Find us on facebook Facebook



Non moriremo socialdemocratici. - C’è di più e di meglio da fare E-mail
(0 voti, media 0 di 5)
Lunedì 17 Agosto 2009 01:21

 

di Enzo Rullani

 

1.      Ci siamo persi il futuro, qualcuno accenda la luce, dobbiamo cercarlo

 

Socialdemocrazia? Non suona più bene, da qualche tempo a questa parte.

Giuseppe Berta parla, nel suo ultimo libro, di “eclisse della socialdemocrazia”. Non crisi ma eclisse, fine di una parabola. Stefano Micelli, che ha ripreso questo tema su Firstdraft, e coloro che hanno commentato il suo post, sembrano dargli ragione, sia pure con qualche differenza (siamo o non siamo nella stagione di Obama?).

Ma anche se l’eclisse fosse il preludio di una scomparsa, destinata ad archiviare la socialdemocrazia come ideologia politica del secolo scorso, bisogna dire che con questo non finisce la storia: ne siamo tutti convinti. Dunque, la questione è: che cosa c’è dopo l’eclisse?

Questa è la domanda di fondo, ancora a aperta e a cui dobbiamo seriamente pensare, approfittando del cono d’ombra e del tempo di attesa che sono tipici di ogni eclisse. E intanto cerchiamo di capire che cosa non va nell’idea di fondo che si associa alla socialdemocrazia e alla sua parabola storica: diversa tra i diversi paesi e nelle diverse fasi, ma sempre con una continuità di fondo.

 

La sensazione comune è che l’idea di socialdemocrazia cominci ormai ad appartenere alla storia, più che al presente. E’ un modello datato. Nonostante contenga ingredienti e soluzioni valide, su singoli punti, in realtà è privo di ciò che più conta nella politica di oggi: la fede in un futuro che sia diverso e migliore del presente.

La visione socialdemocratica, incontrandosi col mercato e con la sua logica, ha realizzato nel corso del tempo la sua missione di fondo, arrivando alla diffusione del welfare, un po’ in tutti i paesi industrializzati. Ma alla fine, è diventata un metodo di amministrazione dell’esistente, non di progettazione del nuovo e del possibile. Il pragmatismo socialdemocratico dei nostri giorni, suggerisce razionalizzazioni e correzioni, ma – imponendo di rispettare la logica dell’esistente - inibisce fantasia e sperimentazione, vietando di aspirare a qualcosa di diverso.

 

2.      L’imperatore è nudo: alla fine qualcuno lo ha detto

 

C’è poco da fare: la socialdemocrazia nel mondo di oggi non ha più la freschezza progettuale e l’appeal di una volta. E’ una sorta di ricetta della nonna che qualcuno sostiene sia ancora adatta alla torta da cucinare, ma che sempre meno convince chi dovrebbe provarla. Nel capitalismo globale della conoscenza – tanto diverso dall’ambiente in cui quella ricetta è nata - s’avanzano infatti nuove cucine e nuovi cuochi. La vecchia ricetta rimane negli scaffali polverosi della cucina politica, insieme all’Artusi: glorioso, curioso, affascinante mito di altri tempi. Da maneggiare con cura, nelle serate culturali e di gala. Ma senza crederci troppo.

In questo rimbalzare del tema “eclissi della socialdemocrazia” - da un blog all’altro, da un libro all’altro – si avverte così qualcosa che assomiglia ad un fremito liberatorio. Finalmente, anche la sinistra comincia a dire, senza troppi arzigogoli, che l’imperatore è nudo. Evviva. Non moriremo socialdemocratici: c’è di più e di meglio da fare.

E’ una cosa che si sapeva da tempo, ma che in precedenza ci si limitava a mormorare in tono sommesso in circoli ristretti. Adesso un po’ tutti lo dicono, e c’è nell’aria non la preoccupazione per un ideale che rischia di perdersi, ma il senso di liberazione di chi finalmente riesce a mettere in soffitta un mito diventato ingombrante. Possiamo fare dell’altro … chi ci credeva più?

 

3.      La socialdemocrazia è stata la forma politica del fordismo

 

Sono quaranta anni, ormai, che il fordismo – come paradigma economico-politico – è in crisi. Le imprese e la società civile hanno cercato strade nuove, ma la politica no: è rimasta ancorata alla visione socialdemocratica dello Stato, dimenticando che questa visione è destinata a deperire alla stessa velocità con cui – di fatto – deperisce il paradigma di riferimento.

Il fordismo ha generato la visione socialdemocratica del mondo superando il liberalismo mercantile dell’ottocento, che era il risultato di un secolo di rivoluzione borghese contro l’aristocrazia pre-moderna. La grande impresa fordista ha bisogno di pianificazione, non di mercato. E, in politica, non ha bisogno di uno Stato garante delle regole del mercato, ma di uno Stato keynesiano che presidia la domanda, il punto debole che la grande impresa manageriale non è in grado di auto-regolare. Così, nel corso del novecento, in tutti i paesi – con governi di destra o di sinistra – la socialdemocrazia si afferma attraverso i due perni a cui viene agganciata la domanda: il sindacato, che – una volta legittimato – fa lievitare i salari in tutte le aziende, ridistribuendo ai consumi una quota rilevante della produttività generata nella grande fabbrica; e il welfare pubblico, che fa la stessa cosa attraverso la rapida crescita di servizi pubblici essenziali come la scuola, le strade, la sanità ecc..

La socialdemocrazia, in questo senso, non è né di destra, né di sinistra: essa esprime una necessità del paradigma fordista che affida la produttività al management delle grandi fabbriche e assegna alla politica – dunque al sindacato e allo Stato – il compito di “consumarla” con la lievitazione della spesa, privata e pubblica. In questa sintesi tra grande impresa e Stato del welfare si realizza anche un ragionevole compromesso tra il principio dell’efficienza (di cui è portatrice l’impresa) e quello dell’equità, che è invece una funzione assegnata alla politica. Ne viene fuori una pacifica divisione del lavoro tra i compiti del mercato e quelli della politica: il potere di gestire la produzione è delegato alle imprese e al mercato, mentre la politica, che cessa di interferire nel loro funzionamento, si riserva invece di negoziare con le imprese e con i grandi interessi organizzati la distribuzione del reddito prodotto, affermando così nei fatti principi di equità, che superano gli squilibri generati dal mercato.

Intorno a questo binomio tra efficienza e equità - essenza dell’assetto socialdemocratico dello Stato - ruota la politica di tutti i paesi industriali fino a che è durata la golden age del fordismo (anni settanta), anche se l’alternanza tra destra e sinistra al governo provoca leggere correzioni della rotta verso l’efficienza, o verso l’equità.

Ma che succede quando il fordismo va in crisi? Da allora, questa sintesi non regge più perché ne saltano i presupposti.

 

4.      La socialdemocrazia ha perso il suo appeal quando la macchina fordista è andata in panne

 

Prima di tutto, a partire dagli anni settanta, ci si accorge che la produzione non può più essere delegata alle grandi imprese e alla razionalità del mercato, perché questo sistema si è rivelato troppo rigido per reggere alla instabilità del mondo postfordista.

Al posto delle grandi organizzazioni che pianificano, viene allora mobilitata la società che, in Italia o in Giappone, si “mette al lavoro”. Entrano in gioco, nella produzione, reti personali, familiari e sociali di peso, che non sono né assimilabili al mercato, né ascrivibili alla burocrazia pubblica.

Nell’auto-organizzazione dei territori, che nasce dal basso, prende forma un modo di stare in società che è terzo rispetto ai due modelli precedenti, non essendo né mercato, né Stato, ma “territorio”, “rete”, “capitale sociale” o altre cose: tutte poste oltre la diarchia tra mercato e Stato.

La produzione riprende a crescere facendo leva sulle ambizioni e capacità dei tanti individui che si danno da fare, ma anche dei commons cognitivi e territoriali che vengono messi al lavoro nei distretti industriali e nei sistemi produttivi locali. E’ un altro modo di produrre, che mette insieme energie personali e legami sociali: due elementi che la macchina impersonale e organizzativa del fordismo tendeva a trascurare.

In secondo luogo, poi, cambiano i compiti e la natura della politica, una volta c centrati sulla distribuzione del reddito.

Nella nuova situazione, la distribuzione del reddito non può essere più delegata alla politica, semplicemente. Perché nel modo postfordista di organizzare la produzione è implicito un principio distributivo che non risponde né all’equità politica, né al disegno definito da un tavolo negoziale o da una decisione politico-elettorale. Il nuovo principio è che i redditi vengono autoprodotti dall’iniziativa, e dal potere contrattuale, di ciascuno, esercitato nelle funzioni produttive svolte. Non sarà la politica a definire il reddito dell’artigiano, del piccolo imprenditore o della partiva Iva, ma sarà il modo con cui essi si muovono nella produzione, facendo investimenti a rischio sulle proprie capacità e sulle proprie idee. Investimenti che, se le cose vanno bene, dovranno essere remunerati adeguatamente. E’ equo, non è equo? E’ comunque difficile cambiare le cose senza scoraggiare chi investe sulle sue capacità e sulle sue idee.   

Dunque, in una situazione del genere, la divisione del lavoro tra Stato e mercato, tipica della socialdemocrazia salta. Infatti:

- la società, con i suoi impulsi personali e i suoi commons cognitivi e territoriali, entra nella produzione e diventa fattore produttivo primario, determinando i livelli di produttività raggiungibili;

- l’intraprendenza individuale e aziendale diventa fonte decisiva nella distribuzione del reddito. Ognuno sa che l’investimento a rischio fatto su sé stesso e l’iniziativa auto-organizzatrice del proprio territorio di appartenenza sono il modo con cui, con un po’ di fortuna, si può migliorare la distribuzione del reddito nelle filiere a proprio favore. I “tavoli” negoziali apprestati dalla politica arrivano in seconda istanza e possono esercitare solo correzioni superficiali sugli esiti di mercato.

Nel capitalismo globale della conoscenza, la produttività non dipende più soltanto dagli automatismi del mercato e dell’efficienza manageriale, ma coinvolge l’investimento e il rischio assunto dalle persone. D’altra parte, il reddito su cui queste possono contare non discende più, automaticamente, dalla distribuzione negoziata del reddito prodotto collettivamente, ma dal percorso individuale compiuto nel sistema produttivo: ciascuna storia individuale richiede impegni differenti nel processo produttivo ed è questa differenza che si traduce in redditi diversi.

 

5.      Made in Italy: il lavoro si individualizza

 

Il cambiamento delle fonti di produttività e di reddito, rispetto al modello fordista, è comune a tutti i paesi industriali, e deriva, come abbiamo detto, dalla necessità di far fronte a livelli crescenti di complessità, mobilitando l’intelligenza in rete delle persone e delle comunità. Una risorsa altamente differenziata, che sovrappone in modo inestricabile vita e lavoro, sfera privata e sfera pubblica.

Ma è soprattutto nell’Italia della piccola impresa e dei distretti che la diarchia mercato (efficienza) / Stato (equità) si dissolve come neve al sole, nonostante il gran parlare che – nei quaranta anni trascorsi dalla crisi iniziale del modello fordista - si continua a fare di tutela del lavoro e di tavoli di negoziato, con relativi accordi.

Non che si tratti di un impegno di razionalizzazione e di regolazione da svalutare, perché spesso corregge distorsioni penose o ingiuste su singoli punti. Ma è una fatica di Sisifo: si tratta di far marciare in modo organizzato e negoziabile (fordista, appunto), un sistema che ha imparato a vivere sull’orlo del caos e ad auto-organizzarsi, partendo non dalle decisioni politiche o sindacali, ma dall’investimento che ciascuno fa sul suo territorio e su se stesso.

In Italia, dalla crisi del fordismo siamo usciti facendo proliferare un numero assolutamente strabiliante di imprese, che non ha paragoni in tutti i paesi industrializzati: 6 milioni di imprese, circa. Ossia un’impresa ogni 10 abitanti. Se si calcola che una famiglia sia in media composta di tre persone, possiamo dire che nel nostro paese tre persone su 10 vivono dei costi e dei ricavi che vengono conseguiti dall’azienda alla fine del mese. Con i rischi conseguenti: redditi elevati se le cose vanno bene, un disastro se le cose vanno male. Poi ci sono i lavori atipici, intermittenti, le collaborazioni e le partite Iva. E nella fascia alta i professionisti che forniscono conoscenze alle imprese e che cercano di avere idee efficaci, da piazzare sul mercato dei servizi e delle conoscenze. Un esercito di persone che non vive di reddito fisso, ma un po’ di intraprendenza personale e un po’ di fortuna. Chi glielo dice che il reddito conseguito dipende dagli standard e dalle regole negoziate a Roma da rappresentanti che non li rappresentano, se non marginalmente?

Ma anche i lavoratori dipendenti tipici si trovano in una condizione diversa da quella tipica del fordismo.

I quadri, i tecnici e i managers hanno in mente un rapporto di lavoro centrato non sull’inquadramento standard, ma sulla carriera e sui bonus di vario genere, che legano il loro reddito ai risultati conseguiti. La carriera, tra l’altro, in un sistema frammentato in microimprese che in media arrivano a 10 addetti, si svolge in prevalenza passando da un’impresa all’altra, ossia attraverso un iter di contrattazioni individuali, che cercano di farsi valere sul mercato professionale e nel circuito territoriale di appartenenza.

Nel caso degli operai e degli impiegati che un tempo svolgevano mansioni esecutive, in cambio di un salario standard, la tendenza è ugualmente verso una differenziazione individuale o di gruppo crescente. Lo impone la complessità dei compiti svolti, che non possono quasi mai essere programmati in anticipo, e che dunque richiedono un profilo di autonomia nelle decisioni e di intelligenza del problema che non era necessario fornire quando si trattava solo di eseguire comandi o procedure decise da altri. Inevitabile uno slittamento progressivo verso salari che incorporano una parte variabile crescente, non solo come straordinari ma anche come premi di risultato, più o meno discrezionali, nel rapporto tra le parti.

Chiunque svolga mansioni che possono latamente essere richiamate al modello del “lavoratore della conoscenza” (e sempre più le mansioni operaie e impiegatizie tendono a questo modello, perché al lavoro si chiede soprattutto di elaborare informazioni e prendere decisioni operative) sa che la carriera si basa su investimenti fatti nelle proprie competenze (istruzione, formazione), su percorsi sperimentali di apprendimento on the job, e sulla reputazione acquisita nel sistema, all’interno all’esterno dell’azienda. Tutte cose che individualizzano sia la produttività che i redditi conseguiti nel corso della vita lavorativa, facendo emergere un rischio importante associato alla qualità del lavoro compiuto, e dunque al profilo di autonomia, intelligenza, rischio associato a ciascun ruolo.

Le regole del gioco possono anche essere comuni, ma i percorsi all’interno di queste regole si frantumano in mille soluzioni e passaggi differenti, sempre più lontani dagli standard contrattuali. 

 

6.      Un’eclissi a piccole dosi, cominciata da tempo

 

La perdita di contatto con il lavoro postfordista – e dunque con le fonti di produttività e di reddito nella nuova situazione – è sicuramente la prima delle ragioni di crisi dell’ideale e della pratica socialdemocratica. Ma ci sono anche altre ragioni, di cui oggi, col senno di poi, dobbiamo divenire consapevoli.

Che la socialdemocrazia fosse in crisi – di idee, di programmi, di uomini – lo si era capito ben prima dell’esito delle recenti elezioni europee, deludente un po’ per tutti i partiti che, più o meno direttamente, si ispirano alla tradizione socialista e laburista. Lo si capiva dal fatto che quasi tutti i capisaldi di questa tradizione erano entrati in uno stato di progressiva paralisi.

In primis lo Stato e la politica, che avrebbero dovuto apportare al mercato capitalistico una superiore razionalità: il fatto che la crisi abbia richiesto azioni straordinarie di sostegno che hanno ridato senso all’azione pubblica di regolazione e di intervento sull’emergenza non deve mascherare il fatto che comunque oggi la legittimazione dello Stato e del suo apparato è in declino verticale un po’ in tutti i paesi. Nelle grandi democrazie del Nord Europa questo declino ha prodotto un ibrido tra Stato e mercato che ancora sembra funzionare (la flex security), da noi, in Italia, ha prodotto una ventata di anti-politica, che va dalla critica alla “casta” alla perdita di qualità di molte delle istituzioni e funzioni pubbliche. Non ci si è dati abbastanza da fare per costruire uno Stato post-fordista, la cui evoluzione andasse in parallelo a quella di un’economia sempre più allineata alle esigenze del capitalismo globale della conoscenza. E lo Stato nazionale, rimasto nella sua vecchia concezione e funzione, ha finito per diventare il supporter degli interessi nazionali sulla scena europea e internazionale, in versione tremontiana: non più un ruolo di regolatore e correttore super partes, ma parte in causa nei conflitti tra nazionalismi diversi. Il centrodestra ha capito questa svolta di ruolo cui lo Stato post-socialdemocratico era destinato: E lo ha capito prima del centro-sinistra che doveva fare i conti con una tradizione difficile da tacitare.

Secondo campanello di allarme (non ascoltato) la progressiva perdita di credibilità del welfare universalistico, delegato allo Stato e alimentato da una tassazione che si fa sempre più fatica a legittimare e adeguare ai costi crescenti che il modello adottato comporta. Sanità, scuola, università e ricerca, trasporti, servizi pubblici: quasi ovunque le possibilità di innovazione strategica dei servizi offerti sono compresse entro la forbice sempre più stretta che contrappone entrate sempre più risicate con costi e investimenti sempre maggiori. La burocratizzazione che funzionava in epoca fordista non funziona più in un contesto in cui cresce la complessità (varietà, variabilità, indeterminazione) da fronteggiare. D’altra parte la domanda di qualità del pubblico da servire si va differenziando, dando un maggior ruolo al cittadino e all’utente finale: e gli standard riproposti dalla burocrazia fordista che ancora impera in tanti servizi pubblici non possono seguirla. Col risultato che spesso scelgono di ignorarla e basta.

Terzo epicentro della crisi: il sindacato e la grande impresa, tutti e due profondamente segnati dall’evoluzione postfordista del mondo a cui appartengono. La socialdemocrazia è nata all’interno del paradigma fordista di produzione e di vita sociale. In questo ha creato organizzazioni potenti e reputate, che tuttora sopravvivono, anche nelle funzioni di rappresentanza degli interessi organizzati.

Le grandi imprese, pressate dalla concorrenza, si sono rapidamente riorganizzate adottando modelli di organizzazione e produzioni diversi: hanno aumentato notevolmente la quota di outsourcing  (acquisti esterni) specializzandosi in un core business molto focalizzato. In un certo senso sono diventate imprese rete, capofila di filiere e di alleanze che le portano a lavorare con altre imprese. Soprattutto, in queste filiere e alleanze, si sono internazionalizzate, estendendo il loro raggio di azione a scala globale. Ciò facendo hanno allentato necessariamente i legami con il capitalismo nazionale di origine e hanno esercitato il loro potere di influenza in quell’economia globale sottratta alla sovranità dei diversi Stati nazionali, e dunque virtualmente senza Stato, inteso come decisore super partes in ultima istanza. In questo nuovo ruolo, le grandi imprese hanno cominciato ad avere una doppia faccia, cercando da una parte di utilizzare la vicinanza con lo Stato di origine e dall’altra di sottrarsi alla sovranità di quello e degli altri Stati in generale. La loro carta vincente è stata la mobilità (delle conoscenze, dei capitali, degli uomini, dei significati) da un paese all’altro, in modo da mettere in concorrenza i paesi interessati ad attrarre le loro attività sul proprio territorio.

Il progressivo smantellamento dello Stato regolatore e dello stato mediatore in ultima istanza, in ogni paese, è il risultato di questo percorso strategico compiuto dalle multinazionali nel capitalismo globale della conoscenza e dunque fuori della cornice caratteristica del fordismo. Sono nati altri problemi (l’instabilità, la crisi dei mercati globali non regolati), ma la maggior parte delle grandi imprese è approdata verso forme organizzative e manageriali postfordiste.

Altra sorte è toccata alle strutture della rappresentanza che questo passo verso la sfera globale non l’hanno mai fatto. Tuttora sono esigue le forme di rappresentanza degli interessi a scala europea, nonostante molte delle decisioni politiche debbano ormai essere contrattate a Bruxelles.

L’ancoraggio allo Stato nazionale è stato, anche per il sindacato, un fattore di inerzia difensiva, che ha allontanato il contatto col nuovo, ricondotto forzatamente a qualche tavolo di negoziato sulla distribuzione del reddito arbitrato dallo Stato nazionale.

In un contesto in cui le imprese italiane, ad esempio, competono con imprese cinesi, indiane, turche ecc. che hanno un costo del lavoro pari a metà o anche meno di quello che esiste in Italia, è evidente che nella regolazione istituzionale manca un anello essenziale: quello di una organizzazione trans-nazionale del lavoro che si dia il compito, difficile ma essenziale, di allineare i costi e i redditi tra le diverse possibili localizzazioni. In mancanza di tale prospettiva, è abbastanza ovvio che la dinamica dei redditi sfugga ad ogni regolazione nazionale e quindi anche sindacale (fino a che il sindacato continua a contrattare a scala nazionale). Nessuno di noi sa quanto valore, e dunque quanta produttività, le nostre aziende riusciranno a “portare a casa” nel confronto con le imprese di altri paesi, dotati di costi così diversi dai nostri. E probabile che queste chances siano molto diverse da settore a settore, da luogo a luogo, da azienda a azienda, da categoria a categoria. Tutto l’apparato normativo sul lavoro, elaborato a scala nazionale, subisce dunque una torsione di fondo, che delega alle decisioni individuali delle imprese e dei singoli lavoratori il rischio di guadagnare o di perdere posizioni nel prossimo futuro.

 

7.      Servivano altre idee …

 

Di fronte a questo deperimento di fatto del modello socialdemocratico, che dura ormai da quaranta anni, si sono ovviamente cercate vie alternative.

Due hanno finito per occupare la scena.

A destra, c’è stata la ripresa neo-liberista, che, con la Margaret Thatcher e con Ronald Reagan, ha riabilitato il principio del “libero mercato” che prevalevano prima del fordismo, mettendo al centro del sistema postfordista l’individuo egoista che, grazie alla mano invisibile del mercato, trasforma i suoi vizi privati in pubbliche virtù. E’ stata una politica efficace nella de-costruzione degli assetti eccessivamente vincolistici messi in piedi dal fordismo, ma, dal punto di vista della ri-costruzione si è limitata ad assecondare la tendenza spontanea del sistema. E’ la globalizzazione che ha dato corpo a questo modo di pensare, perché, in un mondo dove l’economia è diventata mondiale e lo Stato è rimasto nazionale, il potere di controllo degli Stati nazionali sugli equilibri sociali e politici tende a precipitare. Lasciando mano libera alle imprese e al mercato. Fino alla crisi di oggi, incubata in questo ritorno alla interdipendenza non regolata che esisteva prima di Ford.

Ma questa situazione di stallo viene solo in parte intercettata dalla sinistra, che sta incubando la lenta uscita dagli schemi socialdemocratici tradizionali, che non funzionano più. E che vengono corretti cercando la via di minor resistenza: l’unione un po’ forzata un po’ auspicata, tra l’efficienza del mercato e l’equità dello Stato.

Ma di quale mercato e di quale Stato, nelle condizioni di complessità create dal capitalismo globale della conoscenza? Essendo questo il nuovo frame di ogni possibile futuro,  forse si sarebbe potuto fare di più.

 

8.      La “sinistra liberale”, ovvero la socialdemocrazia della maturità

 

A sinistra, la crisi del fordismo, prima, e la globalizzazione, poi, lasciano il segno. Si subisce il colpo cercando di aggiornare il patrimonio di idee e di pratiche ereditato dalla stagione socialdemocratica, ma senza fare i conti fino in fondo col declino inesorabile del paradigma fordista di riferimento.

Il nuovo baricentro su cui ci si assesta è la “terza via” di Blair che inaugura una stagione all’insegna della “sinistra liberale”, ossia di una sinistra che riconosce l’autonomia di imprese e mercati nel definire le forme organizzative della produzione, ma tutela in questo nuovo assetto il diritto dell’individuo all’auto-promozione, attraverso principi di equità che prendono la forma di “uguaglianza delle opportunità” (di studio, di lavoro, di consumo, di partecipazione, di felicità). Dell’individuo, si badi bene: niente tavoli negoziali tra categorie, classi, interessi organizzati, partiti politici. Ma servizi di welfare che rendano possibile a ciascuno una ragionevole auto-affermazione, secondo regole consensualmente accettate. Si combatte, in altre parole, la discriminazione sociale tra individui che possono avere punti di partenza differenti, ma che devono avere tutti ugualmente le loro chances.

Questo ritorno al mercato, in una prospettiva di sinistra liberale, non si sottrae al difetto fondamentale che il neo-liberismo ha sperimentato con la crisi degli ultimi anni: dal fordismo, che è un sistema altamente organizzato, non si può infatti uscire tornando a forme elementari e atomistiche di organizzazione sociale. Se la complessità cresce, va bene de-comporre gli assetti fordisti, ma bisogna poi ricostruire assetti diversi, con un livello di organizzazione più alto e sofisticato, non più basso o più grossolano.   

La crisi del fordismo apre la sfida per la costruzione di forme organizzative che siano non solo efficienti, ma anche flessibili e creative. Avendo una struttura di rete sociale abbastanza robusta da reggere ai cambiamenti e alle sperimentazioni del nuovo, che avvengono a getto continuo un po’ dappertutto. Ed è qui che l’eclissi della socialdemocrazia investe anche la “sinistra liberale”.

 

9.      Che cosa manca, e che cosa resta da fare

 

Per andare oltre la crisi del principio efficienza più equità, fatto proprio dalla “sinistra liberale”, occorre superare la classica visione per cui al mercato viene delegata l’efficienza, ossia la produzione di reddito, e alla politica la sua equa distribuzione.

Perché oggi la produzione ha bisogno di politica, o comunque di azioni comunitarie, che metta in gioco risorse collettive sempre più importanti; e la distribuzione del reddito, per essere equa, ha bisogno di mercato e di efficienza, non solo di politica. Ce n’è abbastanza per cercare qualcosa di nuovo, sia sul fronte della produzione che della distribuzione del reddito.

Per una politica post-socialdemocratica e postfordista, servono soprattutto due cose:

a)      la riscoperta dei valori sociali nella produzione, sotto forma di riconoscimento del ruolo propulsivo dei commons (conoscenza condivisa, legami di rete, ecologie ambientali comuni);

b)      La riscoperta dell’intelligenza personale e comunitaria nella creazione e distribuzione del reddito.

La prima è il riconoscimento che l’efficienza produttiva richiede una mobilitazione non solo degli individui e del mercato, ma anche dei legami sociali che danno oggi alla società e alle comunità un ruolo importante nella produzione di valore. La produzione postfordista, essendo fatta di conoscenze e di legami sociali, non può essere delegata ad individui, imprese e mercati soltanto: deve mobilitare la società nelle sue articolazioni. Gli stessi individui andrebbero considerati come persone, ossia come nodi di una rete sociale interpersonale che li fa vivere in modo interdipendente con altri (la famiglia, il gruppo di amici, il circuito locale, le comunità di scopo, le comunità professionali ecc.). Le comunità on line che stanno proliferando nella produzione, nella comunicazione e nel consumo sono il segno di questa socializzazione della produzione che non avviene mediante l’intervento dello Stato, ma mediante l’intraprendenza sociale diffusa, appoggiata all’intelligenza delle persone, ai legami di rete, ai circuiti di propagazione e valorizzazione delle idee.

Il nucleo centrale di questo modo di produrre è dato dai commons cognitivi e territoriali che ciascuna impresa e ciascuna persona utilizza per avviare la sua intraprendenza economica: la cultura, le identità, la conoscenza condivisa, i legami di rete ai diversi livelli, le ecologie biologiche e naturali su cui si innesta la produzione. Questi commons non sono sostenibili, e rischiano l’asfissia, se vengono affidati soltanto alle convenienze di mercato o alle paterne cure dello Stato. Ecco perché, nella pratica, le ricette di destra (mercato) e di sinistra (Stato) risultano insufficienti nella cura della produzione: esse non rispettano il principio comunitario dell’auto-organizzazione che genera e rende disponibili le risorse socialmente condivise (commons).

Il secondo tema in cui resta molto da fare, andando oltre l’orizzonte socialdemocratico e anche oltre quello della “sinistra liberale”, è quello di come gestire le differenziazioni di reddito e di consumo, ossia la questione della equa distribuzione del reddito conseguito.

In passato queste differenziazioni venivano affidate alla funzione livellatrice della politica, considerata come il meccanismo sociale deputato a realizzare la più equa distribuzione del reddito possibile.

Ma come si fa a redistribuire il reddito quando la sua creazione e il suo uso prescindono da standard e circuiti centralizzati, su cui la politica può negoziare o influire? Certo, si può sempre usare la strumentazione fiscale o vincolistica per dare e togliere alle diverse categorie e anche ai singoli individui, ma diventa difficile farlo quando il livello di reddito conseguito da ciascuno deriva da una storia – diversa da tutte le altre – di investimenti, sacrifici, rischi che alla fine vengono riconosciuti dal mercato.

In realtà, invece di intervenire ex post (sulla distribuzione del reddito) bisognerebbe intervenire ex ante, rendendo più facile alle persone e alle comunità la realizzazione di progetti e investimenti che valorizzano le proprie capacità e le proprie idee. Questo è un ruolo importante della politica, che può mobilitare le proprie risorse (di consenso e di Stato) per creare legami e condivisioni tali da rendere possibile un avanzamento della produttività e del reddito che non sia solo frutto di sforzi individuali, ma che nasca da progetti e impegni di tipo collettivo.

 

10.   Politica e Stato nel postfordismo: ricerca di senso, doppia cittadinanza

 

Nel postfordismo il mondo della produzione si sovrappone sempre di più al mondo della vita, che una volta le persone tenevano separato dal lavoro e dalla permanenza in azienda. E’ una cosa del tutto naturale, se si pensa che la forza produttiva chiave del postfordismo – l’intelligenza in rete – dà il meglio di sé quando riesce a mobilitare idee ed emozioni delle persone e delle comunità, maggiormente coinvolte nella produzione di valore e nel consumo dei beni/servizi conseguenti. 

Il che significa una cosa di particolare importanza: in una rete di interdipendenze del genere, non si può parlare soltanto di produttività e di reddito, ma si deve necessariamente occuparci anche del senso che le persone danno al produrre, al lavorare, al consumare, a vivere come cittadini di uno Stato e come membri di una o più comunità.

C’è oggi una domanda inevasa di senso nel lavoro, nella produzione e nel consumo, cui le imprese, ma anche la politica, devono cercare di rispondere, fornendo ragioni credibili per l’impegno delle singole persone e delle loro reti sociali.

La risposta a questa domanda di senso è ancorata in primis alle diverse comunità a cui le persone si sentono di appartenere. Le comunità di origine, innanzitutto, ma anche quelle che vengono in seguito liberamente scelte in base ad un processo di identificazione con gli obiettivi e i significati di cui sono portatrici.

Sempre di più le persone utilizzano le possibilità di movimento di cui dispongono per uscire dalle vecchie comunità di appartenenza (di nascita, di tradizione), aderendo a nuove reti che fanno capo a comunità di senso: comunità basate su un’idea condivisa (e pregnante) di vita, di produzione, di lavoro. Un’idea motrice, da cui nascono stili di vita e metodi di produzione che possono generare grandi potenziali di valore, estendendosi a reti ampie, che collegano comunità e significati interconnessi nel mondo. La domanda di senso a cui una volta rispondevano le parrocchie, i partiti politici, le associazioni di rappresentanza delle categorie, le aziende-totalità, i localismi territoriali ecc. tende ad essere soddisfatta da comunità di senso, liberamente scelte dalle persone, in rapporto a valori, esperienze e significati che segnano il loro stile di vita.

Con una conseguenza: man mano che la produzione di valore utilizza come driver rilevante il senso (lo stile di vita) che le persone assegnano alle cose, è inevitabile che funzioni sempre più rilevanti della produzione, del consumo e del welfare slittino verso le comunità di appartenenza, liberamente scelte in rapporto a valori e esperienze condivise con altri. Sono queste comunità che danno forza alle capacità interpretative e di relazione dei singoli, che formano le loro convinzioni e i loro desideri anche nel consumo, che offrono spazi collettivi di sperimentazione e riflessione, che forniscono servizi di welfare di qualità, che i fruitori possono giudicare ricchi di significato e di valore.

Le comunità e le reti hanno un valore abilitante, per le persone che con esse hanno rapporto, perché consentono alle idee delle singole persone di specializzarsi e moltiplicarsi grazie al rapporto di interdipendenza con altri. Individui in cerca di spazi di innovazione e di significazione non possono che preferire il terreno delle comunità per organizzare la loro azione, sia nei processi produttivi che in quelli di consumo e di vita sociale in generale.

Le comunità diventano forza produttiva e rendono evidente la sempre maggiore importanza dei commons cognitivi e territoriali nella generazione di valori sostenibili. Non si tratta solo di utilizzare il capitale intellettuale e relazionale che la comunità mette a disposizione dei propri membri, spesso in modo gratuito, ma si tratta anche di ricostituire tale capitale, man mano che perde valore nel corso del tempo. E questa è una grande sfida, anche di natura politica, che non può essere affrontata contando solo sui legami nati dal basso. Occorrono regole che organizzino la condivisione dei commons e che consentano la loro valorizzazione – anche economica – in modo che il capitale intellettuale, relazionale, ambientale condiviso venga usato nel corso del tempo, in modo non dissipativo, ma sostenibile.

Anche per questo, lo sviluppo di comunità di senso sempre più rilevanti sul terreno della produzione o di servizi fondamentali (la scienza, la cultura, la scuola, la salute, il divertimento, lo sport ecc.) ha bisogno di uno Stato universalistico che fornisca a tutti uno zoccolo essenziale di diritti e di welfare. Prima di tutto per rendere possibile la valorizzazione e rigenerazione dei commons utilizzati dai singoli, ma anche per rendere aperte le comunità, evitando la loro involuzione e chiusura rispetto al mondo esterno.

Lo Stato, in questa accezione, deve rendere possibile ai singoli di entrare e uscire dalle comunità di senso liberamente scelte, senza che ci siano barriere all’ingresso o all’uscita troppo forti. Le comunità rischiano sempre di diventare sistemi chiusi e auto-referenti: tocca allo Stato universale - che fornisce a ciascuno una cittadinanza di base e la possibilità di essere comunque parte di un circuito di produzione e vita sociale accettabile – il compito di “liberare” le singole persone dalle comunità di appartenenza.

Lo schema post-socialdemocratico, dunque, è quello di uno Stato postfordista che faciliti lo sviluppo delle comunità di senso in tutte le funzioni della vita economica e sociale, ma che al tempo stesso fornisca a ciascuna persona una doppia cittadinanza, una doppia fonte di diritti-doveri: quella dell’essere parte attiva di comunità di senso liberamente scelte, e quella di essere al tempo stesso cittadino di uno Stato che consente di vivere anche al di fuori della tutela comunitaria.

Un’utopia? Può darsi.

La costruzione delle istituzioni e della forma politica del postfordismo è comunque all’ordine del giorno, perché i problemi pratici del produrre e del vivere nel capitalismo globale della conoscenza la impongono, a ciascuno e a tutti. L’importante è sapere dove andare, e poi avanzare un passo alla volta, mettendoci la prudenza strategica e la flessibilità tattica che di volta in volta servono. Ma tenendo la barra del timone nella direzione scelta, senza girare in tondo, spinti dall’incostanza dei venti.

 

Commenti

Effettuare il login per commentare gli articoli.