli di alcuni non brilla certo per iniziativa. I risultati delle elezioni regionali hanno messo in evidenza uno scollamento forte tra gli iscritti al partito e gli elettori. Ne sono chiara indicazione le preferenze raccolte dai candidati. Nonostante nessuno a parole si dica contrario, non si riesce a costruire una sede di decisione per definire una proposta programmatica chiara e un assetto dirigente condiviso da sottoporre alla discussione congressuale. Le varie riunioni della Direzione provinciale si sono trascinate stancamente in analisi ripetitive del voto ed hanno sempre rinviato le decisioni, così che siamo ormai all’estate senza avere una proposta chiara e tutto si giocherà alla ripresa post feriale con i congressi alle porte.

Quanto sia indispensabile un rilancio unitario del partito a Verona lo capisce chiunque abbia un po’ di buon senso, ma sembrano prevalere altre logiche. Altrettanto evidente è l’esigenza di definire una proposta organizzativa, a tutti i livelli, a partire dal segretario provinciale, che sia frutto di un accordo vero e condiviso pienamente. Ma tutto si muove sotto traccia e si susseguono riunioni di varia natura tra singole sensibilità e realtà senza un tavolo né ufficiale né unitario che obblighi tutti a scoprire le carte e a dichiarare i giochi.

Per questa ragione é indispensabile rompere ogni indugio e proporre uno schema di ragionamento da offrire al confronto collettivo senza alcuna pretesa di esaustività ma almeno di definire l’agenda dei problemi.

3.2.1
Se le valutazioni esposte fin qui sulla fase politica e sui pericoli che corriamo sono condivise, è abbastanza agevole indicare i punti di iniziativa sulla base delle indicazioni nazionali adattandoli alla realtà territoriale:

  • il tema della scuola e della formazione come scelta di libertà per le persone
  • il tema del lavoro come condizione dell’autonomia
  • la difesa dei diritti e della legalità per garantire l’uguaglianza
  • la riforma della politica per far rinascere la fiducia tra i cittadini e i loro rappresentanti.

A ciò si deve aggiungere una proposta su Verona, alla quale lavorare assieme capitalizzando le elaborazioni recenti e passate, ovviamente aggiornando alcune proposte e avendo cura di indicare le priorità.

Un lavoro certo non facile ma nemmeno impossibile se c’è la volontà. Del resto nel febbraio del 2008 approvammo un documento comune che fu alla base della decisione di sostenere la candidatura dell’attuale segretario. Un buon documento con un titolo impegnativo: “Contributo di idee per l’azione il radicamento del Partito Democratico nella provincia di Verona”. Peccato che senza vera convinzione unitaria non abbia avuto seguito. Molte delle indicazioni contenute nel documento mantengono una loro validità anche oggi.

3.2.2
Da una condivisione delle scelte politiche consegue l’idea di una organizzazione coesa, forte, incisiva, visibile perché presente e tempestiva nel prendere le iniziative. L’idea è che:

  • accanto ad un segretario capace e riconosciuto, che non sia solo ripiegato sul partito ma sappia dialogare con la realtà esterna, è necessario che  si costituisca una segreteria ristretta formata da persone preparate politicamente e in grado di garantire oltre alla qualità del dibattito anche buoni livelli di operatività sui settori di iniziativa loro assegnati. Non ha dato buoni frutti la scelta di nominare un esecutivo largo da parte del segretario ed è quindi preferibile una struttura ristretta ed operativa;
  • al segretario vada riconosciuto un contributo economico congruo per permettergli/le di operare nel partito con continuità e non a tempo perso. Si evita così il pericolo di assegnare la carica solo a chi ha già altre entrate o può permettersi un impegno continuativo anche senza alcun riconoscimento economico;
  • vada previsto un sistema serio e regolato di rimborsi spese per chi opera per il partito in ruoli ufficiali;
  • non ci sia alcun bisogno di pagare figure di organizzazione, dato che questo lavoro potrebbe essere svolto dal segretario e dall’apparato esecutivo, ovviamente con l’aiuto di una o più persone ma non a titolo oneroso. Con le risorse provenienti dal regionale nella distribuzione ai territori dei proventi della campagna elettorale per le regionali, come deciso a Roma, si possono alleggerire le spese dell’apparato e, se possibile, retribuire una figura che si dedichi all’informazione e al sistema di comunicazione interno ed esterno del partito;
  • accanto alla segreteria provinciale vada prevista una Direzione non molto numerosa in grado di assumere decisioni e vada valorizzato il lavoro dell’Assemblea Provinciale anche attraverso un suo coinvolgimento nei forum (che dovranno essere ripensati radicalmente per farli diventare luoghi di elaborazione e di proposta di qualità per tutto il partito capaci anche di dialogo e di confronto con l’esterno).

Il Coordinamento cittadino, poi, va ripensato in un più stretto rapporto con il Consiglio comunale e le Circoscrizioni, in uno schema di costante confronto e collaborazione senza però esaurirsi nella trattazione dei temi amministrativi.

I Circoli vanno rilanciati con organismi dirigenti più snelli ed operativi e con iniziative di maggiore spessore politico che non si esauriscano nella pur importantissima presenza sul territorio per la raccolta di firme su iniziative singole e settoriali. Nei Circoli va rilanciata la discussione politica anche sui temi generali, con l’aiuto degli organismi dirigenti provinciali e delle figure istituzionali. E’ dai Circoli che parte il lavoro sul territorio e la selezione di una nuova classe dirigente da sperimentare nella direzione quotidiana senza improvvisazioni. Su questo terreno si sono registrati segnali interessanti da parte di molti circoli.

E’ altrettanto importante valorizzare i coordinamenti di zona con il compito di sostenere l’attività dei Circoli e coordinare l’azione del partito in aree omogenee della nostra provincia, senza per questo creare realtà separate e distinte o ulteriori livelli congressuali. Si tratta di strutture con funzioni organizzative e operative che non si devono sovrapporre in modo gerarchico ai Circoli che rimangono titolari della loro azione politica.

Il partito dovrà prestare la massima attenzione alla attività formativa privilegiando le grandi questioni ideali e sapendo dosare con intelligenza le attività preparatorie per ruoli specifici. Dovrà dotarsi inoltre di un luogo di riflessione e di iniziativa sui nuovi linguaggi e sulle nuove frontiere della comunicazione.

Va affrontato il tema dei giovani per evitare di creare realtà perennemente parallele al partito senza alcun fecondo rapporto di reciproca contaminazione, evitando di lasciare ai giovani il compito di muoversi sui terreni considerati più delicati o di confine.

Infine, forse il problema più difficile da affrontare e risolvere e cioè quello della parità di genere all’interno degli organismi dirigenti del Partito Democratico. Si deve aprire una riflessione vera ruolo delle donne nel partito per uscire dall’attuale grottesca situazione che mentre afferma la parità, pratica la marginalizzazione. Bisogna avere il coraggio di discutere alla luce del sole senza paure e opportunismi del problema, per evitare continue sterili polemiche e abbandoni da parte di persone che non accettano di essere prese in giro. E’ necessario anche a questo proposito evitare le finte e accettare un confronto serio, se serve anche aspro, che porti però a soluzioni che siano realmente non solo condivise ma anche rispettate a tutti i livelli senza artifici per aggirare norme statutarie che nessuno, o quasi, applica correttamente.

Ovviamente non si tratta che di appunti per una proposta congressuale tutta da costruire ma deve essere possibile attraverso la discussione arrivare a proposte unitarie, accettando tutte le mediazioni necessarie in un quadro di condivisione sostanziale.

3.2.3
Da questa impostazione discenderebbe un preciso percorso congressuale coerente con l’analisi politica (usiamo il condizionale perché troppe volte nel partito si sono registrati comportamenti incoerenti con le premesse politiche che si dichiarava di condividere).

L’ipotesi principale e coerente con la valutazione politica della fase è quella di fare un congresso unitario con una proposta programmatica e organizzativa condivise, indicando un segretario/a ed un assetto complessivo del gruppo dirigente che sia garante per tutti ed in grado di rilanciare il partito lavorando con un gruppo di persone capaci di tenere fede agli accordi e soprattutto di ridare forza e fiducia all’azione del partito.

Se, per una serie di ragioni, ciò non dovesse essere possibile non resta che lavorare per costruire una proposta congressuale con chi condivide questa impostazione politico-organizzativa esprimendo un candidato/a condiviso. E’ però un rischio concreto andare dai nostri iscritti con più proposte tra loro in competizione per raccogliere la maggioranza dei consensi. Se fossimo in una condizione normale potrebbe perfino essere un arricchimento della discussione. Oggi rischia di aumentare la delusione e di favorire l’abbandono. Per la verità corre altrettanti rischi una proposta che non sia frutto di vera condivisione ma riproponga un’unità solo di facciata.

In ogni caso bisogna tentare un ragionamento aperto e leale con tutte le anime del partito superando i vecchi e i nuovi steccati, per non restare prigionieri di logiche paralizzanti. La situazione è talmente grave da richiedere coraggio e capacità di proposta che non siano legati a logiche di mera autotutela del gruppo di appartenenza, come purtroppo sta ancora succedendo a Verona.

E’ necessario costruire la proposta nel corso dell’estate arrivando a formalizzarla all’inizio del mese di settembre dopo un passaggio ampio di consultazione che ci vedrà impegnati  nella ricerca del dialogo e della discussione con tutte le espressioni del nostro partito.

 

Verona, luglio 2010

 

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