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CONGRESSO PROVINCIALE DELLA CGIL DI VERONA 17-18-19 DICEMBRE 2001
Relazione introduttiva di ROBERTO FASOLI Segretario generale della CGIL di Verona 1.
1 - UN CONGRESSO IMPORTANTE E COMPLESSO Pur avendo una pluriennale esperienza di relazioni e di congressi non mi vergogno a confessare che, forse mai come in questa occasione, mi sono trovato in grande difficoltà nella predisposizione del testo introduttivo per un appuntamento così importante. Non credo si tratti solo del fatto che per la prima volta partecipo ad un congresso con la responsabilità di Segretario generale, cosa che costituisce per me motivo di orgoglio e di gratitudine verso coloro, e sono molti, che mi hanno regalato questa grandissima soddisfazione con la speranza di averli, almeno in parte, ripagati della loro fiducia con il lavoro svolto, mi auguro positivamente, in questi anni con l'aiuto di tantissimi compagni e compagne.
Penso piuttosto che la mia difficoltà abbia a che vedere con l'enorme complessità che oggi si incontra ad affrontare una situazione politica, economica, sociale a livello nazionale e internazionale densa di avvenimenti che segnano una fase di straordinario cambiamento che investe la società a tutti i livelli e con dimensioni planetarie. La tentazione di provare almeno a cimentarsi con i principali problemi condurrebbe ad un lavoro di analisi e di proposta accurato e dettagliato che, non solo non ho la pretesa nemmeno di tentare, ma per il quale ritengo necessario un impegno collegiale di studio, di approfondimento e di confronto che solo un gruppo dirigente nel suo complesso può proporsi. Per parte mia, sulla base della discussione che abbiamo svolto in questi anni negli organismi dirigenti, e con il contributo e l'apporto in primo luogo dei componenti della segreteria provinciale della CGIL, intendo proporvi alcune riflessioni su alcuni temi centrali per il nostro lavoro di Sindacato, con una particolare attenzione alla realtà veronese. E' buona cosa infatti che un congresso, oltre a cimentarsi con i grandi temi della politica, discuta anche le problematiche riferite al territorio di propria competenza proponendo con chiarezza e onestà intellettuale un bilancio del lavoro svolto e indicando le linee di azione che si ritiene debbano essere portate avanti nei prossimi anni. E' bene insomma, come abbiamo sempre cercato di fare, assumerci per intero le nostre responsabilità. Il primo modo per farlo è partire con un giudizio sul percorso congressuale che abbiamo fino ad oggi realizzato e che nei prossimi giorni con l'elezione dei nuovi organismi dirigenti si chiuderà ufficialmente. Un percorso iniziato sei mesi fa con il varo dei documenti congressuali da parte della CGIL nazionale e con la convocazione da parte del Comitato Direttivo di Verona il 16 luglio di quest'anno del congresso provinciale della confederazione veronese. In questi mesi tutte le compagne e i compagni hanno svolto un lavoro assai impegnativo per rendere la nostra discussione la più partecipata possibile. I numeri, come sempre, sono molto significativi. Nei due mesi dedicati alle assemblee di base abbiamo realizzato complessivamente 681 congressi di base e, se teniamo conto dell'organizzazione di molte aziende, che rende necessarie più riunioni per consultare tutti i lavoratori, il numero delle assemblee supera abbondantemente le ottocento unità. Alla nostra discussione hanno partecipato oltre 20.000 lavoratori, iscritti e non alla CGIL, e tra questi ultimi ben 14.227 hanno validamente espresso il loro voto a sostegno di uno o dell'altro dei due documenti in discussione. Si tratta di un dato di partecipazione rilevantissimo, pari al 26,28% dei 54.127 aventi diritto al 31.12.2000. A quanto è dato sapere, si tratta del risultato più alto di partecipazione di tutto il Veneto, di ben otto punti superiore alla media regionale. Questo fatto ci riempie di legittima soddisfazione ben aldilà dell'esito del voto sui singoli documenti. Dimostra che la CGIL di Verona nell'insieme del suo gruppo dirigente ha ancora un rapporto molto forte con il mondo del lavoro veronese in tutte le sue complesse articolazioni e con la realtà delle pensionate e dei pensionati che hanno partecipato ai 70 congressi di lega promossi dal Sindacato Pensionati. Quanti oggi tentano di mettere in discussione il Sindacato e il suo rapporto con il mondo del lavoro dovrebbero meditare su questi numeri ed avere quanto meno il pudore e la decenza di esibire almeno analoghe prove di democrazia prima di lanciarsi nei loro immotivati attacchi contro un soggetto, il Sindacato, che pur con tutte le difficoltà che oggi deve affrontare, mantiene un legame saldo con i suoi associati. Siccome il confronto si è svolto su due documenti contrapposti, per la terza volta di seguito dal 1991 ad oggi, è giusto dar conto anche dell'esito del voto. Il 90% dei consensi, per la precisione l'89,97% è andato al documento "Diritti e Lavoro in Italia e in Europa"; il 10.03% è andato al documento "Lavoro Società. Cambiare rotta". Aldilà del risultato i congressi provinciali di categoria si sono svolti generalmente in un clima positivo di dialogo e di confronto che ha permesso significative convergenze e l'elezione unitaria e condivisa degli organismi dirigenti a livello di Comitati Direttivi e Segreterie. E' un fatto importante da apprezzare perché frutto di un confronto vero senza mimetismi o tatticismi di maniera. Certo le differenze non sono scomparse, ma in questa fase ha prevalso un senso di responsabilità comune che ci ha permesso di compiere, nella chiarezza delle posizioni, qualche importante passo in avanti anche in ragione delle novità che la situazione nazionale e internazionale hanno conosciuto dall'inizio del congresso ad oggi, rendendo per alcune parti superati gli stessi documenti congressuali approvati dal Comitato Direttivo nazionale nel giugno scorso. Altro fatto importante che va evidenziato, è la partecipazione femminile. Al Congresso precedente nel 1996 le donne delegate erano 62 su un totale di 300 congressisti, pari al 20,67%; oggi sono 117 su 301 delegati, pari al 38,87% e solo per impedimenti dell'ultima ora di alcune compagne non siamo riusciti nell'intento di arrivare ad una platea congressuale con il 40% di delegate. Nonostante ciò quasi il doppio delle donne è oggi protagonista del nostro congresso e questo è un merito complessivo dell'intera organizzazione, delle compagne in primo luogo, ma anche di tutti gli uomini della CGIL che, anche in categorie a bassa o bassissima presenza femminile, si sono impegnati a conseguire un risultato al quale diamo un forte significato simbolico e politico. Un grazie a tutti di cuore per aver creduto in un obiettivo che va nella direzione di costruire sul serio una organizzazione di donne e di uomini come dice il nostro Statuto. Il fatto positivo si amplifica se guardiamo alla composizione degli organismi dirigenti di categoria nei quali le donne assumono un peso ed una rilevanza crescente. Certo molto resta ancora da fare ma la strada imboccata è quella giusta e primi positivi risultati cominciamo a registrarli. Questi i dati nudi e crudi. Di ciò siamo sinceramente molto soddisfatti. Altrettanto lo siamo per il modo con il quale l'organizzazione ha lavorato. Siamo partiti per tempo e dopo un'iniziale difficoltà a mettersi in moto, tutti hanno poi profuso un impegno forte e solidale per ottenere questi significativi risultati. Categorie, servizi, apparato tecnico, in collaborazione con la segreteria provinciale, tutti hanno dato un forte contributo ed è giusto oggi riconoscere questo merito e ringraziarli. Accanto a queste considerazioni positive è però necessario evidenziare anche osservazioni critiche e limiti qualitativi della nostra discussione sui quali è indispensabile riflettere con serenità, fuori dagli schemi, ora che il voto si è espresso determinando il peso dei due documenti. A mio parere l'articolazione congressuale su due documenti contrapposti, lungi dal liberare il dibattito ed arricchirlo, ha finito invece per irrigidirlo, riducendolo talvolta ad una conta dei voti, anche per l'esiguità del tempo a disposizione. La CGIL tutta dovrà fare una riflessione attenta sulla utilità di riproporre alla base una contrapposizione di posizioni così netta che in taluni casi ha preoccupato i nostri iscritti ed a molti è parsa incomprensibile al punto che per rendere ragione delle due posizioni spesso invece di avvicinarle si è dovuto estremizzarle annullando articolazioni e sfumature tra e all'interno dei documenti. Così non va bene. Bisogna dirlo con chiarezza e impegnarsi a ricercare altri percorsi che salvaguardando il sacrosanto diritto a pensarla in modi diversi rendano la discussione veramente più ricca ed aperta. Segno dell'irrigidimento è il fatto che in nessun congresso siano stati presentati emendamenti all'uno o all'altro dei documenti e pochissimi siano stati anche gli ordini del giorno. Le progettate iniziative di approfondimento tematico sono state di molto ridimensionate. Lo stesso meccanismo regolamentare ha poi di fatto offuscata, se non resa impossibile, l'articolazione delle posizioni all'interno dei due documenti, schiacciando tutti sulla scelta delle opzioni pre-definite nel loro complesso. L'articolazione e il confronto di punti di vista diversi e il pluralismo culturale sono valori insopprimibili per una organizzazione se non diventano però posizioni cristallizzate, quasi preconcette, in una logica di governo-opposizione più che di minoranza-maggioranza. Spesso si è avuta la sensazione di discutere a compartimenti stagni quando non in condizioni di estraneità reciproca. Un'organizzazione non può andare lontano se coltiva al proprio interno logiche di convivenza parallela di strutture auto-organizzate. E' compito di tutti, a partire da chi ha maggiori responsabilità, affrontare questo tema nella massima chiarezza e senza pasticci linguistici che nascondono, e alla fine conservano, le differenze politiche ed organizzative. Per quanto ci riguarda nessuna volontà di chiusura, né pretese di autosufficienza ma una precisa richiesta di smontare le rigidità legate al permanere delle mozioni come corpo stabilmente separato come pre-condizione per aprire una dialettica vera e profonda che dia al carattere di maggioranza-minoranza quello spessore che aiuta tutti a crescere. Nessuno di noi può pensare di ridurre o mutilare la ricchezza delle diverse convinzioni, ma è giusto chiedersi, e io penso di sì, se sia possibile dar ragione di questa ricchezza ed offrire spazio ed agibilità a posizioni diverse, anche collettive, senza necessariamente ricorrere alla divisione stabile e rigida che conosciamo dal 1991 ad oggi. A mio parere ne risulterebbe evidenziato il nostro ruolo agli occhi di milioni di lavoratori e di pensionati e si otterrebbe sul serio quel confronto sul merito senza preconcetti che troppo spesso si invoca senza praticarlo. Molti di noi nel corso dei congressi di base hanno sofferto questa situazione che ha spesso limitato la possibilità di interloquire con lavoratori e pensionati sui grandi temi dell'attualità politica: lotta al terrorismo internazionale e difesa della pace, situazione politico-economica dell'Italia e azione del Governo di centro-destra, rapporti tra le organizzazioni sindacali, realtà territoriale, nostri programmi di lavoro. Certo abbiamo parlato anche di ciò ma spesso più per sostenere le ragioni del voto a sostegno di un documento piuttosto che di un altro, più che per costruire punti comuni di iniziativa e di forte raccordo con i lavoratori e i pensionati. Questo schema congressuale a tesi contrapposte ha mostrato tutti i suoi limiti e, se va riconosciuto a tutti di aver mantenuto, nel complesso, il confronto entro termini di correttezza e di rispetto reciproci, è evidente che una riflessione si impone.
2 - PER UNA GLOBALIZZAZIONE DAL VOLTO UMANO Tra i temi che per forza di cose hanno più colpito e interessato lavoratori, pensionati, cittadini vi è senz'altro il tema della globalizzazione, anche per effetto dello spaventoso attacco terroristico dell'11 settembre che ha reso immediatamente evidente a tutti che il mondo è, oggi come non mai, interdipendente e che nessuno è al sicuro, nemmeno la più grande potenza del pianeta. Interdipendenza e vulnerabilità del mondo si sono rese drammaticamente chiare agli occhi di milioni di persone. Su questi temi si sono sprecati fiumi di parole tanto che può sembrare impossibile aggiungere qualche cosa di originale. Ciò nonostante è opportuno tentare qualche riflessione più proiettata nel medio lungo periodo per capire cosa sia necessario fare per fronteggiare problemi così complessi che richiedono capacità di analisi e di interpretazione con schemi diversi dal passato, se è vero, come pensiamo sia vero, che nel breve spazio che va dalla caduta del muro di Berlino del 9 novembre 1989 all'attentato di New York e Washington dell'11 settembre 2001 si è consumata per intero un'epoca, definita per comodità il "dopo guerra-fredda". Fare i conti con questa nuova realtà non è né semplice né immediato in quanto obbliga a ripensare radicalmente le coordinate tradizionali non solo della geo-politica ma questioni di fondo relative alla difficile convivenza tra popoli profondamente diversi tra di loro per tenore di vita, convinzioni religiose, abitudini sociali e culturali, sistemi politici e amministrativi, concezione della libertà e dei diritti delle persone. Ritrovare le ragioni per una globalizzazione dal volto umano, come la definisce l'ONU, è un compito al quale ci sentiamo profondamente impegnati. Ma per fare ciò serve un rigoroso lavoro di analisi e di reinterpretazione dei fatti, sfuggendo alla facile tentazione di assumere le posizioni più immediate ed evidenti, che non sempre aiutano a pervenire a soluzioni convincenti dei problemi. Non è mai stata in discussione l'assoluta gravità dell'attentato terroristico dell'11 settembre e il clamoroso salto di qualità che ha impresso alla situazione internazionale. Né è mai stata in discussione l'esigenza di combattere con fermezza il terrorismo internazionale avvalendosi di strumenti idonei a renderlo inefficace. I problemi ben più complessi si sono posti quando si è cercato di capire come quanto è avvenuto sia stato possibile, come fosse realizzabile una forte azione di contrasto del terrorismo che non innescasse altre spirali di odio e di vendetta, come fosse possibile realizzare concrete azioni di prevenzione di fatti così tragici e, per essere veramente radicali, nel senso letterale di andare alla radice dei problemi, come fosse possibile affrontare efficacemente, e non solo a parole e con buone intenzioni, un processo di globalizzazione che negli ultimi anni ha prodotto effetti di straordinaria polarizzazione della ricchezza tra Nord e Sud del mondo, rilanciando su scala planetaria le ragioni della libertà, della uguaglianza, della democrazia, della giustizia sociale, dei diritti delle persone, della solidarietà che parevano offuscate nell'occidente sviluppato. Il tragico attentato dell'11 settembre ha drammaticamente il merito di aver rimesso al centro dei processi la politica, la necessità di affrontare questioni così rilevanti per l'intero pianeta attraverso processi democratici e trasparenti senza lasciare tutto nelle mani dell'economia e della finanza o delegare le decisioni ad organizzazioni che agiscono spesso senza alcun carattere di partecipazione democratica come ha brillantemente evidenziato Joseph E. Stiglitz, premio Nobel 2001 per l'economia, nel suo recente saggio "In un mondo imperfetto". Stiglitz, professore di economia a Princeton e poi alla Stanford University è uno dei maggiori esperti di economia del settore pubblico ed ha ricoperto importantissimi incarichi nella Banca Mondiale. Nel suo breve saggio mette in evidenza l'impossibilità di affidarsi unicamente al mercato per risolvere i problemi di oggi, così come quella di assegnare un ruolo onnicomprensivo allo Stato e sostiene invece l'esigenza di regolare in termini nuovi il rapporto tra Stato e mercato tenendo conto delle novità prodotte dalla globalizzazione. Il problema, dice con chiarezza Stiglitz, è che oggi viviamo in un processo di globalizzazione sempre più esteso e pervasivo, senza disporre delle istituzioni globali adeguate ad affrontare le conseguenze di tale processo. "Possediamo - dice Stiglitz - un sistema globale, ma siamo privi di un governo globale". Tutto ciò si è reso evidente dopo l'11 settembre e non è certo pensabile assegnare ad un solo Paese questo compito, né recuperare in breve tempo un ruolo veramente efficace e credibile di istituzioni come l'ONU che negli ultimi anni hanno visto purtroppo diminuire il loro peso, anche per responsabilità diretta delle maggiori potenze. Non è possibile quindi, semplicisticamente, limitarsi ad una scelta di schieramento per mettere in pace la nostra coscienza e delegare ad altri la faticosa ricerca delle risposte a situazioni così complesse da non poter certamente essere risolte unicamente attraverso il ricorso alla forza. La globalizzazione, affrontata seriamente, ci pone questioni rilevantissime e di lungo periodo che dobbiamo affrontare con parametri di ricerca nuovi e più rigorosi. Non è un fenomeno nuovo se già nei decenni trascorsi illustri studiosi del calibro di Fernand Braudel e Immanuel Wallerstein parlavano di economia-mondo nei loro ponderosi studi sull'economia moderna, prevedendo addirittura con grande lucidità l'affermarsi sulla scena politica e sociale di quelli che Wallerstein definì "antisystemic movements" ben prima che i nostri occhi vedessero in televisione i fatti di Seattle o più recentemente le manifestazioni di Genova. Ciò che si è verificato drammaticamente e impetuosamente a partire dal 1980, data considerata di svolta per il processo di globalizzazione, è uno straordinario salto di qualità prodotto dalle nuove tecnologie dell'informazione e della comunicazione (designate con l'acronimo NICT New Information and Comunication Technologies) che hanno annullato di fatto le nozioni di spazio e di tempo nelle transazioni economiche, ampliando a dismisura la portata dei canali di comunicazione e la semplicità del loro uso. Le conseguenze sono state devastanti e spettacolari, dense di possibilità e di incognite. E' impossibile negarle così come è illusorio pensare che la globalizzazione porti solo effetti benefici o negativi. Noi pensiamo invece che la globalizzazione sia un processo originale di grande portata che genera effetti rilevanti sia negativi che positivi. Spetta a noi governarlo e indirizzarlo, sottraendolo agli automatismi della tecnologia e dei mercati finanziari diventati autoreferenziali. Torna in primo piano quindi la politica, il ruolo dei grandi ideali, delle grandi organizzazioni sociali come il Sindacato. Luciano Gallino mette in evidenza con grande chiarezza nel suo recente libro "Globalizzazione e disuguaglianze" le conseguenze straordinarie del processo in atto rispetto al mercato del lavoro e alla stratificazione sociale in termini di sviluppo e declino dei settori professionali, di variazioni del livello di sicurezza-insicurezza, di crescente divaricazione tra i livelli salariali nel Sud e nel Nord del mondo, di nuovo legame tra lavoro-tecnologia-qualificazione, di condizioni di lavoro. Sono pagine illuminanti, per chiarezza e incisività che ci rimandano per intero la responsabilità, come grande organizzazione sociale, di affrontare seriamente un tema così complesso. Altrettanto evidenti e note, denunciate più volte dall'Agenzia delle Nazioni Unite per lo sviluppo umano nei suoi rapporti annuali, sono le crescenti disuguaglianze prodotte da una globalizzazione senza governo. Alcuni dati sono impressionanti. Il 20% più ricco della popolazione mondiale rispetto al 20% più povero possedeva una quota di PIL in rapporto di 30 a 1 nel 1960, diventata di 61 a 1 nel 1991 e di 86 a 1 nel 1999. Nel 1998 il 20% più ricco della popolazione deteneva l'82% dei mercati di esportazione contro l'1% del 20% più povero; il 68% degli investimenti diretti all'estero contro l'1%, il 93,3% degli accessi a Internet contro lo 0,2%. In base ai dati dell'ONU e del BIT (Bureau International du Travail) si può affermare che oggi nel mondo esistono da 100 a 200 milioni di bambini in età compresa tra i 6 e i 12 anni che svolgono lavori pesantissimi (in miniere, cave, vetrerie, fabbriche di tappeti, ecc.) con orari superiori a 12 ore e paghe infime di circa un dollaro al giorno, privi ovviamente di ogni tipo di tutela giuridica e sindacale; un numero analogo di adolescenti, in gran maggioranza donne, lavora in condizioni simili con salari poco superiori in settori come l'abbigliamento, la cancelleria, l'elettronica di consumo; i 2/3 degli occupati dell'Africa sub-sahariana, la metà degli occupati dell'Asia, tra un terzo e la metà dell'America Latina, un quinto in Europa e nel Nord-America lavora nell'economia informale o sommersa dove le regole del diritto del lavoro non esistono o non vengono applicate; nel sud del mondo, infine, il 40% della forza lavoro è disoccupata o occupata in lavori precari dai quali trae un profitto infimo. Sono dati sui quali riflettere. Il problema è drammaticamente chiaro e richiede soluzioni politiche, economiche e sociali ben precise. La protesta che si è levata in questi anni ha avuto il merito di riproporre queste questioni al centro dell'attenzione di tutti coloro che rifuggendo da semplificazioni e ideologismi intendono affrontare seriamente il problema. Oltre alla legittima protesta iniziano oggi a farsi strada anche proposte in positivo sulle quali siamo chiamati ad interrogarci e a misurarci, quali ad esempio 1) la riduzione dello squilibrio degli attuali rapporti tra l'economia finanziaria e quella reale; 2) la riduzione delle disuguaglianze internazionali e nazionali; 3) la necessità di assicurare una reale concorrenza tra le imprese contro tutti i fenomeni di monopolio e oligopolio; 4) l'esigenza di migliorare i contenuti qualitativi dello sviluppo economico, cominciando dal sistema di misurazione, adottando il criterio dell'Indice dello Sviluppo Umano (ISU) suggerito dal Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo nel suo rapporto, che non tiene conto solo del PIL per classificare i diversi Paesi; 5) promuovendo lo sviluppo locale contro ogni logica di dipendenza economica. Queste proposte che Luciano Gallino illustra brillantemente nel suo libro citato in precedenza, sono in larga misura coincidenti con quanto il Sindacato italiano, assieme alle centrali sindacali internazionali ha proposto a Genova il 18 luglio in occasione del vertice dei G8 e in precedenza, nei giorni 2-4 marzo, a Trieste a proposito dell'ambiente. Il Sindacato internazionale ha indicato con chiarezza i punti principali: diritti umani e democratici, giustizia sociale, cancellazione del debito dei Paesi poveri, sviluppo sostenibile, lavoro dignitoso per tutti, diritti del lavoro e pari opportunità per le donne, commercio equo, nuove regole democratiche per le istituzioni e per l'economia. Sono punti che CGIL CISL UIL hanno pienamente fatto propri sottolineando l'esigenza di confrontarsi costruttivamente con quanti li condividono e assumono come metodo di azione il rispetto delle regole democratiche rifiutando il ricorso alla violenza. Su questa base anche a Verona abbiamo proposto di aprire un dialogo con l'arcipelago di forze e di persone che si riconosce nel "Verona Social Forum" per arrivare, nel rispetto reciproco e nella autonomia di ciascuno, a costruire iniziative comuni finalizzate a far crescere la consapevolezza della necessità di realizzare una globalizzazione dei diritti. Siamo fermamente intenzionati a tenere aperto e a sviluppare questo confronto, nella chiarezza delle posizioni e dei ruoli, pienamente consapevoli dell'esigenza fondamentale di realizzare un legame costruttivo con le giovani generazioni in particolare che hanno dato segnali incoraggianti di una volontà di riprendere in mano direttamente il proprio destino. C'è una bella espressione inglese che indica l'esigenza di far crescere in modo diffuso, dal basso, la consapevolezza di un cambiamento necessario nei processi internazionali. Gli inglesi usano l'espressione "grassroots democray" per sottolineare l'esigenza che i cittadini inizino a farsi sentire dal basso, "dalle radici dell'erba". Questo è quindi il nostro approccio di fronte alla grandi questioni della globalizzazione e della pace. Un approccio critico e al tempo stesso propositivo, capace di costruire consenso sociale diffuso attorno all'idea che è possibile e necessario costruire un modo più giusto. Con questi sentimenti e con questa logica abbiamo analizzato e criticato l'approccio con il quale la comunità internazionale e il nostro Paese in particolare, ha affrontato la situazione creatasi dopo l'11 settembre. All'azione di necessario contrasto, anche con la forza, del terrorismo non si sono affiancate iniziative politiche, economiche, sociali, umanitarie capaci di rimuovere le ragioni dell'odio e della divisione e sono stati commessi errori gravi nella gestione stessa dell'iniziativa militare. Non ci potrà mai essere una pace duratura senza libertà, rispetto dei diritti, democrazia, tutela della dignità delle persone, giustizia sociale, rispetto delle diversità culturali e religiose. E spetta al Nord del mondo ai Paesi più ricchi costruire relazioni rispettose e paritarie con gli altri popoli del mondo. Per queste ragioni noi crediamo sia importante dare segni concreti di solidarietà alle tante persone che soffrono per causa del terrorismo e della guerra, aprendo oggi una sottoscrizione a favore di Emergency, con un versamento di due milioni che chiediamo alle strutture e ai singoli iscritti di incrementare con altre quote. Già altre nostre strutture hanno fatto scelte analoghe. Riteniamo importante che il Congresso le assuma e le faccia proprie. Questa esigenza di giustizia sociale e di solidarietà concreta costituisce il senso profondo e autentico anche dell'appello rivolto da oltre 100 premi Nobel in tutte le discipline a tutti i Governi della terra affinchè si impegnino a ricercare l'unità d'azione per contrastare sia il surriscaldamento del pianeta che un mondo armato, considerando questi due obiettivi "passi in avanti affinchè il diritto prenda il posto della guerra". "Per sopravvivere nel mondo che abbiamo trasformato - così si conclude l'appello - dobbiamo imparare a pensare in modo nuovo. Mai come oggi, il futuro di ciascuno dipende dal contributo di tutti". Spetta in primo luogo all'Europa costruire le condizioni per un vero processo di pace, senza ridicole rincorse ad accreditarsi come singoli Stati presso gli USA. L'Europa può e deve giocare un ruolo di primo piano nel processo di pace in Medio Oriente, fondato sulla coesistenza e sulla cooperazione tra lo Stato di Palestina e lo Stato di Israele. Questa è oggi una priorità assoluta per costruire la pace e alla quale tutti debbono sentirsi impegnati concretamente. Per quanto ci riguarda sosterremo con grande impegno la decisione del CAAF triveneto di destinare 1000 lire per ogni fattura emessa in occasione delle dichiarazioni dei redditi, a favore di progetti concreti di solidarietà a sostegno delle popolazioni palestinesi alle quali va tutta la nostra amicizia con l'augurio di poter al più presto festeggiare una pace tanto a lungo attesa in un clima di giustizia e di riconoscimento reciproco con lo Stato di Israele. Il nostro progetto punta alla costruzione di un ospedale in Palestina e precisamente a Salfit (località tra Nablus e Ramallah) e accoglie una proposta di Emergency. L'Europa può fare molto in questa direzione e può anche, più in generale, fare gesti concreti di pace aprendo le proprie frontiere alle merci dei Paesi più poveri , cancellando il loro debito, contrastando le violazioni dei diritti umani e dei diritti nel lavoro, stabilendo accordi di lunga durata per la fornitura delle materie prime a partire dal petrolio. Questo può essere il ruolo di un'Europa che non sia solo l'Europa dell'economia e della finanza, ma anche un'Europa delle libertà, dei diritti, della dignità delle persone. Un'Europa soggetto politico democratico, protagonista del processo di pace che vogliamo coinvolga l'intera umanità. Questo è il senso del nostro essere europeisti oggi, non per motivi di mero interesse economico, ma spinti da una nuova idea della coesistenza pacifica alla quale l'Europa può dare un contributo determinante. Questo è lo spirito che vogliamo dare al nostro congresso e che abbiamo provato a sintetizzare nello slogan che abbiamo scelto: "Lavoro, libertà, diritti nella società globale", consapevoli del legame indissolubile che lega i tre concetti e dell'esigenza di declinarli a livello planetario. Nessun mondo nuovo sarà possibile senza garantire a tutte le donne e gli uomini della terra un lavoro dignitoso che permetta la realizzazione di sé; senza un'effettiva libertà non solo dai condizionamenti esterni, ma anche come positiva possibilità di scegliere la propria vita nel rispetto anche delle esigenze degli altri, un'idea di libertà individuale intesa come impegno sociale, prendendo a prestito il titolo di un importante scritto dell'economista indiano Amartya K.Sen, premio Nobel per l'Economia nel 1998. Nessun mondo nuovo sarà possibile senza un sistema di diritti universali che dia a tutte le persone la sicurezza di godere di una rete di protezioni sociali irrinunciabili quali la sanità, la previdenza, l'assistenza, la formazione, un reddito dignitoso. Tutto ciò individua la strada che dovremo percorrere nei prossimi anni, misurandoci con eventi straordinari che ci metteranno a durissima prova e che ci obbligheranno a cambiare radicalmente senza mai però perdere quelle radici e quei valori fondativi che ci contraddistinguono come grande organizzazione del mondo del lavoro, che raccoglie il consenso di quasi 5 milioni e mezzo di lavoratori e pensionati, uomini e donne, in tutta Italia e che ci fa essere il più grande Sindacato italiano, con una storia centenaria alle spalle con un grande avvenire da costruire assieme.
3 - VINCERE LA SFIDA PER IL RINNOVAMENTO DELL'ITALIA CONTRO OGNI PROGETTO RESTAURATORE Il secondo grande tema al centro del nostro percorso congressuale, dopo quello della globalizzazione, della lotta al terrorismo e della difesa della pace, è quello relativo all'attualità politica legata al quadro determinatosi dopo le elezioni del 13 maggio con la vittoria del centro-destra. A sei mesi dalla nascita del Governo Berlusconi è possibile esprimere un motivato giudizio di merito che, purtroppo, conferma pienamente e se possibile supera, le previsioni negative da noi espresse a partire da una valutazione del programma del centro-destra e dei primi atti del Governo. Si tratta per noi di un giudizio di merito molto preciso e tutto centrato sui contenuti che sono ovviamente frutto di scelte di valore sulle quali abbiamo ripetutamente misurato la nostra distanza profonda, per come sono espressamente mirate a privilegiare determinati interessi molto diversi da quelli che noi rappresentiamo. E' nota a tutti la sbandierata e soddisfatta identità di vedute tra Confindustria e Governo prima delle elezioni. Per la verità non avevamo bisogno di questa spettacolare conferma per capire quale fosse la scelta di parte che il Governo di centro-destra avrebbe attuato, se avesse vinto le elezioni. Oggi dopo sei mesi c'è una pletora di motivi di insoddisfazione e di evidente contrasto con le ragioni del mondo del lavoro in particolare. Il filo conduttore che lega questi atti è la conclamata volontà di demolire tutti quei risultati che, con grandi fatiche e tanti sacrifici, il movimento sindacale la saputo conseguire e che hanno prodotto risultati apprezzabili in molti campi. Ciò si è reso evidente fin dall'inizio con le decisioni relative all'abolizione delle tasse di successione, alla modifica della legislazione sul falso in bilancio, alle rogatorie internazionali che ci hanno attirato critiche da tutta Europa, alle decisioni relative al rientro dei capitali illegalmente trasferiti all'estero. Si tratta di provvedimenti che rendono immediatamente chiaro il segno politico-sociale di questo Governo. A queste decisioni hanno fatto seguito quelle relative al cosiddetto "pacchetto dei 100 giorni" finalizzato, almeno a parole, al rilancio dell'economia e contrastato dal Sindacato per la sua iniquità, ad esempio rispetto all'emersione dal sommerso a tutto vantaggio delle imprese, e per la sua incapacità di selezionare gli obiettivi, puntando ancora una volta ad una competizione sui costi e non sulla qualità, assecondando per questa via la parte più conservatrice e arretrata della imprenditoria nazionale che non ha saputo, o voluto, introdurre innovazione e qualità nei prodotti, nei processi, nella organizzazione del lavoro e di fronte ai nuovi termini della competizione internazionale sceglie, tra le diverse opzioni possibili, quelle più ostili al movimento dei lavoratori: la riduzione del costo del lavoro e dei diritti dei lavoratori e la delocalizzazione delle imprese secondo meri criteri di economicità. A questi primi atti che hanno visto come principali protagonisti il Presidente del Consiglio Berlusconi e il Ministro dell'Economia Tremonti, ne sono seguiti altri che hanno permesso a tutta la "tribù", come la definisce ironicamente Gian Antonio Stella nell'omonimo libro di mettersi in evidenza. Moratti nella destrutturazione della scuola pubblica, Lunardi nelle opere pubbliche, che va ricordato anche per le sue sconcertanti affermazioni sulla mafia, Castelli per la giustizia, Bossi-Fini su immigrazione e devolution, Sirchia sulla sanità, Frattini su contratti pubblici e pubblica amministrazione, Maroni, per quanto ci riguarda più direttamente, sui temi del lavoro e dello stato sociale. Si può dire che non ci sia campo di azione nel quale il Governo non si sia impegnato in progetti di demolizione di quanto costruito con fatica nel corso degli anni '90. Non è possibile in questa sede affrontare punto per punto tutte le questioni citate, ma anche solo affrontandone alcune risulterà chiarissima la necessità di contrastare le scelte in atto e contemporaneamente di costruire definite e credibili controproposte sulle quali coalizzare, a partire dal mondo del lavoro, interessi e consensi sempre più ampi e diffusi territorialmente al Nord e al Sud del Paese. Il Sindacato infatti non ha solo un compito di difesa, ma anche e soprattutto di controproposta. Se vuole vincere e tutelare al meglio gli interessi generali che rappresenta non può limitarsi ad un'azione di contenimento. Se mi permettete un paragone calcistico potrei dire che, anche se forse non ci sono oggi le condizioni per condurre azioni d'attacco all'olandese, è bene sempre pensare alla controffensiva possibile e proporsi di segnare qualche gol almeno in contropiede come sosteneva con la sua bonaria ed efficace filosofia il compianto "Paron Rocco". Fuor di metafora è necessario costruire con pazienza una controproposta sindacale su tutte le principali linee di azione del governo che mettono in discussione le scelte strategiche, i valori, gli interessi del mondo del lavoro, a partire, come primo tema, dalla concertazione e dalla politica dei redditi che hanno prodotto i grandi accordi degli anni '90 che hanno permesso il risanamento del nostro Paese. Si deve sapere con chiarezza che se si sostituisce la concertazione con aleatori ed imprecisati modelli di dialogo sociale che si limitano a registrare le posizioni senza assumersi l'onere di tentare una convergenza delle scelte e un bilanciamento degli interessi, si rischia di riaccendere un forte conflitto sociale che se in questi anni è stato contenuto, è proprio perché è stato possibile ottenere per altre vie una serie di risultati. Non abbiamo mai pensato che la concertazione escludesse il conflitto, nè che il conflitto fosse un pericolo per la democrazia e per il Paese se esercitato come mezzo e non come fine; è certo però che a fronte di una esplicita negazione del valore e della pratica della concertazione e della politica dei redditi sarà nostro compito adottare tutti gli strumenti necessari per ottenere quanto ci viene negato, ovviamente come è nostra tradizione sempre con metodologie di lotta e di mobilitazione democratiche e rigorosamente rispettose delle leggi. Temendo che ciò avvenisse si è perfino tentato, da parte del Governo, e per ora solo a parole, di limitare le possibilità di mobilitazioni di massa e di farle apparire come portatrici di violenza. Non permetteremo a nessuno di limitare autoritariamente l'esercizio delle libertà e delle prerogative sindacali. Non si può cercare lo scontro e poi metterne in evidenza la pericolosità. Noi riproporremo con determinazione la scelta della concertazione e al tempo stesso sapremo prendere atto e agire di conseguenza di fronte ad un quadro che confermasse la volontà di scontro con il Sindacato sia a livello nazionale che a livello decentrato. La seconda questione riguarda i temi del lavoro e della contrattazione che è uno dei compiti costitutivi di un Sindacato confederale. E' bene chiarire da subito che, come è scritto con grande chiarezza nelle tesi della CGIL, di tutta la CGIL, non accetteremo di mettere in discussione l'articolazione su due livelli della contrattazione, schema che intendiamo invece migliorare e rendere più diffuso e adeguato a conseguire una tutela più ampia, interessando anche quelle situazioni che oggi, a malapena, conoscono il contratto nazionale di categoria. Solo con uno schema europeo di copertura universale sarà possibile ripensare al contratto nazionale di lavoro che per noi oggi continua a costituire un punto fondamentale di tenuta della solidarietà nel mondo del lavoro. La pervicace volontà di Confindustria in particolare di rimettere in discussione i due livelli contrattuali, con il sostegno esplicito del Governo, troverà una opposizione molto ferma da parte nostra, anche perché riteniamo, in positivo, che questo impianto possa veramente favorire una scelta di competitività centrata sull'innovazione e la qualità con il diretto concorso e protagonismo anche dei lavoratori che vanno certamente valorizzati professionalmente ed adeguatamente retribuiti se si vuole ottenere la loro disponibilità a collaborare in modo intelligente e costruttivo. Altrettanta fermezza adotteremo per fronteggiare l'attacco alla deregolazione dei rapporti di lavoro che viene portato, in modo talora insinuante e talaltro assai esplicito, nel Libro Bianco sul mercato del lavoro presentato dal Ministro Maroni. La parte insinuante è quella dove si piegano a proprio favore, spesso stravolgendole, osservazioni presentate dall'Unione Europea con l'intento di realizzare obiettivi esattamente opposti a quelli che l'Unione Europea si propone. La parte manifesta è quella sui diritti e sulla struttura contrattuale là dove senza mezzi termini si fanno scelte di campo nette a favore delle imprese e a tutto svantaggio dei lavoratori. Perfino la recente legislazione sui disabili viene rimessa in discussione. Anche a questo proposito è bene sapere che non esiste oggi alcuna possibilità di mediazione relativamente all'articolo 18 dello Statuto dei diritti dei lavoratori del quale si finge di voler proporre in via sperimentale il superamento e si pensa invece di abolirlo, come, più onestamente, qualcuno dice espressamente. Per questa via si contraddice anche quanto sancito dalla Carta Europea dei diritti fondamentali. Dieci milioni di italiani hanno espresso con il referendum il loro parere e non c'è motivo oggi di pensare che alla già infinita flessibilità del mercato del lavoro italiano si debba aggiungere la possibilità di licenziare i lavoratori indesiderati con un semplice indennizzo monetario. Anche a questo proposito abbiamo indicato precise possibilità per risolvere il problema dei tempi lunghi del procedimento giudiziario che si dice essere il problema principale. Proponiamo di costruire un accordo che preveda la conciliazione obbligatoria e il concordato volontario per accelerare le procedure, ma sempre e solo sulla base di leggi e contratti e non soggetto all'arbitrio di giudizi svincolati da parametri predefiniti. Il rifiuto di questa proposta da parte di Confindustria rende evidente che siamo in presenza di una scelta politica tesa a ridimensionare drasticamente i diritti del lavoro dipendente a favore delle ragioni dell'impresa rompendo il difficile e già precario equilibrio costruito in tanti anni di lotte. La strada della riduzione dei diritti indebolisce e divide il mondo del lavoro e del resto la rottura del rapporto tra occupati e disoccupati, tra lavoratori stabilmente al lavoro e precari è un esplicito obiettivo del Governo che prefigura in molti campi una scelta di doppio regime che tende a rassicurare, entro certi limiti, i lavoratori attualmente al lavoro, scaricando sui precari, sui giovani e sulle parti più deboli del mercato del lavoro i costi di operazioni che a lungo termine finirebbero per danneggiare l'intero mondo del lavoro. Togliendo diritti agli attuali occupati non migliora di un millimetro la condizione dei precari di oggi e così indebolendo questi ultimi si finisce per peggiorare, in prospettiva, anche le condizioni di lavoro e di vita degli attuali occupati costretti, per mantenere i loro standard di oggi, a competere verso il basso accettando situazioni e condizioni di lavoro sempre più difficili. Questa è la ragione per la quale da tempo parliamo dell'esigenza di tutelare il lavoro nella sua complessa e articolata realtà, in tutte le sue manifestazioni. L'articolazione spettacolare delle sue forme e della sua regolazione ne ripropone oggi l'universalità come concetto, recuperando tutto il suo frastagliato manifestarsi. Bisogna ricostruire una rete di diritti universali del lavoro, tanto più forti e necessari per quei lavoratori precari che più di altri pagano il costo umano della flessibilità, messo in evidenza con grande efficacia e chiarezza da recenti studi, quali, tanto per citarne alcuni, quelli di Giovanna Altieri e di Mimmo Carrieri "Il popolo del 10%. Il boom del lavoro atipico", di Luciano Gallino "Il costo umano della flessibilità", di Richard Sennet "L'uomo flessibile. Le conseguenze del nuovo capitalismo sulla vita personale", senza dimenticare la interessante ricerca condotta nella nostra Regione dall'Agenzia per l'Impiego raccolta nel volume "Solo una grande giostra? La diffusione del lavoro a tempo determinato" e l'inchiesta di Anna Maria Mori "Gli esclusi. Storie di italiani senza lavoro". Nessuno di noi pensa sia possibile eliminare la flessibilità oggi diretta conseguenza dei profondi processi di trasformazione del modello produttivo e sociale. Ciò non significa però accettare che la flessibilità si trasformi in precariato permanente e senza regole o peggio ancora in deregolazione del rapporto di lavoro. Anche a questo proposito non solo azione di contrasto ma anche precise controproposte. Noi pensiamo che la sfida della globalizzazione che investe anche il lavoro possa essere vinta non puntando sui costi, ma sulla qualità e cioè investendo in ricerca, in innovazione, in formazione in tutto l'arco della vita, nelle grandi infrastrutture della comunicazione e dell'informazione, nel potenziamento dei diritti di base e non nel loro smantellamento, in una rete di protezione sociale contro il rischio di perdita del lavoro che aiuti a convivere con situazioni continuamente in evoluzione, in sistemi di ammortizzazione sociale che facilitino il reinserimento lavorativo e non siano semplicemente forme, spesso insufficienti, di indennizzo del danno. Una filosofia affatto diversa da quella del Governo e di buona parte degli imprenditori, una scelta che fa sul serio dell'occupabilità un obiettivo concreto e non una generica possibilità. E tutto ciò in poche parole vuol dire investire in risorse umane, credere nella centralità della persona nel lavoro e nella società, essere consapevoli che oggi più che mai "il sapere è libertà" come si è intitolata una delle nostre iniziative precongressuali. Queste scelte contrastano sostanzialmente con la filosofia contenuta nel Libro Bianco che, anche là dove presenta delle aperture, pare più attenta a creare la divisione tra i sindacati che a costruire le condizioni per una unità di intenti e di azione. Se si pensa poi che su questi temi il Governo intende procedere attraverso le leggi delega si capisce perché il nostro dissenso non possa che essere netto e radicale. Agire attraverso la delega su materie così complesse significa di fatto svuotare il confronto con le parti sociali e con lo stesso Parlamento. E' evidente che al Governo conviene questa strada anche per evitare non imprevedibili contraccolpi nella sua stessa maggioranza parlamentare come si è visto a proposito dell'articolo 18. Sul complesso delle materie relative al lavoro il Sindacato italiano unitariamente dovrà riorganizzare, recuperando e ricomponendo le divergenze registrate, un'iniziativa forte e articolata di discussione e di mobilitazione senza trascurare i temi della salute e della sicurezza. Nonostante qualche positivo passo in avanti restano per noi intollerabili gli infortuni e le morti sul lavoro il cui numero è ancora assurdamente alto e che costituiscono un altissimo prezzo umano, sociale ed economico che non riteniamo di dover più pagare per cause che abbiano a che vedere con il mancato rispetto di leggi e contratti o per l'inaccettabile prevalenza delle logiche del profitto in dispregio delle ragioni della salute e della vita delle persone. Un terzo tema, dopo concertazione e politica dei redditi e lavoro e contratti, è quello relativo alla Legge Finanziaria e più in generale alle politiche dello Stato Sociale (formazione, previdenza, assistenza, politiche della famiglia). Il nostro giudizio sulla Legge Finanziaria è stato già espresso con chiarezza. E' una manovra inefficace con alcuni caratteri di pericolosità. Si basa su entrate che non sono certe e che svelano tutta la strumentalità della commedia sul buco in bilancio, improvvisamente scomparso dopo le ferie estive. Le spese per investimenti sono imprecisate o addirittura false, come nel caso della scuola dove in realtà si realizzano tagli consistenti, così come nella ricerca scientifica. Vengono ridotti i trasferimenti agli Enti locali, nonostante l'approvazione della legge di modifica del titolo V della Costituzione ne amplifichi ruoli e competenze; non ci sono soldi per il Sud, né per l'occupazione giovanile e tantomeno per il rinnovo dei contratti pubblici, scelta contro la quale sono stati già effettuati unitariamente due scioperi per respingere proposte di aumenti che assomigliano più ad elemosine. La scelta più pericolosa è poi l'idea di accompagnare una finanziaria di tale fatta ad alcune leggi delega; oltre a quella già ricordata relativa ai temi del lavoro, il Governo pensa ad una delega per il fisco, una per la previdenza, una per la riforma degli Enti Pubblici. Più che ad una esigenza di far presto, si segue una logica di svuotamento del Parlamento e del confronto sociale. La questione della previdenza è illuminante. Dopo gli insuccessi clamorosi del '94 e fatto tesoro della lezione ricevuta allora, il Governo, nonostante i quotidiani roboanti proclami di Confindustria e del Governatore della Banca d'Italia che ha perso ogni tipo di prudenza debordando quotidianamente dai suoi compiti istituzionali, sembra voler procedere con maggiore cautela anche perché i risultati della Commissione Brambilla sull'andamento della spesa previdenziale danno un esito del tutto in linea con le previsioni di risparmio che avevano guidato l'Esecutivo di allora e il Sindacato a varare un progetto di riforma che, a partire in particolare dal 1995 e con successivi ritocchi, si è dimostrato nel complesso efficace e coerente, nonostante manchino ancora fatti importanti per la sua completa realizzazione. Si è proceduto con una serie di annunci successivi spesso contraddittori, forse per tastare il terreno e saggiare il tipo di risposta che il Sindacato avrebbe dato. Una volta capito che per questa via non si passava il Governo, memore dell'esperienza precedente, ha deciso di procedere con maggiore prudenza deludendo Confindustria e Fazio e proponendo, proprio in questi giorni un progetto che, a quanto è dato capire ad una prima lettura offre un terreno di confronto e non semplicemente un'occasione di conflitto. Su alcuni punti il Sindacato ha dichiarato una disponibilità a discutere, mentre su altri non ci può essere accordo. Ci riferiamo all'idea, che pare però essere stata abbandonata, di ridurre le aliquote contributive fiscali per compensare le imprese per l'utilizzo del TFR per le pensioni complementari; alla parificazione tra fondi chiusi e fondi aperti; all'aumento immediato delle aliquote fiscali per i lavoratori parasubordinati senza alcun effettivo miglioramento delle corrispondenti prestazioni sociali e della tutela giuridica per queste figure. Altrettanta indisponibilità è stata espressa relativamente ad ipotetiche forme di disincentivo per l'accesso alla pensione di anzianità. Sugli altri temi enunciati, se saranno confermati, il dibattito può essere aperto a partire dalla conferma della bontà dell'impianto riformatore che va completato e semmai perfezionato non certo ridiscusso radicalmente né tantomeno stravolto. E' bene che il Governo sappia che se a questa prima manovra intende farne seguire un'altra ispirata alle richieste di Confindustria e tesa a demolire l'impianto della riforma che prevede la salvaguardia di un pilastro previdenziale pubblico, accanto ad uno complementare collettivo ai quali possono aggiungersi forme di assicurazione private, troverà una ferma opposizione del Sindacato. Così pure non possiamo concordare sui tentativi di svuotamento della legge sull'assistenza che tanta fatica è costata ed è stata ottenuta in particolare grazie alla mobilitazione dei Sindacati dei Pensionati, scaricando le responsabilità sui comuni senza conferire loro le risorse e gli strumenti necessari a svolgere i compiti ai quali sono chiamati. E altrettanto dicasi per l'insano e antieconomico proposito di svuotare di funzioni tutte le strutture pubbliche devolvendone i compiti ai privati secondo una logica, che si è verificato essere, alla prova dei fatti, inefficace ed ultra costosa, tanto che tutti i Paesi che hanno imboccato prima di noi questa strada stanno precipitosamente tornando indietro. L'ideologia del liberismo selvaggio fa strame persino delle coerenze del liberalismo classico che, sempre, nella storia ha saputo, pur nella sua impostazione, riconoscere l'esigenza di un ruolo regolatore e in alcuni casi di gestore dello Stato, soprattutto per servizi che per loro natura devono essere sottratti alla pura e semplice logica del mercato che si verifica essere antieconomica oltre che, profondamente illiberale. Su questo piano il nostro Governo sembra ricalcare, almeno nelle intenzioni proclamate, le orme peggiori del "conservatorismo compassionevole" che ispira il partito repubblicano americano. Il punto però forse più alto e strategicamente importante del contrasto è quello riferito alla devastante iniziativa controriformatrice del Ministro della Pubblica Istruzione Letizia Moratti che ha già provocato grandi manifestazioni da parte degli studenti e aspre critiche dal mondo della scuola. Il progetto di riforma dei cicli messo a punto dal Governo si presta ad un'infinità di critiche ma nella sostanza obbedisce all'idea di impoverire la qualità della scuola pubblica a vantaggio di quella privata; ripropone come negli anni '50 due canali scolastici rigidamente separati ai quali gli studenti debbono avviarsi in giovane età riportando indietro i percorsi di innalzamento dell'obbligo scolastico e riconsegnando totalmente i destini formativi dei giovani alle condizioni reddituali e ai livelli di istruzione e di status delle loro famiglie. Si riduce il percorso scolastico superiore; non si generalizza la scuola per l'infanzia; si torna indietro nella scuola elementare e si snatura il ruolo della scuola media. Un "capolavoro" che vanifica il lavoro difficile e prezioso degli ultimi anni e non chiarisce che fine faranno l'obbligo formativo, l'istruzione e la formazione tecnica superiore (IFTS), l'educazione degli adulti. Una riforma che ci colloca fuori dall'Europa e ignora perfino l'esigenza di raccordare ogni tipo di progetto con il ruolo delle Regioni e con quello di altri Ministeri, quello del lavoro primo tra tutti. Dovesse permanere questo progetto la CGIL, ci auguriamo assieme a tutti gli altri sindacati, e insieme agli studenti e alle loro famiglie metterà in atto idonee iniziative di lotta e precise controproposte per contrastarlo. Già il giorno 19 dicembre sono previste iniziative regionali che faranno da corollario a quella nazionale prevista a Perugia con il titolo "La scuola che vogliamo è una buona scuola pubblica per tutte e per tutti". Le avvisaglie di questo progetto si erano già viste con il proliferare di proposte per il buono-scuola destinate nei fatti ad essere un finanziamento alla scuola privata, proposte contro le quali nel Veneto e a Verona ci siamo mobilitati raccogliendo migliaia di firme. A questi progetti inaccettabili sul piano sociale si possono poi aggiungere, a peggiorare il quadro, le iniziative del Governo sulla giustizia con le solite brutte figure in Europa, la delegittimazione della Magistratura con attacchi violenti da parte di chi dovrebbe garantirne l'indipendenza , i condizionamenti sul sistema informativo, l'indebolimento grave nella lotta alla mafia e alla criminalità organizzata, le iniziative illiberali in termini di immigrazione, l'irridente leggerezza con la quale si rinvia a data da destinarsi la soluzione del conflitto di interessi, le iniziative mirabilanti in termini di decentramento dopo aver avversato una riforma costituzionale che offre, sulla scia delle "leggi Bassanini", ampi poteri alle Regioni, alle Province e ai Comuni, poteri che, molto spesso non si è stati capaci di gestire positivamente. Non c'è alcun motivo per cui come Sindacato possiamo abbassare la guardia e alleggerire la critica e ciò non ha niente a che vedere con il fatto che il Governo sia di centro-destra piuttosto che di centro-sinistra. E' una questione di contenuti e a questi noi guardiamo con una difesa ad oltranza della nostra autonomia che se va certamente ripensata nello schema bipolare che, progressivamente ed in modo crescente, caratterizza il sistema politico italiano, non può mai essere messa in discussione. Tantomeno però possiamo interpretare l'autonomia in termini di indifferenza o di equidistanza. Il nostro sistema di valori e le nostre stesse ragioni di esistenza incontrano forti difficoltà nel rapporto con chi persegue l'ultraindividualismo e assume come proprio principio guida la ragione del più forte, temperata, come massima concessione, da forme di benevola compassione" per i più poveri", per "quelli che non ce la fanno", per usare un linguaggio che non ci è proprio. Tutto ciò non può però significare per noi, in nessun modo, la ripresa di forme di neocollateralismo con i partiti che hanno tutto il diritto di muoversi e di agire in piena autonomia rispetto alla sfera di azione del Sindacato. Salvaguardare la libertà individuale e le prerogative personali del cittadino-sindacalista è un fatto sacrosanto nel rispetto degli Statuti; altrettanto forte deve essere però la prudenza e la valutazione delle opportunità specie per chi ricopre cariche di grande rilievo che in certo modo inevitabilmente finiscono per condizionare anche le scelte personali. Quando la rappresentatività di una persona abbraccia ambiti che vanno ben oltre le pur legittime appartenenze di partito ogni scelta va attentamente calibrata pena correre il rischio di indebolire, alla lunga, il ruolo stesso di rappresentanza, anche offrendo agli interlocutori comode, per quanto spesso pretestuose, scappatoie per sfuggire al merito del confronto cercando di farlo apparire condizionato da logiche di schieramento politico. Certo si tratta di un tema molto delicato al quale, non a caso, nel passato abbiamo prestato grande attenzione. Non c'è motivo oggi per prestarne di meno, anzi. In questo quadro assai complicato di rapporti con il Governo si inserisce anche la vicenda dei rinnovi contrattuali, non solo dei pubblici dipendenti già in lotta per conquistarsi le risorse necessarie, ma anche del settore privato. L'incrinarsi dei rapporti tra le parti ha improvvisamente rallentato e condizionato le trattative in essere creando un clima di grande preoccupazione reso più acuto dalla mancata soluzione della vicenda dei metalmeccanici della FIOM CGIL che non hanno sottoscritto il contratto con Federmeccanica, giudicandolo non accettabile a differenza di FIM e UILM. Ora la vicenda è a tutti nota, così come è nota l'opinione della FIOM e della CGIL sul merito. Ciò che deve far pensare più di ogni altra cosa oggi, più del merito delle 15.000 lire legate alla produttività di settore, più della difesa dello stesso contratto nazionale, cose pur importantissime, è la rottura prodottasi sul piano della democrazia sindacale. Per chi come noi continua a pensare che l'unità sindacale sia un bene primario e irrinunciabile il problema è molto serio perché riguarda il modo stesso di essere del Sindacato. Non può essere un'associazione imprenditoriale a legittimare un accordo. Ci sono due sole strade: o la sottoscrizione da parte di sigle sindacali che siano rappresentative (in modo verificabile e non presunto) della maggioranza dei lavoratori interessati o il parere maggioritario dei lavoratori stessi accertato tramite consultazione o referendum. Non ci può essere altra forma di legittimazione democratica di un contratto che si vuole estendere all'insieme del mondo del lavoro. Sulle materie contrattuali l'esercizio della democrazia di mandato nelle forme sopra ricordate non è rinunciabile se si vuole mantenere l'attuale caratteristica del Sindacato confederale italiano ed evitare di correre rischi molto seri di riduzione verso il basso delle tutele. Altra cosa invece è l'esercizio della democrazia rappresentativa sulle grandi questioni di iniziativa del Sindacato che riguardano la tutela degli interessi dei lavoratori e dei pensionati e che si riferiscono a materie non disponibili per le parti, per le quali serve una legge dello Stato o della Regione o una delibera di un Ente locale. In questi casi, sempre avendo cura di promuovere la più ampia partecipazione e informazione dei lavoratori, dei pensionati e delle strutture decentrate, è possibile pensare che la decisione spetti agli organismi dirigenti statutariamente individuati, magari ricercandone il più ampio concorso. Non riesco a pensare come sia possibile sfuggire ad un ragionamento di così evidente semplicità, tanto più che il modello per misurare la rappresentanza e la rappresentatività è già i vigore nel settore pubblico ed ha permesso, anche nelle recenti elezioni delle Rappresentanze Sindacali Unitarie, di misurare l'alto grado di riconoscimento che i lavoratori assegnano al sindacalismo confederale e, per quanto ci riguarda alla CGIL che a livello nazionale si conferma essere il primo Sindacato ed anche nella nostra provincia registra un ulteriore avanzamento rispetto ai già ottimi risultati di tre anni fa. Ora il punto per far ripartire un rapporto serio e costruttivo tra le sigle sindacali è proprio quello della rappresentanza, senza egemonismi né veti da parte di nessuno, ma anzi con la ricerca paziente e rispettosa dei punti di convergenza comune. Nessuno di noi può avere la pretesa di fare da solo così come è evidente che è difficile pensare di escludere dai processi il più grande Sindacato italiano come, grottescamente, cerca di fare il Governo cercando ridicolmente di dare legittimità giuridica a questa scelta con l'introduzione di formule che legittimino il parere di una maggioranza di organizzazioni, a prescindere dal loro livello di rappresentatività e di rappresentanza. La CGIL, la CISL e la UIL sono unite da una storia e da valori forti che non possono essere scalfiti dalle attuali divergenze che è possibile, anzi necessario superare. L'idea di Sindacato confederale, autonomo, democratico, pluralista; la scelta di valorizzare il lavoro e di difesa dei ceti più deboli; la volontà di costruire un mondo più giusto; l'idea di uno stato sociale moderno considerato un'opportunità e un valore e non una spesa; il rispetto delle differenze religiose, culturali, linguistiche, di stile di vita delle persone; l'idea di coniugare innovazione e diritti contro ogni forma di deregolazione dei rapporti sociali e di lavoro; la difesa dei legami e dei rapporti intergenerazionali; la concezione del cittadino anziano come risorsa per la società. Questi, tanto per citarne alcuni, sono punti determinanti di fronte ai quali passano in secondo piano le attuali divergenze che certo non vanno banalizzate, ma non devono diventare pretesti per costruire barriere tanto inutili quanto controproducenti. Nessuno si salva da solo. Nessuno oggi può pensare da solo o peggio contro le altre organizzazioni, di tutelare i lavoratori e i pensionati in un momento così difficile e complicato. Ma è proprio nei momenti come questi che si vede lo spessore di un gruppo dirigente, la sua capacità di mantenere ferma la propria autonomia, di guardare avanti producendo un pensiero strategico che sappia superare le difficoltà temporanee, che sia capace di anteporre gli interessi generali a quelli pur legittimi di organizzazione. Ciò è possibile se è a tutti chiaro che in una società avanzata e complessa c'è bisogno di più Sindacato e non di meno Sindacato. Il Sindacato ha e continuerà ad avere, nelle necessarie trasformazioni, un ruolo determinante di contrattazione, di tutela, di rappresentanza degli interessi, di mediazione e di promozione sociale. Per questo ci sentiamo di affermare che, anche se è oggi pare più difficile, è impossibile rinunciare all'unità, che resta per noi non solo un valore fondamentale, ma anche lo strumento senza il quale le ragioni del lavoro non possono affermarsi. E' per questo augurabile che, a partire dalle giuste lotte in corso, si creino le condizioni per riannodare i fili di una relazione forte e positiva e si costruiscano le convergenze programmatiche sulle quali sviluppare forti iniziative di mobilitazione a sostegno di un programma di grande rinnovamento del nostro Paese che abbia al centro le grandi ragioni del lavoro, della giustizia sociale, della legalità, della solidarietà, contro ogni tentativo controriformatore. Non basta infatti, non ci stanchiamo di ripeterlo, un'azione di contrasto se non si completa e si traduce anche in un progetto positivo senza il quale si è destinati alla sconfitta. Noi offriamo la nostra elaborazione congressuale e il nostro contributo, anche locale, di idee e di disponibilità. Rispettiamo gli altri ed esigiamo rispetto. Ci mettiamo a disposizione per un progetto che è più grande delle nostre singole organizzazioni e riguarda un'insieme di persone, lavoratori e pensionati ma anche giovani (studenti e lavoratori), che in buona parte debbono ancora essere conquistati dal progetto sindacale e tra i quali rischiano di far presa logiche ultraindividualistiche ampiamente propagandate da Governo e imprenditori. Non si illudano i nostri avversari e detrattori di poter facilmente dividerci per lungo tempo, e quand'anche sciaguratamente dovessero riuscirci, sappiano che i diritti dei lavoratori e dei cittadini sono come un fiume carsico che per quanto disperso in tanti rivoli sotterranei prima o poi riemerge e se non trova argini solidi finisce per travolgere ogni cosa sul suo cammino. La storia lo ha insegnato da tempo e quindi dovrebbe consigliare tutti a salvaguardare le regole del confronto democratico e a mantenere, anche nel più aspro conflitto, un rispetto ed una considerazione degli interlocutori se non si vogliono correre rischi gravissimi quanto inattesi. Il Sindacato italiano è una garanzia di serietà e di responsabilità. Non a caso rappresenta milioni di cittadini. Certo, siamo coscienti della necessità di rinnovarci profondamente per tener conto delle radicali trasformazioni in atto. Non c'è bisogno che ce la ricordi il Rapporto Censis. Lo sappiamo da soli. Così come sappiamo però, se mi permettere l'ossimoro, che "dovremo cambiare rimanendo fedeli a noi stessi" e cioè a quei valori che hanno fatto grande il Sindacato italiano in oltre un secolo di storia.
4 - VERONA: VERSO UN NUOVO PROTAGONISMO? E' ovvio che le questioni relative al nostro territorio devono trovare adeguato spazio all'interno del Congresso della CGIL di Verona. Anche per questo motivo abbiamo deciso di organizzare la tavola rotonda di domani alla quale parteciperanno, oltre a me, il Sindaco Michela Sironi, Il Presidente della Provincia Aleardo Merlin, il Presidente della Camera di Commercio Fabio Bortolazzi, il Presidente dell'Associazione degli Industriali Alessandro Riello, il Presidente dell'API Alberto Aldegheri e che sarà coordinata dal Direttore de "L'Arena" Adriano Paganella. Abbiamo voluto aprire il Congresso ai temi di Verona e chiamare ad un confronto le massime autorità istituzionali a livello amministrativo ed esponenti di primo piano del mondo imprenditoriale. E' una scelta che vuole esprimere ad un tempo il nostro profondo interesse per i temi di Verona e, al tempo stesso, la nostra volontà di confrontarci con le istitituzioni e le altre forze sociali, consapevoli come siamo che senza uno sforzo comune su grandi temi condivisi è difficile conseguire risultati significativi. Già oggi voglio ringraziare gli interlocutori che hanno accolto il nostro invito e mi auguro che il pur breve confronto di domani apra la strada, nelle sedi istituzionali, ad un dialogo serio e costruttivo che abbiamo invano ricercato in questi anni senza ottenere risultati apprezzabili. Al tempo stesso ci rendiamo conto che le condizioni esterne non sono le migliori. Le relazioni tra le parti a livello nazionale e con l'Esecutivo, meteorologicamente parlando, tendono ad un costante peggioramento con previste perturbazioni in arrivo. Non è ancora dato conoscere di quale entità possano essere. Ciò nonostante bisogna fare ogni sforzo possibile anche in questa fase difficile per realizzare, almeno parzialmente, obiettivi che vadano nell'interesse di Verona e dei suoi cittadini, delle imprese, dei lavoratori e dei pensionati. Ad alcuni potrà sembrare uno sforzo velleitario . Qualcun altro parlerà di volontarismo, di illuminismo. Noi sappiamo che proprio nei momenti che possono sembrare più difficili è necessario tentare di scorgere una luce in fondo al tunnel, segnare una strada, un passaggio, per quanto possa sembrare difficile, per uscire da una situazione nella quale, questo è certo, tutti rischiamo di perdere. Non si tratta di annullare differenze di opinioni, né di camuffare i diversi punti di vista; si tratta molto più semplicemente di mettere in campo con lealtà e sincerità le proposte e di accettare un confronto di merito che ci permetta di registrare convergenze e divergenze nel pieno rispetto dei ruoli e delle competenze istituzionali. Perché, qualcuno si chiederà, questa testardaggine del Sindacato a voler cercare il dialogo con chi, anche nel recente passato, ha dimostrato di non volere un confronto di merito, un tavolo di concertazione sul quale istituzioni e parti sociali mettano in campo e misurino le rispettive proposte? Intanto, semplicemente, perché siamo testardi e ostinati e, aldilà delle battute, perché quando riteniamo che un'idea sia buona non ci lasciamo scoraggiare dalle difficoltà. Poi perché riteniamo, e proveremo a spiegarlo, che oggi, più ancora di ieri, siano valide le ragioni che ci hanno spinti ad elaborare unitariamente le proposte che abbiamo presentato e poi perché non vogliamo che nessuno mai possa, nemmeno lontanamente, rimproverarci di non averci provato anche oltre ogni limite di ragionevolezza, a testimonianza del fatto che la CGIL, come tutto il Sindacato veronese, guarda al merito dei problemi e non al colore delle amministrazioni che vengono elette dai cittadini in piena libertà e con le quali dobbiamo misurarci sempre a partire dai contenuti. Nell'approcciare i temi legati a Verona siamo molto facilitati dal fatto che lo scorso anno siamo riusciti a sottoscrivere il 1° marzo 2000, un Protocollo d'Intesa intitolato "Per una nuova qualità dello sviluppo, della occupazione, della vita sociale in provincia di Verona" grazie al lavoro comune di CGIL CISL UIL e di ben otto associazioni imprenditoriali: Apindustria, Unione Provinciale Artigiani, Confederazione Nazionale Artigianato, Associazione Artigiani Riuniti, Federazione Provinciale Coltivatori Diretti, Confederazione Italiana Agricoltori, AS.CO Unione, Confesercenti. Si è trattato di un lavoro lungo ed impegnativo durato oltre sei mesi che ci ha permesso di redigere un testo di alto spessore culturale e propositivo che, fatto senza precedenti, ha messo insieme organizzazioni sindacali e associazioni imprenditoriali su temi impegnativi. Si è trattato di un atto di grande responsabilità disancorato dagli interessi immediati. Si è trattato di un gesto di fiducia nelle grandi potenzialità di Verona e di una proposta leale e rispettosa dei ruoli nei confronti delle istituzioni locali. Abbiamo deciso di inserire il Protocollo d'Intesa nella cartellina dei materiali per il nostro Congresso perché riteniamo tuttora del tutto valide le considerazioni e le proposte di quel documento che ha raccolto apprezzamenti verbali senza mai, purtroppo, diventare la base per una discussione concreta e feconda. Non si tratta oggi semplicemente di riproporlo letteralmente, ma di rilanciarne i principi ispiratori alla luce della nuova situazione determinatasi che lo rende, se possibile, ancora più attuale. Cosa è successo dal marzo 2000 ad oggi di così importante? Proviamo a sottoporvi alcune riflessioni e a vedere come si incardinano con le logiche che ci avevano spinto a sottoscrivere quel Protocollo. In primo luogo il perdurare di una crisi economica internazionale resa ancora più incerta dai tragici attentati di settembre impone ad un territorio come il nostro di mettere in atto quelle azioni strategiche che consentano di attutire l'impatto della crisi e di enfatizzare i fattori di successo della realtà locale per attirare investimenti e imprese innovative a Verona. Insomma si tratta di metterci in condizione di ripartire tra i primi e con passo spedito appena l'economia internazionale riprende a tirare. In secondo luogo l'approssimarsi dell'Europa dell'EURO rende sempre più evidente che non sarà più possibile utilizzare le vecchie vie di fuga per compensare le situazioni di difficoltà. La competizione si farà sulla qualità e per competere sulla qualità serve una forte capacità di collaborazione a livello territoriale tra istituzioni e forze sociali in primo luogo. In terzo luogo, da qui a due anni l'Europa si aprirà agli Stati dell'Est e del Sud Europa in un largo processo di unificazione economica e domani si spera anche politica, che non ha precedenti nella storia. E' chiaro che il Veneto e Verona per la loro collocazione, per le loro caratteristiche e per le loro potenzialità potranno giocare un ruolo enorme nella misura in cui arriveranno preparati ad un evento di tale portata. In quarto luogo l'approvazione della legge di modifica del Titolo V della Costituzione assegna alle Regioni, alle Province e ai Comuni responsabilità inedite che obbligheranno le istituzioni ad un grande salto di qualità e con esse anche l'insieme della società che rappresentano. Ci sono poi fatti negativi da correggere quanto prima quali ad esempio la perdurante conflittualità in termini di potere all'interno delle forze di centro-destra che rischia di compromettere le prospettive di sviluppo della nostra provincia. CGIL CISL UIL avevano denunciato apertamente questo pericolo già nel luglio di quest'anno con un documento dal titolo esplicito "Cessino le lotte di potere e parta il confronto sui contenuti e sulle proposte per il futuro della città", inviato alle istituzioni e alle forze sociali di tutta la provincia. Oggi la situazione purtroppo non è migliorata e l'assenza evidente di una guida strategica omogenea e condivisa che segni l'azione di Verona sui diversi terreni, apre lo spazio, oggettivamente, a logiche di neocentralismo regionale e di perdita di autonomia e di ruolo della città. Non si tratta affatto di chiudersi tra le mura della città, anzi, bisogna aprirsi ad un confronto più ampio che riguardi in primo luogo il Veneto, ma anche le ragioni limitrofe, Trentino e Lombardia in particolare, ma guardi anche ben oltre gli orizzonti nazionali e si rivolga all'Europa, al mondo. Se si percepisce però che a Verona esiste una debolezza strategica e una carenza di leadership si finisce per rischiare di essere diretti da altri, subendo le scelte e non contribuendo a determinarle. Questo rischio è oggi rilevantissimo e riguarda settori e realtà strategiche per il futuro di Verona: le infrastrutture, i grandi Enti economici, le imprese di Pubblica utilità, i sistemi di informazione, la gestione culturale e dei beni artistici e ambientali. Verona insomma deve svegliarsi, uscire da una situazione di incertezza ed imboccare una precisa direttrice di crescita qualitativa producendo nuova classe dirigente capace di "pensieri lunghi" e non piegata sulle battaglie del momento. Altri fatti poi costituiscono delle opportunità nuove da mettere a frutto, aldilà del giudizio che è possibile dare sui singoli eventi. Ci sono oggi nuovi presidenti all'Aeroporto, alla Camera di Commercio, nelle due principali associazioni industriali di Verona, Assindustria e Api; la presidenza dell'Autostrada Brescia Padova è stata assegnata al Presidente della Provincia di Verona; la conflittualità interna agli Enti che operano nel Quadrante Europa pare definitivamente cessata. Il Consorzio Zai ha confermato il suo presidente; i Magazzini Generali dovrebbero essere ormai prossimi a trovare una soluzione imprenditoriale che ne rilanci il ruolo. Ci sono poi tutte le questioni relative alle aziende di pubblica utilità, AGSM, AMIA, AMT, APT sulle quali si gioca una partita importantissima per il futuro della provincia di Verona. Serve la massima cooperazione tra le istituzioni e le forze sociali per evitare errori drammatici che porterebbero alla dispersione di potenzialità enormi e di grandi benefici possibili per l'intera comunità veronese. Altrettanto dicasi per le grandi istituzioni culturali della città che possono e debbono compiere un ulteriore salto di qualità che ne consolidi il già rilevante ruolo internazionale. Verona ha grandi risorse e grandi potenzialità non solo infrastrutturali ed economiche; ha grandi banche con un ruolo nazionale di primaria importanza; ha una università in crescita; ha spazi fisici per crescere a sud in modo ordinato; ha potenzialità ambientali, paesaggistiche, culturali, artistiche di primissimo piano a livello europeo e mondiale. Sarebbe irresponsabile non far fruttare un capitale così significativo galleggiando in una mediocre quotidianità che offusca e stordisce anche le energie migliori. Per tutto questo insieme di ragioni riteniamo possibile e corretto pensare ad una nuova fase di protagonismo per Verona, certo a condizione che le istituzioni e le forze politiche sociali sappiano essere all'altezza delle sfide che ci si presentano e cessino le piccole baruffe di bottega per alzare lo sguardo verso un orizzonte denso di opportunità. Per questo ci permettiamo a tutti di chiedere di rileggere il Protocollo d'Intesa del marzo 2000 e di ricontestualizzarlo alla luce delle novità e dei problemi sopra ricordati. Si potrà allora capirne meglio la valenza strategica ed apprezzare più compiutamente le ragioni a sostegno della promozione della programmazione negoziata e della coesione sociale contenute in quel testo al quale rimandiamo anche per evitare di riproporlo in questa sede. Mi sia consentito, a titolo esemplificativo, di ricordare solo i cinque motivi indicati a sostegno della proposta e cioè: 1. Sono cambiati i rapporti tra politica e società; 2. la globalizzazione cambia i termini della competizione e rilancia il territorio come fattore di successo; 3. la riforma dello Stato in senso federalista enfatizza il ruolo dei territori; 4. Verona e il Veneto per vincere le sfide del futuro devono produrre innovazione e qualità; 5. è necessario valorizzare il ruolo dei soggetti sociali per compiere un salto di qualità nelle relazioni. Credo sia difficile non riconoscere un significato positivo e di prospettiva a queste ragioni. Perché allora si è sfuggiti al confronto? E poi, per finire, ci pare importante ricordare le tre linee guida del nostro progetto: la qualità dello sviluppo, dell'occupazione, della vita sociale. Il sistema degli obiettivi articolato nel documento è tuttora valido e attuale e con pochi ritocchi potrebbe essere riproposto, colmando attraverso il confronto le parti meno sviluppate, in particolare quelle riferite ai temi del welfare locale. Crediamo sia possibile per Verona, ci auguriamo a partire già da domani, riaprire un confronto serrato che, capitalizzando positivamente l'occasione ormai prossima delle elezioni amministrative in città, sappia individuare le priorità sulle quali raccogliere il più vasto consenso possibile e mettere in campo le iniziative necessarie a raggiungere quegli obiettivi che possono qualificare il futuro del nostro territorio. Per parte nostra e, siamo sicuri, per tutto il Sindacato veronese, non faremo mai mancare il nostro apporto critico e costruttivo ad un progetto che punti ad una nuova stagione di crescita economica e di benessere per tutti i cittadini della provincia di Verona.
5 - UN BILANCIO E UNA PROPOSTA DI LAVORO Il Congresso è anche l'occasione per un resoconto dell'attività svolta e per tracciare le linee di azione del quadriennio prossimo che poi il Comitato Direttivo tradurrà in programmi di lavoro ed in iniziative concrete. Il primo dato da confrontare è quello sul tesseramento. A fine 1996 gli attivi erano 25.952; a fine 2001 sono (alla data dell'11 dicembre) 26.306 con un incremento modesto di 354 unità. Rappresentano la cifra più alta degli ultimi sei anni, ma certamente sono un risultato molto migliorabile. I pensionati erano, a fine '96, 27.500 e oggi sono 27.750 con un incremento di 250 unità. Complessivamente il tesseramento del 2001 è di 54.466 iscritti con un incremento di 339 unità sullo scorso anno e di 1014 sul 1996, considerato però che oggi contiamo 410 disoccupati iscritti che nel 1996 non esistevano. La cifra più alta di iscritti rimane quella raggiunta nel 1999 con 54.628 iscritti, superiore di 162 unità a quella attuale. Siamo di fronte ad una situazione di tenuta niente affatto facile, date le situazioni di difficoltà che ci siamo trovati e ci troviamo ad affrontare, ma sulla quale abbiamo già da tempo avviato una riflessione rigorosa e definito progetti finalizzati al reinsediamento organizzativo che iniziano a dare i primi frutti. Si tratta pur sempre complessivamente di una realtà importante, ma che pensiamo possa e debba crescere soprattutto in ragione dei consensi che la CGIL raccoglie in occasione delle elezioni delle RSU che dimostrano quanto potenzialmente più ampia sia la nostra sfera di rappresentanza. Non possiamo né dobbiamo accontentarci nonostante vada riconosciuto ed apprezzato il grande lavoro che tutte le categorie hanno fatto nel corso di questi ultimi anni in particolare sul tema del proselitismo. Pensiamo sia necessario un lavoro accurato e metodico sui temi del tesseramento e del reinsediamento organizzativo del Sindacato che tenga conto della straordinaria evoluzione del mercato del lavoro. Sul piano della contrattazione decentrata a livello aziendale possiamo tracciare un bilancio soddisfacente con un numero consistente di accordi oggi raccolti e studiati tramite l'OReS, Osservatorio sulle Relazioni Sindacali pubbliche e private costituito presso l'Università di Verona, con il diretto concorso delle parti sociali. Anche su questo terreno però la strada da percorrere è molta. Sul piano delle politiche territoriali abbiamo già detto a proposito del Protocollo d'Intesa del marzo 2000 che però non ha fatto i passi in avanti sperati. A proposito di tutti gli altri temi connessi allo sviluppo di Verona si può dire che come Sindacato abbiamo giocato fino in fondo il nostro ruolo in tutti i settori. Un terreno sul quale scontiamo un ritardo consistente è quello della negoziazione sociale in rapporto con le Amministrazioni locali sui temi del welfare territoriale e della qualità della vita. E' un ritardo grave che non intendiamo nascondere e che del resto è lo specchio di un ritardo complessivo della nostra organizzazione a livello nazionale che si evidenzia anche dal modo insufficiente con il quale il problema è trattato nei documenti congressuali. E' un ritardo che a livello Veneto e provinciale, anche grazie al contributo del Sindacato Pensionati, stiamo cercando di recuperare predisponendo idonee strutture dipartimentali che ci consentano di produrre elaborazione adeguata e risultati concreti. La negoziazione sociale infatti completa ed integra l'azione contrattuale del Sindacato ed assieme al ruolo di tutela svolto dai servizi definisce il quadro completo delle prerogative di un Sindacato che voglia rappresentare lavoratori e pensionati in una fase di grande cambiamento. Del resto questo nostro limite è connesso anche al ritardo che abbiamo accumulato nell'azione di decentramento territoriale della CGIL che, dopo il processo di unificazione provinciale della struttura avvenuto nel 1996, solo negli ultimi anni ha iniziato un percorso di reinsediamento nelle zone con strutture di servizio e categoriali e con figure di coordinamento confederali. Su questo terreno alcuni congressi hanno prodotto elaborazioni e proposte, in particolare quello del Sindacato Pensionati e, per quanto ci riguarda, intendiamo aprire quanto prima una discussione finalizzata a definire precisi progetti. Sul piano organizzativo interno molte cose sono cambiate. Il rinnovamento dei gruppi dirigenti è in atto. Solo dal 1998 ad oggi 7 categorie su 14 hanno cambiato segretario generale. Dopo oltre dieci anni una compagna è stata eletta nella Segreteria confederale e similmente tutte le categorie hanno iniziato ad affrontare seriamente il problema della differenza di genere a tutti i livelli, tanto che oggi registriamo il dato di presenza al Congresso di donne delegate che ho ricordato all'inizio della relazione. Abbiamo un sistema di servizi di ottima qualità apprezzati all'interno e all'esterno della organizzazione (INCA, Ufficio Vertenze, SALUTe, Ufficio Immigrati, Ufficio Formazione), una società di assistenza fiscale che ha fatto passi da gigante, un centro di informazione per disoccupati che continua, se pur tra qualche difficoltà, ad essere punto di riferimento, una nuova struttura per i nuovi lavori, NIdiL, che ha fatto passi in avanti notevoli e funge da traino e da riferimento per l'intera regione. Abbiamo rilanciato assieme al Sindacato Pensionati che ha svolto in questo senso un ruolo fondamentale, il lavoro dell'AUSER, l'Associazione di volontariato da noi promossa, che sta crescendo di anno in anno. Nel corso degli anni abbiamo migliorato e reso funzionali le nostre sedi acquistandone di nuove senza per questo intaccare un bilancio che si presenta in modo corretto e ordinato senza spreco alcuno ed anzi viene gestito con oculatezza e parsimonia. Da questo punto di vista siamo una organizzazione sana che può guardare al futuro con ragionevole ottimismo e progettare adeguati investimenti che siano frutto di progetti mirati. Abbiamo infine migliorato il clima interno alla organizzazione lavorando per rinsaldare il gruppo dirigente, per rinnovarlo in un quadro di condivisa unità, la più larga possibile, costruendo le condizioni perché ciascuno possa sentirsi pienamente valorizzato all'interno di una organizzazione che ha scelto di superare, dieci anni fa, le componenti di partito e che con fatica sta costruendo modelli di vita interna mobili e dialettici capaci di superare vecchie e nuove cristallizzazioni. Non è un processo facile né scontato. Né sono esclusi incidenti di percorso, ma credo che sia sempre più difficile pensare di tornare indietro. Oggi pensiamo che questo gruppo dirigente si presenti al Congresso più compatto e solidale di qualche anno fa e crediamo sia in grado di compiere ulteriori passi in avanti, colmando i ritardi e le inadeguatezze che ancora permangono lavorando su alcune precise direttrici che chiediamo al Congresso di discutere. Si tratta di tre questioni che vorremmo porre al centro del prossimo mandato e che si aggiungono ai progetti di lavoro già in essere. Sono tre questioni che abbiamo già discusso nel Comitato Direttivo che ha aperto il Congresso e che abbiamo proposto, là dove è stato possibile, nelle assemblee di base e nei Congressi di categoria. La prima è relativa alla prosecuzione del processo di rinnovamento organizzativo del gruppo dirigente a tutti i livelli promuovendo la più ampia collegialità e l'assunzione di responsabilità da parte di tutti, confermando l'impegno a dare sempre più spazio e ruolo alla presenza delle donne. Nessun gruppo dirigente è degno di tale nome se non si preoccupa di costruire le condizioni per la propria successione e per consentire all'organizzazione di fare sempre di più e di meglio, capitalizzando il lavoro svolto in precedenza. La seconda linea di azione, in parte già anticipata, riguarda il pieno compimento del processo di decentramento territoriale oggi solo avviato, sviluppando le zone e potenziando la capacità contrattuale decentrata a livello di imprese, di territorio e con le amministrazioni locali. Il ruolo delle categorie, e del Sindacato Pensionati in particolare, e unito a quello dei servizi diventa determinante per realizzare gli obiettivi che ci siamo proposti. La terza linea di azione riguarda i giovani con i quali intendiamo aprire un confronto a tutto campo mettendo a disposizione tutte le strutture dell'organizzazione e investendo in progetti ed iniziative ambiziosi, mobilitando le risorse economiche e umane necessarie senza risparmio di mezzi per ottenere che i giovani e le giovani, che studino o lavorino, guardino al Sindacato con rinnovato interesse considerandolo una risorsa a loro disposizione per facilitare la realizzazione del loro progetto di vita. C'è poi un quarto problema, sopravvenuto negli ultimissimi giorni, relativo all'assetto del gruppo dirigente della CGIL Veneto oggi privo, dopo nemmeno due anni, del Segretario generale che ha assunto prestigiosi incarichi politici, lasciandoci però con l'onere di rieleggere il responsabile di una struttura che da anni attraversa non facili condizioni organizzative. Per quanto ci riguarda non possiamo che confermare quanto contenuto nel documento approvato dal Comitato Direttivo della CGIL Veneto dell'1 marzo 2000 e da noi totalmente condiviso, che indicava precise linee e proposte per rilanciare il ruolo del Sindacato Veneto e del suo gruppo dirigente. Lavoreremo quindi per rendere possibile al più presto una soluzione unitaria che valorizzi l'insieme del gruppo dirigente regionale, d'intesa con la Segreteria Nazionale, per consentire una forte crescita della CGIL del Veneto a tutti i livelli e un suo forte ruolo nel dibattito nazionale. Non abbiamo nulla da aggiungere a quanto detto allora e confermiamo quindi la nostra disponibilità della CGIL di Verona a contribuire in modo solidale e costruttivo a questo progetto. Anche per questa ragione, oltre che per il lavoro svolto e per i progetti che abbiamo presentato, intendo riproporre la mia candidatura a Segretario generale della CGIL di Verona confermando l'attuale composizione della Segreteria per proseguire nel nostro lavoro in modo spedito e solidale. Era una scelta che avevamo già anticipato e che crediamo sia legittimata anche dall'andamento dei congressi di base e di categoria. Spetta ora però a questo Congresso decidere in piena libertà e con la massima serenità e trasparenza. Non abbiamo nascosto luci ed ombre del nostro lavoro e ci rivolgiamo ai congressisti, alle donne e agli uomini della CGIL, perché discutano con franchezza e senso di responsabilità del futuro di questa grande organizzazione. Penso di poter dire, se volete un po' prosaicamente, che ce l'abbiamo proprio messa tutta, non risparmiando una stilla di energia. Per quanto mi riguarda personalmente posso dirvi che, dopo oltre 25 anni di lavoro sindacale e dopo tre anni e quasi nove mesi di responsabilità di segretario generale, continuo a conservare l'entusiasmo dei primi giorni. Il Sindacato è una grande esperienza politica, culturale ed umana ed ho imparato con il tempo che per quanto si creda di dare è sempre molto di più quello che si riceve. L'emozione con la quale si vive l'incontro con le persone e con i loro problemi è per me sempre la stessa e la soddisfazione che si ricava quando si avverte, con una sensazione quasi di pelle, che i lavoratori e i pensionati apprezzano quello che fai e riconoscono lo sforzo che produci, è immensa e ti ripaga di ogni sacrificio. Il Sindacato è veramente una grande scuola di umanità e di relazioni che aiuta a fare i conti con i problemi e le difficoltà. Ciò che però ti ripaga con gli interessi è proprio questo rapporto con le persone, con le loro storie e i loro problemi, con i loro desideri e con le loro aspettative, a volte con le loro contraddizioni e insicurezze. Vorrei chiudere con un'immagine offertami da mia moglie e tratta da un libro di Jerome Charyn, un grande scrittore, che riferendosi al rapporto con i bambini dice che non bisogna mai abbassare il livello, perché i bambini non lo sopportano. "Dategli il massimo - dice - o vi ameranno o vi odieranno". "I bambini - continua Charyn - sanno riconoscere un falso a un chilometro di distanza. Ti guardano e ti dicono se puzzi o no". Ecco, i lavoratori non sono bambini, ma hanno la stessa facoltà di annusare, ascoltare, capire al volo se sei o no dalla loro parte anche quando ti rivolgi a loro dicendo cose che possono essere spiacevoli, per quanto vere. Mi piace pensare che questo possa essere per noi sindacalisti un bel modo di rapportarsi con i lavoratori, con i pensionati, con i giovani. Questo mi auguro e vi auguro possa sempre essere il nostro rapporto con la nostra gente.
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