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CONSIDERAZIONI IN OCCASIONE DELLA MORTE DI ANTONIO GIOLITTI E-mail
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Giovedì 18 Febbraio 2010 13:26

Serve una grande riflessione culturale e politica per far nascere un partito nuovo

 

di Roberto Fasoli

 

I giornali di ieri, 9 febbraio 2010, riportavano con un certo risalto la notizia della morte di un grande uomo politico italiano, Giovanni Giolitti (1915-2010). I titoli dei quotidiani erano molto eloquenti. “Giolitti. Il politico gentiluomo che scelse il riformismo” scrive Nello Ajello su “la Repubblica” che nell’occhiello aggiunge:” E’ scomparso a 95 anni. Padre della Costituente, partigiano, uscì dal Pci dopo il ’56 e scelse il Psi: fu ministro del Bilancio e ispiratore delle politiche economiche”.Di spalla un ricordo di Giorgio Ruffolo: “Carismatico e ironico”. Sul “Corriere della Sera” due articoli. “Antonio Giolitti, il riformista che disse no al Pci. Lo strappo dopo la repressione in Ungheria. Negli Anni 80 le critiche a Craxi: fa spettacolo” di Dino Messina e a fondo pagina un ricordo di Giorgio Napolitano curato da Marzio Breda:” Napolitano ricorda il ’56: io contro di lui, un errore. Ma ci riconciliammo. Mi guidò già prima dell’approdo in Parlamento”.

 

 Con Giolitti scompare un’altra grande figura della sinistra italiana e proprio nei giorni in cui esce uno speciale monografico di “MicroMega” n.2/10 dedicato al grande filosofo Norberto Bobbio, che raccoglie gli scritti pubblicati sulla rivista e un inedito su “Sinistra e pensiero conservatore”.

Bobbio è un altro grande personaggio della cultura politica italiana di sinistra.

 

Questi due fatti mi hanno suggerito alcune riflessioni.

 Bobbio e Giolitti sono accomunati da una lunga militanza nelle file del Partito Socialista Italiano se pur con storie e responsabilità diverse. Entrambi personaggi scomodi e dotati della rara qualità per un politico quale quella di non accettare le soluzioni più accomodanti e a portata di mano e di continuare a interrogarsi, con grande spirito critico, sulle grandi questioni che la sinistra ha dovuto affrontare nel corso della sua storia e in particolare nel corso del novecento.

 

Gli articoli sopra citati vanno letti con attenzione e suggeriscono l’idea che sia necessario riprendere al più presto una riflessione critica sulla storia della sinistra italiana con riferimento in particolare alla questione comunista e alla questione socialista. Proprio “La questione socialista” è il titolo di un libro scritto da autori vari, tra cui Bobbio e Giolitti, che ne fu anche il curatore assieme a Vittorio Foa, per i tipi di Einaudi, nell’ormai lontano 1987. Il sottotitolo era:”Per una possibile reinvenzione della sinistra”. Questo libro riprendeva il discorso avviato in “Lettere da vicino”, con lo stesso sottotitolo, pubblicato all’inizio del 1986 che aveva come interlocutore privilegiato il Partito Comunista Italiano, e, assieme ad altri testi, tentava di aprire una riflessione critica nella sinistra prima degli avvenimenti che travolsero la storia con la caduta del muro di Berlino del 1989.

Se ne fece poco o nulla perché quelle voci tanto autorevoli, quanto poco ascoltate, predicavano al vento. I gruppi dirigenti dei partiti di allora avevano altro di cui occuparsi e i risultati si sono visti.

 

Vittorio Foa, altro indomabile personaggio, protagonista di entrambi i libri, non demorde e nel 2002 scrive con Miriam Mafai e Alfredo Reichlin un libretto intitolato:”Il silenzio dei comunisti”, sempre per Einaudi ed è inutile dire che fa la fine dei precedenti.

 

Quella discussione mancata ha avuto pesantissime conseguenze impedendo alla sinistra italiana di anticipare una serie di scelte che è stata poi costretta a compiere spinta dall’incalzare degli avvenimenti più che da una riflessione critica che era già possibile allora. Da anni ormai non si discute più di grandi temi se non spinti dalla quotidianità dell’informazione e non è un caso se proprio pochi mesi, luglio 2009, fa un altro importante intellettuale italiano, Alberto Asor Rosa, ha pubblicato per Laterza una lunga intervista intitolata “Il grande silenzio. Intervista sugli intellettuali”, a cura di Simonetta Fiori.

 

E’ proprio questo il problema che deve affrontare oggi il Partito Democratico: riprendere una riflessione politica e culturale di grande spessore senza la quale non si va da nessuna parte. Non nascono grandi partiti senza grandi culture e non basta ricordare le radici per aver risolto il problema.

 

La penso così da parecchio tempo e ne ho scritto più volte. L’anno scorso in un documento del marzo 2009 (disponibile sul mio sito www.robertofasoli.it nella sezione “Documenti” ), dedicato alla riflessione sulla crisi e sulle prospettive del Partito Democratico subito dopo le dimissioni di Veltroni, intitolato”E’ possibile riaccendere la speranza?”, scrivevo quanto segue.

 

 “Certamente sono stati commessi molti errori nella breve vita del PD fino ad oggi, ma sarebbe semplicistico pensare che basti cambiare una persona o un gruppo di persone perché tutto si sistemi.

Bisogna chiedersi come mai è successo tutto questo e capirne le ragioni profonde che non sono solo quelle, pur importanti, di carattere soggettivo.

Ecco allora che l’analisi da svolgere diventa estremamente impegnativa e richiede un lavoro di lungo periodo che non possiamo continuamente rimandare.

 

La storia politica, economica e sociale non solo dell’Italia, ma dell’Europa e del mondo intero è radicalmente cambiata a partire dall’ultimo quarto del secolo scorso. La grande trasformazione che si è realizzata sta dispiegando oggi pienamente le sue conseguenze. Alain Touraine, con la consueta lucidità, compie un’analisi profonda di quanto è avvenuto nel suo ultimo libro, “La globalizzazione e la fine del sociale. Per comprendere il mondo contemporaneo”, pubblicato da Il Saggiatore nel 2008. Ma non sono certo mancati in questi anni gli studi che hanno analizzato i grandi cambiamenti.

Il problema è che noi non abbiamo saputo metterli a frutto tranne che a parole. Nella pratica delle grandi organizzazioni di massa, tra cui i partiti, tutto è più o meno andato avanti come prima, salvo accorgersi, e non è una novità, che alle elezioni, ormai da tempo, non ci vota più il vecchio insediamento sociale di cui il PCI e la DC erano espressione. Al PD è mancato un rapporto con un ceto intellettuale che elaborava politica. Nelle scuole di partito ormai si preparano dei piccoli amministratori, non persone che vengono incitate ad incuriosirsi o ad imparare, si costruiscono spesso delle giovani fotocopie degli attuali gruppi dirigenti. Insomma non siamo riusciti a saldare con la pratica politica quelle analisi teoriche che, anche in Italia, si sono sviluppate negli ultimi anni. Mentre nel mondo succedeva di tutto, le grandi organizzazioni sociali hanno mantenuto inalterato il loro profilo salvo piccoli aggiustamenti più dettati dalla tattica che da profonda e motivata convinzione.

 

 Non è certo questa la sede per sviluppare questo discorso, ma è necessario ribadire che se non si riprenderà con forza un serio lavoro di analisi e di progetto e si resterà ai giochi della tattica politica saremo condannati per lungo tempo alla sconfitta e non basta nemmeno evocare magicamente il discorso dei giovani, delle donne, delle nuove tecnologie. Senza un progetto politico ed una nuova “narrazione”, che non si improvvisano, la nostra difficoltà è destinata a durare.

 

Questa consapevolezza dovrebbe animare il futuro gruppo dirigente del PD ed essere considerata una priorità assoluta, almeno quanto la necessità di costruire un nuovo gruppo dirigente realmente nuovo e credibile del quale non possiamo più fare a meno.”

 

Nei mesi successivi, con l’apertura del dibattito congressuale legato alle candidature per l’elezione del nuovo segretario nella “scaletta” introduttiva (disponibile sul mio sito) per le assemblee a sostegno della mozione Bersani sono tornato sul tema scrivendo che bisognava avviare una riflessione strategica ed ho anche provato a indicare alcuni punti di criticità. Ho scritto testualmente quanto segue.

 

“Al di là degli errori commessi ci sono, o meno, questioni strategiche, non legate alle nostre vicende interne, sulle quali la nostra analisi ha segnato il passo dimostrandosi inadeguate rispetto ai tempi?

Questo è il secondo interrogativo al quale bisogna dare risposta. A nostro giudizio la capacità di lettura dei profondi cambiamenti in atto nel mondo a livello economico, sociale, culturale e politico è stata inadeguata. Bisogna individuare con precisione le nuove domande che ci pone il nuovo secolo e cercare di dare le risposte più concrete e convincenti.

Anche a questo proposito la mozione Bersani fa uno sforzo importante indicando almeno tre grandi questioni alle quali è necessario dare risposta e cioè:

  1. Quanta disuguaglianza può reggere la società?
  2. Quale rapporto tra oligarchie economiche e istituzioni democratiche?
  3. Come realizzare un modello di sviluppo rispettoso dell’ambiente?

Molte altre potrebbero essere le domande da indicare. A titolo di esempio ne ricordiamo alcune.

  • In primo luogo i temi della globalizzazione dell’economia e le trasformazioni del sistema produttivo e del welfare.
  • La pervasività delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione e le loro ricadute non solo sull’economia ma anche sulle persone, sulle mentalità, sull’idea di cittadinanza e sulla stessa pratica della democrazia. In questo quadro il ruolo dell’informazione assume una centralità inedita.
  • Le trasformazioni demografiche con particolare attenzione all’invecchiamento della popolazione nei paesi sviluppati con i conseguenti problemi che ne derivano anche in termini di rapporto tra le generazioni.
  • La crescita costante della presenza delle donne nel lavoro e nella società senza che ciò si sia ancora tradotto in un adeguato riconoscimento a livello della rappresentanza istituzionale, politica, associativa.
  • Gli sconvolgimenti climatici che mettono in pericolo il sistema terra e le problematiche connesse alle fonti energetiche.
  • La tumultuosa crescita delle città e del fenomeno dell’inurbamento di milioni di persone che interessa, anche e soprattutto, i paesi in via di sviluppo e che farà sì che nei prossimi decenni metà della popolazione mondiale risiederà nei grandi centri urbani con tutte le conseguenze che ne deriveranno ai vari livelli.
  • Il fenomeno delle grandi migrazioni e dell’incontro tra culture, etnie, religioni, diverse con l’affermarsi di problemi assolutamente inediti, almeno a determinati livelli e con l’intensità di oggi, e di grande complessità.
  • La ripresa del sentimento religioso, cosa ben diversa dal pericoloso corollario della crescita dell’intolleranza e del fanatismo che, com’è noto, alimenta i rischi di violenza e di guerra.
  • Il tema della povertà non solo nel rapporto Nord–Sud del mondo ma anche nelle società sviluppate nelle quali il fenomeno si presenta in forme non solo materiali;
  • La crisi della democrazia e delle forme tradizionali della politica che mettono in discussione la partecipazione.
  • La modifica del rapporto tra formazione e mobilità sociale che mette in grave difficoltà le generazioni più giovani, private per la prima volta della speranza concreta di migliorare la condizione dei propri genitori, con pesanti ricadute sulla motivazione allo studio e sull’importanza sociale da attribuire, sul serio e in concreto, agli investimenti in formazione che continuano ad essere la chiave del futuro e di una cittadinanza attiva e consapevole.

Un nuova partito, il partito del secolo nasce e cresce se sa dare risposta a queste domande. Questo è lo sforzo che compie la mozione Bersani, consapevole del fatto che non è più possibile ragionare solo sul presente senza analizzare, con il contributo degli studiosi più validi, quanto è successo a partire dagli ultimi 25 anni del XX secolo. Non mancano le analisi ed i contributi. Bisogna avere la volontà e la capacità di misurarsi con essi riallacciando un proficuo rapporto con quel mondo intellettuale che può aiutarci a capire le grandi trasformazioni successe ed in atto, e costruire una proposta politica adeguata. Non si può vincere, convincere e governare con efficacia senza una nuova narrazione, limitandosi ad inseguire la destra sul terreno che le è più congeniale.”

 

Penso sia necessario riprendere una riflessione seria ed approfondita senza per questo dimenticare i nostri impegni quotidiani di battaglia politica contro una cultura e una politica di centrodestra che finiranno per approfondire la crisi del Paese e peggioreranno le condizioni di vita delle persone più deboli.

 

Mi auguro che appena chiusa la tornata delle elezioni regionali sia possibile dedicarsi con più cura alla nascita di un partito che deve ancora dispiegare le sue potenzialità, ma che rischia di rimanere in questa condizione se non matura la consapevolezza del duro lavoro che è chiamato ad affrontare.

 

 

 

Verona, 10 febbraio 2010

 

Commenti

avatar nico bolla
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Nel 1956 furono in molti a lasciare il PCI; io ho sempre ammirato quelli che restarono, confidando nella evoluzione democratica che, annunciata dalla svolta di Salerno e testimoniata nell’Assemblea Costituente, grazie al loro lavoro in effetti ci fu.
E meno male che all’epoca esisteva un PSI ancora accogliente; tanto che allora in molti, ad ogni elezione, sommavamo voti e seggi, dicendo: “sinistra”.
Oggi si lascia per molto meno, ed i treni veloci hanno preso il posto dei cadaveri per le vie di Budapest.
Ed un partito socialista accogliente non esiste più, la sola possibilità è la solitudine; e chi resta, senza più coerenza, né orgoglio della coerenza, si chiude in sé e nei suoi orizzonti meschini, negando ogni gesto ospitale.
E’ di qui che la sinistra deve ripartire? Se è (come temo) proprio di qui, allora (temo) non c’è intellettuale che ce la possa fare; e rimpiangere la sua latitanza può diventare un alibi fuorviante.
Non ce la possono fare gli intellettuali mercificati, né quelli sofisti-tuttolo gi, né i super-intellett uali profeti (tutti oggi piuttosto in voga); né quegli altri, pur volonterosi ed in buona fede.
Forse ce la potrebbe fare un intellettuale collettivo non troppo diverso da quello preconizzato da un filosofo che chi è rimasto nel PD o ha dimenticato o non ha mai conosciuto.
Perché la costituzione di una vasta rete di organi di informazione e di mezzi di comunicazione nella vita delle nazioni moderne rende indispensabile l'organizzazion e e la centralizzazion e delle forze, delle aspirazioni e della volontà collettiva di settori sempre più ampi di popolazione.
E questa funzione non può essere svolta da “... una persona reale, un individuo concreto ...”, ma è compito di un “... organismo collettivo (...), di un elemento di società complesso nel quale già abbia inizio il concretarsi di una volontà collettiva riconosciuta e affermatasi parzialmente nell'azione ...”.
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