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RIPROGETTARE IL PAESE - LAVORO, SAPERI, DIRITTI, LIBERTA’ E-mail
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Mercoledì 18 Gennaio 2006 22:45

 

CONGRESSO PROVINCIALE DELLA CGIL DI VERONA 18 - 19 - 20 GENNAIO 2006

 

Relazione introduttiva di Roberto Fasoli Segretario generale della CGIL di Verona

 

1 - UN CONGRESSO DI CONTINUITA' E DI INNOVAZIONE
Sono mesi, lo confesso, che convivo con l'impianto della relazione congressuale di oggi. L'ho pensato e ripensato decine di volte sempre insoddisfatto del risultato raggiunto. Ho letto e riletto i documenti, ho ripreso materiali del nostro recente e meno recente passato, ho consultato e studiato testi, articoli di rivista e di giornale. Mi pareva sempre di essere lontano dal risultato. Non riuscivo mai a mettermi a scrivere, inventandomi continui pretesti per rinviare. Infine, il tempo ha deciso per me e mi ha obbligato a prendere in mano la penna e a fissare le analisi, le proposte, i concetti con i quali aprire il nostro Congresso.

 

Le incertezze e i dubbi non vertevano tanto su singoli aspetti di merito, quanto sulla esigenza di non ripetere per l'ennesima volta, magari con una sintesi maldestra, i nostri documenti congressuali. Mi pareva giusto provare a dire delle cose che potessero per un verso far sintesi del nostro lavoro comune, tracciare linee di ricerca per il futuro, evidenziare accanto ai risultati le molte problematiche e i rischi che abbiamo di fronte, senza trascurare le questioni locali, veronesi e venete e, soprattutto, dando conto del lavoro svolto nell'arco del mandato congressuale. Infine, compito di una relazione sarebbe anche quello di delineare le proposte di azione per il futuro, almeno per quanto riguarda le materie di propria competenza.

Un compito molto difficile. Per provare a svolgerlo ho scelto di non riprendere nel loro insieme i materiali congressuali cercando di toccare solo le parti, a mio giudizio, essenziali, evitando il lungo elenco dei temi trattati nelle tesi. Chiedo subito scusa di questa scelta, ma per evitare di ripetere, magari male, cose già scritte meglio, ho provato a presentare alcune idee di fondo sulle quali mi piacerebbe che discutessimo in questi giorni e nel prossimo futuro.

In fondo il Congresso confederale per un verso chiude un percorso e per un altro apre una nuova fase che mi piace pensare possa essere caratterizzata da un ossimoro: innovazione nella continuità. Non è un gioco di parole. Si tratta di scegliere una strada che ci permetta, senza perdere le nostre radici e proprio sulla base della nostra storia secolare e a partire dal positivo lavoro svolto, di mettere in campo una forte volontà di innovazione per legare la proposta di riprogettare il Paese a quella di un sindacato nuovo capace di essere protagonista di primo piano nei processi che caratterizzano quella che viene definita come la grande trasformazione.

Questo è il senso dell'immagine stampata sul nostro invito. Un bambino con una bandierina italiana in mano seduto sul cubo che rappresenta il logo del Centenario, "Cent'anni d'Italia", così profondamente segnati dalla CGIL, protagonista di molti passaggi decisivi per la storia del nostro Paese. Dalla nostra storia deve nascere un nuovo soggetto che ne raccolga e ne valorizzi l'eredità e sappia mettersi al servizio del Paese per risollevarlo e portarlo in alto.

Vogliamo legare strettamente la nostra storia al nuovo progetto che vogliamo costruire e ad un rinnovato modo di essere del sindacato italiano. Questo è il contributo che in questi anni come CGIL di Verona abbiamo, con costanza, cercato di dare alla vita futura della nostra organizzazione.

Questa è la ragione per la quale in questi anni, anche nei momenti più difficili, quando è stata messa in discussione la nostra stessa identità e ragion d'essere, non abbiamo mai smesso di cercare di costruire e di proporre linee di ricerca che tentassero di individuare le caratteristiche del Sindacato del nuovo millennio, della società e della economia post-fordista, di quella realtà che oggi in positivo inizia ad essere chiamata società della conoscenza. Anche nei momenti in cui siamo stati costretti, dalla durezza dell'attacco che ci veniva portato, a difenderci e in qualche caso ci siamo sentiti lasciati soli a fronteggiare situazioni per noi inaccettabili, non abbiamo mai smesso di pensare che fosse necessario accompagnare la protesta alla proposta, la difesa alla costruzione di un nuovo progetto positivo capace di riannodare i fili della solidarietà, dei diritti, delle libertà messi duramente alla prova dalla grande trasformazione che ha coinvolto e coinvolge l'economia, la società, la cultura, i comportamenti.

Questa è la ragione per la quale abbiamo sempre difeso la nostra autonomia, frutto di una nostra capacità progettuale e non abbiamo mai smarrito il senso del nostro ruolo distinto da quello dei partiti e delle istituzioni. Abbiamo sempre ritenuto fondamentale lavorare per l'unità dei lavoratori e del sindacato come condizione non solo per difenderci ma per ricostruire un nuovo paradigma adeguato ai tempi che cambiano.

Per questa ragione abbiamo cercato di ricomporre non formalmente e a parole la nostra unità interna, processo che non è certamente concluso, anche se è giusto riconoscere che sono stati fatti importanti passi in avanti e anche se rimangono questioni non secondarie sulle quali la discussione è ancora aperta.

Questa è la ragione per la quale, quando la CGIL del Veneto ha lanciato l'idea della Conferenza di Progetto intitolata "Il Sindacato e la grande trasformazione", formalmente avviata nel giugno del 2004, ma già in incubazione da tempo, subito la CGIL di Verona si è dimostrata pienamente disponibile a collaborare attivamente a tutte le tappe del percorso con elaborazioni e proposte che hanno contribuito alla definizione del primo punto di approdo costituito dai deliberati del Comitato Direttivo regionale del 13 settembre 2005.

Su questi temi abbiamo convocato ben due sessioni del nostro Comitato Direttivo, parallelamente allo svolgimento dei seminari del gruppo dirigente regionale che hanno permesso di arrivare al documento finale. Il primo Comitato Direttivo si è tenuto il 14 marzo 2005 e il secondo il 27 maggio 2005, accompagnato da una Tavola Rotonda, organizzata in collaborazione con l'IVRES di Verona, sul tema: "C'è un rischio di declino per il sindacato?" i cui atti sono parzialmente stati pubblicati sul n.91 di "Economia e società regionale", rivista dell'IRES Veneto.

Infine i deliberati del Comitato Direttivo regionale del 13 settembre 2005 sono stati recepiti dal nostro Comitato Direttivo del 19 settembre 2005 che ha deliberato anche le procedure per la convocazione e lo svolgimento del Congresso provinciale della CGIL di Verona.

Questo percorso ci ha visti impegnati per molti mesi con l'idea che il Congresso e la Conferenza di Progetto fossero, pur nella distinzione dei percorsi formali, due temi indissolubilmente legati anche se, col passare dei mesi e con l'incalzare degli eventi politico-sindacali, diventava sempre più evidente la necessità di stare sull'attualità politica, accettando che, almeno per il momento, una serie di temi decisivi per il nostro futuro, potessero essere collocati in secondo piano, ma mai dimenticati o espunti dalla nostra agenda.

Questa consapevolezza ci ha accompagnato anche per tutta la fase preparatoria del Congresso e durante le assemblee di base e i congressi di categoria che si sono conclusi solo qualche giorno fa.

Avevamo previsto di svolgere un congresso propositivo che valorizzasse la proposta unitaria, tenesse assieme i temi della Conferenza di Progetto, parlasse alla nostra realtà e ponesse le premesse per il nostro necessario rinnovamento politico e organizzativo.

Un programma estremamente ambizioso e difficile che ci ha severamente messo alla prova.

Ora che siamo alla fine del percorso possiamo dirci complessivamente soddisfatti, nonostante alcuni propositi, purtroppo, si siano solo parzialmente realizzati.

Con il protagonismo diretto di tutte le nostre strutture abbiamo dato vita a importanti iniziative che hanno dato il segno di un sindacato ben radicato nel territorio e nella realtà e al tempo stesso consapevole dell'esigenza di produrre innovazione culturale, politica, organizzativa. Sperando di non dimenticarne alcuna, ricordo le iniziative sul lavoro che cambia e sui temi della precarietà, in collaborazione con NIdiL concretizzate nel ciclo di film "Lavoro e diritti" in collaborazione con le associazioni culturali "Humus" e "Philos" di Valeggio sul Mincio e Peschiera del Garda conclusasi proprio domenica con la proiezione del film "Il vangelo secondo precario". Ricordo le iniziative sul nuovo patto fiscale organizzate con lo SPI e l'IVRES, quella sul nuovo ruolo delle banche popolari organizzata dalla FISAC, quella sul sistema del trasporto pubblico e della mobilità organizzata dalla FILT, quella sulla libertà di informazione nella società globale e locale organizzata dalla SLC, quella sull'immigrazione messa in atto unitariamente e seguita anche da una manifestazione a tutela dei diritti dei cittadini immigrati.

Queste iniziative si sono svolte in sedi pubbliche ufficiali, ma accanto ad esse molte altre se ne sono realizzate su una serie di altri temi non meno importanti.

Il Congresso ha avuto uno svolgimento serio ed impegnato e si è tenuto in un clima positivo, di valorizzazione del documento unitario, senza che il voto sulle Tesi n.8 (Le politiche contrattuali) e n.9 (La partecipazione quale asse strategica per riprogettare il Paese e i valori della confederalità, dell'autonomia, dell'unità), sulle quali abbiamo dovuto scegliere rispettivamente tra due e tre formulazioni diverse, intaccasse significativamente la sostanza della nostra proposta unitaria agli occhi dei nostri iscritti e dei lavoratori che hanno partecipato al nostro percorso congressuale.

Il clima interno è stato complessivamente molto buono e collaborativo e ciò ha permesso di tenere un alto numero di Congressi di base.

Va detto che nello spazio di tempo, limitato spesso ad una sola ora, è quasi impossibile nel rispetto delle procedure regolamentari, esporre bene l'insieme del documento e delle tesi, far discutere le persone tenendo conto che spesso entravano nel dibattito, com'era logico, temi dell'attualità politico-sindacale, far votare le tesi diverse ed eventuali emendamenti e ordini del giorno e tentare anche di introdurre alcune delle idee emerse dalla Conferenza di Progetto. Un'impresa ai limiti dell'impossibile. Per questa ragione abbiamo scelto di privilegiare alcune idee generali nelle assemblee di base, avendo lì l'obbligo di votare i documenti unitari e le Tesi n.8 e n.9 e di dedicare più spazio nei Congressi provinciali di categoria ad altre questioni da approfondire maggiormente avendo più tempo a disposizione ed avendo già svolto la parte del voto sui documenti.

Bisognerà però seriamente interrogarsi sulle modalità con le quali organizziamo i Congressi, soprattutto quelli di base, se non vogliamo rischiare di immiserire una discussione così importante e un confronto così capillare con i nostri iscritti.

Una grande organizzazione come la CGIL in occasione del Congresso deve saper veicolare alcune grandi scelte generali, assegnando poi al gruppo dirigente il compito di entrare nei dettagli se vuole su di esse avere un confronto ampio e vero con la propria base.

Nonostante tutto il nostro impegno era difficile pensare di riuscire a coinvolgere tutti i 58.232 iscritti registrati alla fine del 2004. Abbiamo fatto uno sforzo notevole. Cito qualche dato.

Abbiamo svolto 643 congressi di base e, se consideriamo che in molte realtà produttive, per contattare tutti i lavoratori erano necessarie più riunioni, possiamo dire che il numero delle assemblee svolte arriva attorno alle ottocento. Hanno partecipato lavoratori iscritti e non iscritti alla CGIL in numero superiore alle 16.000 unità. Gli iscritti partecipanti sono stati 13.320; calcolati sul numero degli aventi diritto al 31.12.2004, significa una percentuale del 22,87%. Nello scorso Congresso la partecipazione degli iscritti al Congresso e al voto è stata più alta: 26,28% di partecipazione nel 2001-2002 contro il 22,87% di oggi con circa 900 votanti in più (922 per la precisione). Il documento generale unitario ha raccolto 13.161 voti su 13.311 validamente espressi pari al 98,87%. Un grande risultato.

Sulla Tesi n.8 (Politiche contrattuali) la proposta di maggioranza ha ottenuto 9.880 voti su 13.115 espressi, pari al 75,33% e quella di minoranza 3.073 voti pari al 23,43%, per il 90% concentrati nella categoria dei metalmeccanici, il cui Segretario generale nazionale era primo firmatario della tesi.

Sulla Tesi n.9 (Democrazia e rappresentanza), la tesi di maggioranza presentata da Guglielmo Epifani ha ottenuto 8.959 voti su 13.115, pari al 68,31%. Quella presentata da Gianni Rinaldini ha ottenuto 2.916 voti, pari al 22,23%, quella presentata da Gian Paolo Patta ha ottenuto 1.048 voti, pari al 7,99%. E' da segnalare che sulla prima e sulla seconda delle due tesi con formulazioni tra loro alternative si sono astenuti, sulla n.8, 148 lavoratori e, sulla 9, 164 lavoratori, a testimoniare che una parte dei nostri iscritti, se pur piccola, è rimasta disorientata dalla proposta di tesi alternative ed ha scelto di astenersi o lo ha fatto, esplicitandolo, per protesta contro una procedura ritenuta, non del tutto a torto, difficilmente comprensibile in modo chiaro a livello di Congressi di base, anche per il poco tempo a disposizione.

In ogni caso abbiamo cercato di fare quanto di meglio era possibile in un clima complessivamente molto corretto e lo dimostra il fatto che la nostra Commissione di Garanzia non ha mai dovuto intervenire.

Nella convocazione del Congresso avevamo deliberato di ottemperare al pieno rispetto della norma antidiscriminatoria, prevista dal nostro Statuto rispetto alla differenza di genere. Va detto che in questo Congresso su 308 delegati ben 136 sono le donne (pari al 44,16%) e 172 sono gli uomini (55,84%). Nel 2001 le donne erano 117 su 301 delegati (pari al 38,87%) e nel 1996 erano 62 su 300 pari al 20,67%. Siamo orgogliosi di questo risultato che è costato lavoro e fatica e va ascritto come merito dell'azione di tutte le categorie, anche di quelle a prevalente, in qualche caso quasi esclusiva, composizione maschile. Un bel risultato veramente.

Meno bene per la presenza degli immigrati che sono solo 9 (3 donne e 6 uomini) su 308, pari al 2,9%, al di sotto di quanto avremmo voluto fare, ma va considerato che gli immigrati non sono presenti oggi in molte categorie del settore pubblico e tra i pensionati. Si è fatto anche in questo caso un grosso lavoro, ma c'è ancora tanta strada da percorrere per dare piena e diretta rappresentanza a questi lavoratori, anche se molti di loro sono diventati delegati aziendali e, alcuni, dirigenti di categoria, anche a livello di Segreteria, qualcuno con incarico a tempo pieno. E' vero che siamo solo all'inizio di un percorso e se non bisogna scoraggiarsi non possiamo nemmeno far finta di niente, ritenendo che così come sono le cose vadano bene. C'è molto ancora da lavorare. E' inutile negarlo.

Buona la presenza di giovani e di nuovi delegati delle diverse professionalità e dei lavoratori della piccola azienda. Pochi ancora i lavoratori non standard espressi da NIdiL e dal CID, solo quattro, in ragione del numero degli iscritti. Anche su questo terreno c'è molto da fare.

Questi sono alcuni dati che illustrano il percorso e lo svolgimento dei Congressi di base e provinciali che si sono tenuti a conclusione delle assemblee di base, la maggior parte entro il 2005 e gli ultimi, NIdiL, CID e SPI, all'inizio del 2006.

Va detto che lo svolgimento dei congressi di categoria è stato complessivamente buono, ha registrato una partecipazione al dibattito interessata e numerosa, ha prodotto relazioni e documenti significativi, in un clima positivo, facilitato dal documento unitario e dalla nostra piena e leale disponibilità al rispetto degli accordi che hanno permesso di dare spazio a tutte le articolazioni culturali e politiche della nostra organizzazione.

Oggi spetta al Congresso provinciale concludere il percorso ed aprire la fase di lavoro che ci porterà al prossimo Congresso tra quattro anni. Permettetemi, prima di passare ad un'altra parte della relazione di ricordare che questo è il Congresso del Centenario della CGIL che nasce ufficialmente come Confederazione Generale del Lavoro (CGdL) con il 1° Congresso di Milano del 29 settembre-1 ottobre 1906 eleggendo Segretario generale Rinaldo Rigola.

"Cent'anni d'Italia" è lo slogan che è stato scelto per ricordare un appuntamento così importante che abbiamo voluto celebrare anche offrendo a tutti i nostri delegati il libro e la cassetta "La CGIL e il novecento italiano. Un secolo di lotte, di passioni, di proposte per i diritti e la dignità del lavoro" che troverete nello spartana e austera borsa di tela che abbiamo voluto proporre al posto del solito costoso zaino o della solita borsa, ormai inflazionati in ogni congresso. Abbiamo preferito un libro sulla nostra storia pensando di farvi cosa gradita e offrendovi l'occasione per una lettura e una visione ricche di interesse e di passione.

Noi siamo parte, figli di questa grande storia, fatta di successi e di sconfitte, ma complessivamente decisiva per affermare la libertà, la democrazia, i diritti nel lavoro e nella società. Senza il sindacato questo Paese sarebbe profondamente diverso e i lavoratori non avrebbero potuto realizzare quelle conquiste di civiltà che hanno radicalmente modificato la società italiana.

La storia della CGIL, strettamente intrecciata alla storia d'Italia, ci offre importanti spunti di riflessione e, in un momento in cui la politica sembra essere dominata dall'attualità, ci obbliga tutti a ragionamenti di ampio respiro, ai "pensieri lunghi" che sanno cogliere nel medio periodo il senso profondo dei cambiamenti. E' una storia di grandi dirigenti, di grandi personalità, di lotte generose, di sconfitte brucianti e di riscosse tenacemente cercate e trovate, di passaggi drammatici (le due guerre mondiali, il fascismo, le invasioni dell'Ungheria nel '56 e della Cecoslovacchia nel '68, il terrorismo, tanto per citare alcuni nodi cruciali); è una storia di divisioni laceranti e di continui tentativi di ricucitura unitaria. Una storia di grandi conquiste per i lavoratori e per l'intero nostro Paese. E' la storia di milioni di donne e di uomini che ancora oggi in oltre 11 milioni sono iscritti alla CGIL, alla CISL e alla UIL e rappresentano di gran lunga la più grande organizzazione sociale del nostro Paese e tra le prime in Europa e nel mondo. E' la nostra storia che noi abbiamo il compito di continuare e di valorizzare con il coraggio e l'audacia morale e intellettuale dei tanti dirigenti, anche di umili origini come Giuseppe Di Vittorio che hanno saputo, in momenti cruciali, assumersi responsabilità tremende, con un coraggio e una lungimiranza senza i quali oggi noi saremmo ben altra cosa o non saremmo affatto.

E' questa storia che ci permette oggi di formulare una proposta che sappia dare una risposta alla gravità e alla profondità della crisi che attraversa l'Italia per definire un progetto di rinascita civile, economica, morale che parta dal lavoro in tutte le sue forme, vecchie e nuove e dalla sua centralità.

 

2 - IL PROGETTO DELLA CGIL
Il progetto messo in campo dalla CGIL è rivolto in primo luogo alla altre due organizzazioni confederali, CISL e UIL, ma intende rivolgersi all'insieme del Paese, alle istituzioni, alle forze politiche, economiche, sociali per far uscire l'Italia da una prolungata situazione di difficoltà che ha origini profonde e strutturali, aggravate ed accentuate dalle grandi responsabilità e dai gravi errori commessi negli ultimi quattro anni dal Governo di centro-destra.

Non credo che oggi sia necessario ripercorrere le tappe che vanno dal 2001 ad oggi. Può bastare citarle e constatare cosa hanno prodotto: il Paese è in una profonda crisi. Dissesto produttivo ed industriale, recessione; carenza di infrastrutture materiali ed immateriali; assenza di politiche e strategie per il Mezzogiorno; arretramento nella qualità della scuola, della ricerca, dell'università; una politica sociale che non ha affrontato i problemi dell'efficienza e della qualità dell'offerta pubblica e si è limitata a tagliare le risorse disponibili senza alcuna attenzione verso le crescenti aree di povertà, di disagio, di emarginazione.

Questa è la sintesi del nostro documento congressuale che prosegue rimarcando ancora l'aumento della precarietà e della insicurezza. L'Italia è oggi - dice il documento - più disgregata, più divisa, un Paese dove sono aumentate le disuguaglianze sociali e che attraversa una crisi profonda della qualità della vita democratica e dell'etica pubblica, come confermano anche le recenti vicende.

E' un giudizio troppo severo? Credo proprio di no. Noi lo abbiamo argomentato punto per punto con iniziative ad hoc e soprattutto, abbiamo cercato, nei limiti delle nostre possibilità, di mettere in campo proposte tendenti a far uscire il Paese dalla crisi, perché è bene dirlo con chiarezza, noi pensiamo che il destino dell'Italia non sia ineluttabilmente segnato in termini negativi, ma possa essere radicalmente diverso. Serve un progetto capace di avviare profonde riforme e di intaccare alle radici le ragioni delle nostre attuali difficoltà che sono di lungo periodo.

Di fronte ai problemi seri dell'economia e della società il Governo del centro-destra si è affidato alla più tradizionale ricetta neo-liberista sperando che il mercato, da solo, risolvesse ogni problema, mostrando una cultura economica e politica di altri tempi.

E così sono arrivati i provvedimenti dei "cento giorni", le quattro leggi delega su scuola, fisco, mercato del lavoro, pensioni che abbiamo tentato di arginare con ogni mezzo, la vergognosa legge Bossi-Fini, gli attacchi alla Magistratura e alla libertà di stampa e, soprattutto, gli attacchi ai diritti dei lavoratori e alle loro organizzazioni (in particolare alla CGIL), che avevano il torto insopportabile per il Governo di ostinarsi a difendere i diritti dei più deboli e di continuare a denunciare le gravissime conseguenze di politiche che producevano gravi lacerazioni alla coesione sociale, peggiorando sensibilmente le condizioni di vita e di lavoro di milioni di persone. Oggi questa realtà è sotto gli occhi di tutti e ciò spiega i rovesci della maggioranza di governo ad ogni appuntamento elettorale dopo il 2001. Ma attenzione, nel momento in cui, in particolare dopo le elezioni regionali del 2004 è apparso evidente che il Paese non si fidava più di questa maggioranza è partita una strategia pericolosissima che si è concretizzata in una serie di iniziative tendenti a ribaltare il temuto esito elettorale del 2006 o, quantomeno, a contenere le dimensioni di una paventata sconfitta e a creare le condizioni per una ingovernabilità del Paese.

Non stiamo esagerando e credo che sia utile capire che c'è un disegno lucido e pericoloso dietro le azioni del Governo. Le tappe possono essere indicate nei seguenti passaggi.

In primo luogo l'approvazione di una manovra finanziaria, a rate, e a colpi di fiducia per un importo di circa 28.000 miliardi di Euro, con una copertura assai incerta per dire poco e voci di uscita finalizzate ad acchiappare consensi diffusi, scaricando sugli enti locali e le regioni la responsabilità di operare tagli ai servizi in ragione di una forte riduzione dei trasferimenti economici. Nessuna risposta alle concrete richieste, molto precise di CGIL CISL UIL, nemmeno convocate per una discussione minimamente seria.

La seconda tappa è l'approvazione di un progetto di riforma costituzionale che stravolge l'impianto della nostra Costituzione, provocherà un aumento considerevole di spesa, accentuerà la centralizzazione del potere nelle mani del Governo, svilirà la funzione di garanzia del Capo dello Stato e degli organi di vigilanza costituzionale, creerà più divisione nel Paese tra regioni ricche e regioni in difficoltà. Contro questo disegno CGIL CISL UIL si sono battute ed hanno già indicato con chiarezza il loro NO al referendum confermativo che va costruito con una grande partecipazione popolare attraverso la raccolta delle firme nei luoghi di lavoro e nei territori.

La terza tappa è l'approvazione finale della legge definita "ex Cirielli" o se preferite "salva Previti" tendente a ridurre i tempi per l'archiviazione dei processi, mitigata nelle sue peggiori formulazioni dagli interventi dell'opposizione e dagli autorevoli, se pur riservati, interventi del Capo dello Stato.

Infine la quarta mossa, non meno pericolosa delle altre, anzi per molti versi più insidiosa, la riforma elettorale, messa insieme in fretta e furia, che ripristina non solo il voto con il sistema proporzionale, allargando le circoscrizioni, ma abolisce le preferenze e assegna un premio di maggioranza a chi raccoglie più voti, si dice per assicurare la governabilità. In realtà questo sistema, di assai dubbia costituzionalità a giudizio di molti, serve a ridurre il divario tra lo schieramento di centro-sinistra e quello di centro-destra e in caso di sconfitta affida al meccanismo di attribuzione del premio di maggioranza al Senato, la speranza di creare una situazione di vero e proprio stallo nel Parlamento. Con gli stessi voti, è possibile che al Senato, se non si vince in alcune regioni chiave, si crei una situazione ribaltata rispetto alla maggioranza che emerge alla Camera dei Deputati.

Dopo tanto parlare di bipolarismo e di democrazia dell'alternanza, si è costruito un marchingegno finalizzato a tornare ai sistemi della vecchia politica, posto che una nuova sia mai veramente nata.

Molti sottovalutano questo pericolo così come sottovalutano il distacco che si accentuerà con i cittadini elettori nel momento in cui sarà loro chiesto di mettere semplicemente una croce sul simbolo del partito che ha per conto proprio, a Roma, con il massimo della centralizzazione, scelto i nomi dei candidati e la loro collocazione nella lista, decisiva per essere eletti.

Dire che le donne, già ridotte al lumicino nell'attuale Parlamento, rischiano di scomparire dalla politica con questo meccanismo è dire una ovvietà visto che si sono rifiutate tutte le proposte tese ad assicurarne almeno una presenza precisa nelle liste e nella loro composizione.

Infine restano ancora alcuni passaggi che sono in cantiere per completare l'opera. Il primo è la modifica della par-condicio in campagna elettorale, permettendo a chi ha più soldi e mezzi di muoversi a proprio piacimento e come è noto il centro-destra e, in particolare l'attuale Presidente del Consiglio, possono disporre di mezzi enormi sommando quelli messi a disposizione da un sistema informativo pubblico, di fatto asservito alla maggioranza, alle imponenti risorse private.

Intanto l'antipasto è servito con la quotidiana occupazione dei mezzi di informazione e, per concludere, per evitare di parlare del bilancio fallimentare di una legislatura, niente di meglio che cavalcare, alimentandola ad hoc, la campagna di scandali scoppiata a partire alla vicenda dell'OPA della Banca Popolare italiana su Antonveneta che ha travolto lo stesso Governatore della Banca d'Italia costretto a dimettersi e si è allargata all'OPA di Unipol sulla BNL e adesso riapre il caso della scalata di Telecom. Sullo sfondo la tentata scalata da parte di finanzieri d'assalto, arricchiti con procedure tanto veloci quanto poco chiare, al principale quotidiano italiano.

Ha ragione chi dice che la situazione è molto pericolosa e bisogna mantenere un profilo di grande chiarezza e linearità per evitare di cadere nella bagarre, che rischia di allontanare i cittadini dal già difficile rapporto con la politica.

La CGIL fin dall'inizio si è espressa con la massima chiarezza su queste vicende assumendosi responsabilità precise e chiedendo massima trasparenza e credibilità dei progetti industriali e finanziari e delle persone che li portavano avanti.

Non è mai stato per noi un problema di legittimità, ma di chiarezza e di sostenibilità dei diversi progetti.

Facciamo osservare quanto sia inquietante la ricorrente ritualità con la quale in prossimità di passaggi importanti per la vita del Paese si scatenano e si alimentano ad arte scandali che tendono a coinvolgere l'insieme delle forze politiche, offuscando le diverse responsabilità e, di fatto, favorendo un distacco dei cittadini dalla partecipazione politica attiva. Si cerca di legittimare una sotterranea deriva qualunquista secondo la quale "la politica è una cosa sporca, i politici sono tutti uguali, pensano solo ai loro interessi". Come dice bene Romano Prodi nel suo articolo apparso su "La Stampa" del 4 gennaio 2006 è necessario che la politica riguadagni la fiducia dei cittadini, superando il qualunquismo e l'individualismo egoistico.

La politica può e deve tornare ad essere una scelta alta e disinteressata, distinta dall'ambito degli affari e non dell'economia della quale ogni seria concezione della politica deve occuparsi in termini di capacità di indirizzo, sostegno, regolazione e non certo per trarne profitti di parte o, peggio ancora, personali.

Bisogna sconfiggere il pericolo di scollamento tra cittadini ed istituzioni se si vogliono evitare involuzioni autoritarie che, come ben spiega Ralf Dahrendorf nel suo recente volume "Libertà attiva. Sei lezioni su un mondo instabile" (Laterza, 2003), sono cosa diversa dal totalitarismo. Là dove "i regimi totalitari si fondano sulla perpetua mobilitazione di tutti per rafforzare un regime dispotico" invece "il governo autoritario vive dell'apatia dei cittadini, che coltivano i propri interessi "privati", mentre la nomenclatura ha trasformato l'interesse pubblico in quello diretto a conservare il potere" Così testualmente afferma l'illustre sociologo che si dichiara seguace di Kant e di Popper piuttosto che di Hegel e di Marx; certamente non un pericoloso estremista.

Dahrendorf, e non solo lui ovviamente, parla di democrazia sottoposta a pressione e come lui altri illustri studiosi si sono interrogati su cosa possa succedere "dopo" la democrazia. Non è questa l'occasione per approfondire questo tema, ma deve essere ben chiaro a tutti noi che l'assetto democratico dei poteri modellato sulle esigenze della produzione fordista e toylorista è oggi in crisi così come lo è il modello economico che ha contribuito a formarlo.

Alternative non ce ne sono. L'antidoto è uno solo: la cittadinanza attiva e responsabile, informata e consapevole per far sì che, come chiede Ivano Fossati nella sua ultima canzone "Cara democrazia", la democrazia "ritorni a casa che non è tardi". Anche noi pensiamo che non sia tardi e che sia possibile ridare una speranza ed un futuro alla democrazia e al nostro Paese ridando alla politica ed all'economia uno spessore vero non piegato nel primo caso sugli avvenimenti del giorno per giorno, nel secondo caso, l'economia, sui facili guadagni finanziari e speculativi che distolgono lo sguardo e l'interesse dagli investimenti produttivi legati alla qualità del prodotto, del processo, del sistema organizzativo .

C'è un problema di qualità del management o, se preferite del gruppo dirigente, sia a livello politico che economico e, permettetemelo anche nelle organizzazioni sociali e tra queste, non ultimo il sindacato.

C'è un problema di recupero dei ritardi di elaborazione di proposta per superare quella che Bruno Trentin, in riferimento alle questioni centrali del lavoro, definisce una débâcle del pensiero critico.

La citazione è presa dalla recente raccolta di scritti di Bruno Trentin pubblicata con il titolo molto significativo "La libertà viene prima. La libertà come posta in gioco nel conflitto sociale", edita a fine 2004 dagli Editori Riuniti.

Come è noto Bruno Trentin è stato, e per nostra fortuna continua ad essere, accanto a Vittorio Foa e non molti altri, una delle menti più libere e più lucide che il nostro sindacato abbia prodotto. Dopo la straordinaria esperienza di Luciano Lama e la breve parentesi di Antonio Pizzinato, Bruno Trentin con la sua segreteria (1988-1994) segnò una stagione di straordinario interesse ed importanza per la nostra organizzazione con le due Conferenze di Chianciano (1989 e 1994), il Congresso del 1991, gli accordi del 1992 e del 1993, solo per citare qualche passaggio tra i più importanti che hanno avuto il merito di dare vita alla strategia del sindacato dei diritti e della solidarietà fondata sulla centralità del progetto, di iniziare un ragionamento nuovo sul sistema di welfare, di avviare il necessario ripensamento critico sul nostro modo di operare politicamente ed organizzativamente, anche con un primo atto, di formidabile impatto: lo scioglimento delle componenti di partito.

Ma si tratta di personalità di alto profilo, merce ormai rara. Recentemente, nelle mie complicate peregrinazioni mentali che hanno accompagnato la costruzione di questa relazione sono tornato a leggere i materiali della Conferenza di Programma di Chianciano del 2-4 giugno 1994 e in particolare la relazione introduttiva raccolta e pubblicata a parte in un libretto di Donzelli con il titolo "Lavoro e libertà nell'Italia che cambia". Ne ho ricevuto un'impressione enorme per la straordinaria attualità, a oltre dieci anni di distanza, delle analisi e delle proposte contenute in quei testi.

C'è spessore culturale, capacità di ricerca e di mettersi in discussione, rigore nell'analisi e nelle proposte, capacità autocritica e di mettersi in gioco, di rischiare senza opportunismi e camuffamenti. Mi ha colpito nelle conclusioni là dove riferendosi alla qualità della discussione e della lotta politica all'interno dell'organizzazione, Trentin fa riferimento a Di Vittorio e, dice testualmente: "Resto sempre segnato, e lo sarò fino alla fine della mia vita, dalla straordinaria lezione che Di Vittorio diede a tutti noi, in splendido isolamento in un Comitato Direttivo della CGIL, che si sentì offeso dalla sua autocritica. Voleva capire se per caso nella sconfitta della Fiom alla Fiat (Ricordo, per inciso, che siamo a metà anni cinquanta. La Fiom che deteneva la maggioranza assoluta nelle elezioni delle commissioni interne, passa nell'aprile del '55 dal 65% al 36% mentre la Fim cresce dal 25% al 41% e la Uilm dal 10% al 23%) dove imperversava la repressione padronale, i licenziamenti, i reparti confino, non c'era forse una responsabilità della CGIL" e prosegue, non senza una punta di amarezza: "Questa è un'altra cultura, è un altro modo, che un grande dirigente sindacale, che veniva dalle lotte bracciantili, ha insegnato a molti di noi" E' questa cultura, continua Trentin che bisogna recuperare per superare le dicotomie moralistiche articolate nelle categorie della fermezza e del cedimento, che rimuovono l'esigenza di una analisi rigorosa dei fatti e favoriscono la deresponsabilizzazione totale dei gruppi dirigenti.

"Noi - dice Trentin - dobbiamo rompere con questa cultura che in questo modo umilia non solo la ricerca, ma anche la democrazia, penalizza la possibilità di realizzare ricambi nei gruppi dirigenti, nelle persone, rendendo fisiologica l'alternanza delle responsabilità, senza che questi ricambi siano una punizione" Mi scuso per la lunga citazione ma si tratta, a mio parere, di parole di una lucidità e di una lungimiranza impressionanti e di straordinaria attualità.

Trentin come pochi altri ha saputo esercitare per tutta la vita il suo ruolo di leader con il coraggio e l'intelligenza che tutti gli riconoscono. Questo deve fare un leader. La CGIL è una grande organizzazione, massiccia e pesante, solida e non a caso ha scelto come logo il quadrato. Alcuni l'hanno paragonata ad un grande transatlantico progettato e costruito per percorrere lunghe rotte. Ma come è noto i transatlantici, tanto sono potenti, tanto sono inadatti a manovre in spazi ristretti e alle manovre veloci. Hanno bisogno per entrare in porto e attraccare e per muoversi, del lavoro dei rimorchiatori che con i loro potenti motori li aiutino nelle manovre. I rimorchiatori sono collegati alle grandi navi da solidissimi cavi che impediscono il distacco tra i due mezzi.

Paragono i dirigenti come Trentin, se mi permettete il paragone, e con lui tanti altri non meno importanti, ai rimorchiatori che, in momenti topici, hanno saputo aiutare la grande nave della CGIL ad entrare o ad uscire dal porto senza provocare danni ai suoi passeggeri. Il cavo che li lega è la fiducia e la stima che viene loro riconosciuta e senza la quale non potrebbero operare.

Rimorchiatori e transatlantico sono nelle manovre difficili un tutt'uno e nessuno può fare a meno dell'altro e tantomeno del cavo che li tiene assieme e li fa essere una cosa sola.

Questo dovrebbe essere il ruolo dei gruppi dirigenti coraggiosi. Aiutare la CGIL ad innovare, ad allargare, fuor di metafora, la sua rappresentanza e la sua capacità di tutela, evitando di accontentarsi e di dormire sugli allori, per costruire, sempre parole di Trentin "una nuova gioventù della CGIL". Ma se è vero come è vero che la nostra strategia più recente e importante è nata in quel periodo, perché, mi sono chiesto, non siamo riusciti ad alimentarla adeguatamente? Perché ancora oggi molti nostri dirigenti, anche autorevoli, hanno segni di fastidio quando alcuni di noi ritornano su questi argomenti e pensano che si voglia parlare d'altro distogliendo l'attenzione e l'impegno dalle lotte e dalle mobilitazioni necessarie?

Lotte e mobilitazioni sono indispensabili. Senza di esse non saremmo oggi un grande sindacato e i lavoratori e i cittadini avrebbero meno diritti e libertà. Senza le lotte del movimento operaio alcuni grandi diritti di cittadinanza non si sarebbero affermati (penso alle leggi sul lavoro notturno, sul lavoro delle donne e dei bambini, sul diritto ad organizzarsi e di scioperare, al diritto al suffragio universale, al diritto alla salute e alla sicurezza, alla formazione, alla previdenza). Si tratta di condizioni che oggi sono garantite a tutti, anche a coloro che non hanno memoria e riconoscenza per chi ha lottato e si è sacrificato nell'interesse di tutti.

Ma il sindacato, in tutti i passaggi critici, segnati dalle tre rivoluzioni industriali, dopo una fase necessaria e primordiale di autodifesa ha sempre saputo reagire e costruire un nuovo paradigma che portasse ad un riequilibrio, sul piano della società, dei poteri che venivano travolti all'interno dell'impresa.

Oggi siamo in questa condizione, Ci siamo difesi con grande vigoria ed efficacia per arginare gli effetti di una politica neoliberista sciagurata che ha enfatizzato, peggiorandoli, i ben più seri problemi connessi alla realizzazione della terza rivoluzione industriale connotata dalla pervasività delle nuove tecnologie dell'informazione e della comunicazione e dalla globalizzazione dei mercati.

Si tratta oggi di definire un nuovo grande progetto per il quale serve una straordinaria autonomia culturale nel valutare gli effetti della terza rivoluzione industriale e per costruire le condizioni alle quali essa possa "corrispondere a una nuova tappa della liberazione del lavoro". Sono sempre parole di Trentin dal citato volume "La libertà viene prima". Seguono pagine, tutte scritte recentemente, siamo a fine 2004, di straordinaria lucidità sui rischi e sui prezzi del ripiegamento difensivo e sulle conseguenze sulla cultura sindacale e sui processi unitari, di una logica solo difensiva.

Dietro alla continua volontà di rinviare la discussione sul programma e dietro la sua frettolosa approvazione all'unanimità sta la vecchia paura di dividersi su strette strategiche e di vincolarsi a progetti che precludono la strada al vecchio metodo trasformista della navigazione a vista, del galleggiamento, della governabilità dell'esistente. E subito dopo con l'incisività che gli è propria conclude "Nel mascheramento delle divergenze politiche (e non solo ideologiche) una navigazione a vista rischia presto o tardi l'affondamento". Perché insisto tanto su questi aspetti? Per le cose dette all'inizio. Non è mai stata in discussione la necessità di rispondere, anche difendendosi, all'offensiva neo-liberista. Lo abbiamo fatto mettendo in campo tutte le nostre migliori energie e va dato grande merito al gruppo dirigente che ha guidato la CGIL negli ultimi dieci anni di aver colto per primo la pericolosità di un disegno. Il problema è nel non scambiare la necessaria risposta difensiva con il progetto. Non può essere ripristinato un sistema contrattuale, di tutele e diritti che corrispondono ad una fase in via di veloce superamento. Oggi siamo chiamati a costruire un nuovo progetto del quale il Congresso può costituire un importante punto di partenza se è sorretto da adeguata consapevolezza di quanto è avvenuto. Diversamente, di fronte ad un eventuale, nuovo governo di centro-sinistra, per molti di noi auspicabile, corriamo rischi non secondari.

La scarsa convinzione sul progetto del sindacato dei diritti e della solidarietà capace di stare in campo nella grande trasformazione sulla base di un programma chiaro ed innovativo, è stata ulteriormente indebolita dalla vittoria di Berlusconi nelle elezioni del 1994 che ci ha obbligato ad una prima stagione di mobilitazione straordinaria a partire dal tema delle pensioni. Il periodo 1996-2001, con i tre governi dell'Ulivo, Prodi, D'Alema, Amato non ha sicuramente favorito l'azione del sindacato. Certo ci sono state conquiste importanti: il consolidamento della riforma previdenziale del '95, le prime riforme del mercato del lavoro, gli accordi di concertazione, il rinnovamento della Pubblica Amministrazione ma, se mi passate la semplificazione, per alcuni l'idea che le forze di centro-sinistra fossero finalmente arrivate al governo del Paese ha contribuito ad abbassare la guardia. Il rinnovamento del Sindacato poteva aspettare. Altre cose più importanti attendevano il Sindacato. Era e fu un grave errore pagato con gli interessi nel 2001 e negli anni che sono seguiti, ma anche questa volta l'obbligo ineludibile di rispondere ad un attacco formidabile dava argomenti per porre in secondo piano ogni richiesta di riflessione sui grandi temi affrontati nel periodo 1989-1994.

Non sono mancate iniziative importanti e significative e, soprattutto, il sindacato ha saputo dare prova di una vitalità che molti ritenevano fosse perduta e di un forte legame con il mondo del lavoro, non solo di quello tradizionale, in un forte momento di sbandamento della politica.

Ma agli osservatori più attenti, quelli che guardano ai processi di medio-lungo periodo, non era sfuggito il fatto che la "parabola del sindacato", noto titolo di un eccellente libro di Aris Accornero del 1992, era iniziata da tempo. Non era e non è ineluttabile, ma richiede risposte nuove.

Questo Congresso deve essere una tappa in questa direzione e guai a chi pensa che il tutto si possa esaurire nella confezione di una proposta rivolta al futuro Governo, meglio se diverso da quello di oggi. La piccola fiammella accesa con la tesi n.10 (Proposta per nuove regole di democrazie e rappresentanza per rilanciare i valori della confederalità, l'autonomia e l'unità) va tenuta accesa e alimentata.

Diversamente anche con un eventuale governo di centro-sinistra potremmo avere bruschi richiami ad una realtà dei fatti che continua a presentarci situazioni strategicamente rilevanti che non possono essere rinviate nel tempo, pena, questa volta sì e sul serio, il declino del sindacato, non tanto e non solo sul piano organizzativo (fatto reale), ma anche e soprattutto sul piano della capacità contrattuale e di rappresentanza degli interessi delle persone iscritte e che continuano a guardare a noi con fiducia, se pur non illimitata.

Per questa ragione ritengo molto importante aver definito i quattro grandi temi sui quali si fonda il nostro progetto: lavoro, saperi, diritti, libertà. Ritengo però altrettanto importante chiarire, tra di noi in primo luogo, come intendiamo declinarli per guardare avanti e saper cogliere le novità.

E' prioritario ribadire inoltre tutta la nostra attenzione ai temi della globalizzazione e alle nuove sfide che essa propone cogliendone pienamente rischi ed opportunità, sulla base di una scelta netta ed irrinunciabile per una politica di pace e di coesistenza pacifica che ripudi la guerra come mezzo di soluzione delle controversie internazionali secondo lo spirito della nostra Costituzione. Sul piano internazionale sono molte le novità e i pericoli che si affacciano. I nostri documenti sono molto chiari in proposito e non mi sembra opportuno aggiungere nulla, salvo sottolineare l'esigenza di condurre una grande iniziativa culturale per combattere ogni forma di fanatismo e di costruzione artificiosa delle identità in tutti i settori. Amos Oz, famoso scrittore pacifista israeliano, in "Contro il fanatismo" (Feltrinelli, 2004) scrive: "Nel mio mondo, la parola compromesso è sinonimo di vita. E dove c'è vita ci sono compromessi. Il contrario di compromesso non è integrità e nemmeno idealismo e nemmeno determinazione o devozione. Il contrario di compromesso è fanatismo, morte".

Sulla stessa falsariga Gad Lerner nel recente volume provocatorio "Tu sei un bastardo. Contro l'abuso delle identità" (Feltrinelli, 2005) mette in evidenza i pericoli derivanti dalla ricerca ossessiva delle identità: nella religione, nella politica, nello sport, fra gli ebrei, le donne, i giovani, "Con la retorica delle radici perdute - dice Gad Lerner - ci spingono alla separazione e alla guerra" . Ancora una volta una importante riflessione di un giornalista ebreo, apolide, che spende tutta la sua passione politica e civile per incitarci culturalmente a trovare i punti di incontro e di integrazione, secondo le migliori tradizioni anche della religione cristiano cattolica e dell'islam democratico.

La battaglia per la globalizzazione dei diritti e per la pace è una battaglia culturale prima ancora che politica, è una battaglia di libertà e di democrazia come ci ricordano i più grandi scrittori del pianeta e tra questi mi limito a ricordare Amartya Sen, premio Nobel per l'economia, autore di tanti importantissimi scritti e tra questi ricordo "Lo sviluppo è libertà. Perché non c'è crescita senza democrazia".

Lo stesso sforzo culturale va fatto per riprendere il percorso interrotto per una vera Unione Europea dopo le battute d'arresto legate al referendum sulla proposta di Costituzione. La proposta della CGIL è chiarissima: "andare avanti nella costruzione della dimensione politica e istituzionale, valorizzando e non cancellando, come pure sta avvenendo diffusamente a livello comunitario e nei singoli paesi, le caratteristiche del proprio modello sociale".

Il sindacato europeo è chiamato a svolgere un ruolo forte per un'Europa sociale e politica, distinta da altri soggetti in virtù del proprio modello sociale e proprio per questo capace di favorire una globalizzazione equa, uno sviluppo sostenibile e la pace nel mondo.

In questo orizzonte si affrontano anche i problemi nazionali che devono trovare una loro collocazione in un quadro di riferimento più ampio.

Così è per il lavoro che non è più, né potrà essere, quello del passato. C'è ormai una diffusa letteratura sulle trasformazioni del lavoro sia in termini oggettivi che soggettivi. Aldilà delle teorizzazioni che hanno avuto un certo seguito qualche anno fa il lavoro continua ad essere parte integrante dell'identità e della libertà di una persona; il lavoro, la sua qualità e creatività, restano un fattore insostituibile della competitività delle imprese. Rinvio ancora una volta ai tanti scritti di Bruno Trentin e in particolare a "Lavoro e conoscenza", testo della lectio doctoralis di Bruno Trentin all'Università Cà Foscari di Venezia in occasione del conferimento della laurea honoris causa il 13 settembre 2002.

Il lavoro che cambia, tanto studiato ed indagato dalle migliori menti della sociologia italiana ed internazionale, stenta però a trovare nuova cittadinanza, nella molteplicità delle sue forme. A questo proposito mi pare utile suggerire un orizzonte di lavoro che aiuti a fare i conti con il cambiamento. Siamo di fronte oggi ad una società attiva o pluriattiva, "caratterizzata da una frantumazione tipologica del lavoro di mercato (che deve essere ancora pienamente decifrata nei suoi aspetti regressivi o progressivi) e dalla crescita di modalità di impegno fuori mercato, che reclamano un riconoscimento giuridico ed una valorizzazione economica e sociale". Così si esprime Massimo Paci nel recentissimo volume: "Nuovi lavori, nuovo welfare. Sicurezza e libertà nella società attiva", pubblicato da "Il Mulino" nel settembre del 2005.

E più avanti Paci indica schematicamente le quattro fondamentali fasce di cittadini-lavoratori in cui si articolano oggi le nostre società e cioè i lavoratori tipici; quelli atipici o precari; i cittadini attivi fuori mercato in attività socialmente riconosciute e infine i disoccupati cronici e i cittadini in stato di bisogno.

Le istituzioni del welfare e il sistema dei diritti e delle tutele modellate sul sistema fordista-taylorista hanno fino a poco tempo fa coperto poco più della prima tipologia ed è ancora molto lungo, culturalmente, contrattualmente, legislativamente il cammino per assicurare a tutti una copertura universale dei fondamentali diritti di cittadinanza, condizione indispensabile per rendere i necessari processi di flessibilità socialmente e personalmente sostenibili e, alla lunga, perfino utilizzabili, correttamene disciplinati, come nuovi spazi di una libertà possibile.

Questo è il cammino sul quale si sono avviate le migliori intelligenze europee producendo studi e proposte che non hanno ancora trovato adeguata attenzione e soprattutto faticano a tradursi in comportamenti pratici. Se il confine storico tra lavoro, classicamente inteso, e attività, in senso più ampio, si fa più labile, è evidente che un nuovo sistema di diritti e di tutele va progettato e pensato con un paradigma culturalmente diverso. Questo è lo sforzo raccolto nel Rapporto redatto per la Commissione Europea, curato da Alain Supiot con il titolo "Il futuro del lavoro. Trasformazioni della occupazione e prospettive della regolazione del lavoro in Europa", (Carocci 2003); tutt'altra cosa rispetto al Libro Bianco di Maroni. Non mancano quindi né le analisi né le sollecitazioni. Dobbiamo recuperare la voglia di capire e di studiare, di interrogarci sulla realtà senza cercare di comprimerla in vecchi schemi del passato; dobbiamo saper cogliere nelle trasformazioni non solo i rischi, ma anche le grandi opportunità che si presentano.

Pensare a quelli che vengono definiti come diritti di prelievo sociale significa riconoscere quelle attività sociali e riproduttive che possono favorire il realizzarsi di una società migliore e più libera. Attività di cura, di formazione, di studio, impegni di volontariato e sociali potrebbero, in questo orizzonte, essere considerati come beni pubblici e per questa via titolari di diritti e tutele di nuova generazione.

Certo è difficile assumere questo orizzonte quando i più elementari diritti tradizionali vengono violati: il diritto alla sicurezza e alla salute, al posto di lavoro, ad una giusta ed equa retribuzione, alla libertà di associazione e di partecipazione. E' difficile assumere un orizzonte di questo tipo quando anche il più elementare diritto a vedersi rinnovato il contratto in tempi adeguati e con il giusto riconoscimento economico diventa un'impresa al limite dell'impossibile che richiede montagne di ore di sciopero, sacrifici e mobilitazioni straordinarie come per i meccanici ai quali i giornali riservano poche righe nelle pagine di economia, riempiendo 8-10 pagine di attualità con gli scandali bancari e con le estemporanee iniziative del nostro Governo.

La partita che si gioca non è solo economica, ma prettamente politica. Si punta a ridimensionare il ruolo del sindacato a livello generale e aziendale per avere mano libera sui processi di riorganizzazione dell'impresa in un quadro di assoluta discrezionalità da parte dell'imprenditore.

Non ci si meravigli poi del fatto che crescono i fenomeni di precariato e con essi di disaffezione.

Il fenomeno più devastante connesso alla dilagante precarietà non è solo infatti la sua dilatazione eccessiva nel tempo, ben oltre il sopportabile tirocinio di avvio, per arrivare a pervadere tendenzialmente l'intera vita lavorativa, quanto piuttosto la condizione di insicurezza, di paura, di solitudine che deriva, lasciando le persone in balia di se stesse, incapaci di viversi in una condizione collettiva. Riprendere con forza la battaglia sui diritti e sulla solidarietà significa comprendere che accanto ai "diritti antichi" connessi alla tutela del lavoratore e della sua dignità, bisogna affermare una "nuova generazione di diritti", primo tra tutti il "diritto alla formazione lungo tutto l'arco della vita", per la sicurezza che può offrire in termini non solo di occupabilità ma di godimento dei diritti di cittadinanza.

Il film "Il vangelo secondo precario", frutto di una singolarissima esperienza di autoproduzione, ben illustra questi destini individuali, apparentemente isolati e alla fine fa camminare i quattro protagonisti in modo parallelo sulla stessa strada come a dire che c'è una speranza di ricostruzione di un vissuto collettivo.

Chi lo ha visto ricorderà che alla fine, prima dei titoli di coda, appare una frase importante: "Il lavoro ti vincola, perderlo non ti libera" che mi pare sia emblematica di come vadano affrontate le nuove realtà anche dai giovani autori del film. Diventa allora importante non tanto la disputa terminologica sulla abrogazione o sostituzione della Legge 30 quanto lo sforzo per riscrivere in positivo un nuovo sistema di diritti e di tutele come abbiamo provato a fare con le nostre proposte di legge che giacciono, purtroppo, dimenticate in Parlamento e nei cassetti delle nostre scrivanie.

Penso poi al "diritto di libertà" perché non c'è libertà senza conoscenza e senza conoscenza non c'è cittadinanza consapevole nel luogo di lavoro e nella società: i rapporti diventano di tipo oppressivo e subalterno.

Penso poi al "diritto a partecipare al governo del tempo" nei luoghi di lavoro e nella vita privata, al controllo dell'organizzazione del lavoro che abbiamo perso da tempo. Altri diritti che il nostro maestro, Bruno Trentin, ci suggerisce sono il "diritto alla tutela ambientale" e infine il "diritto all'informazione preventiva" sulle trasformazioni dell'impresa.

Certo l'elenco potrebbe continuare, ma se siamo convinti che si tratti di priorità per una politica industriale "moderna" e per servizi di qualità, allora è necessario essere coerenti e indirizzare su queste vie le risorse necessarie.

E' il caso emblematico del diritto alla formazione o forse sarebbe meglio dire all'apprendimento. Oggi è diventato un luogo comune ripetere frasi sull'importanza e la centralità della formazione, dei saperi, nella società della conoscenza. Poi poco importa se non c'è alcuna coerenza tra le affermazioni e la pratica. Serve invece più rigore a tutti i livelli. Se è vero come è vero che oggi la più profonda frattura sociale è fra chi è padrone di un sapere e chi ne è escluso, è evidente che diventa per noi una priorità assoluta non solo riparare immediatamente ai guasti prodotti dalla controriforma Moratti, quanto piuttosto progettare un percorso credibile e concreto che ci permetta di realizzare gli obiettivi fissati dall'Unione Europea nel vertice di Lisbona del 2000 e nei successivi appuntamenti.

Per fare dell'Europa l'economia e la società "basata sulla conoscenza, più competitiva e dinamica del mondo" serve una politica determinata e risorse adeguate. Non si può subordinare il perseguimento di questi obiettivi strategici con gli introiti derivanti da una ulteriore eventuale vendita di immobili pubblici come ha fatto il Governo in occasione dell'ultima legge finanziaria. Se ci si crede veramente devono diventare l'obiettivo strategico per la ripresa della competitività di un Paese come l'Italia e ad essi si devono destinare ingenti risorse derivanti da una vera ed equa politica fiscale, frutto di quel patto che la CGIL propone al Paese, ma serve anche - a mio parere - con una tassa di scopo.

Non è più possibile andare avanti in questo modo e anche i recenti risultati dell'indagine "Education at a glance" relativa ai paesi sviluppati (OCSE) ci dice quale sia il ritardo dell'Italia.

Sui saperi e sul sistema integrato della formazione (istruzione, università, formazione professionale, formazione permanente) non si può quindi scherzare e ha fatto molto bene la CGIL ad indicarlo come un pilastro della sua strategia.

Infine la libertà, parola usurpata e distorta in una accezione che assomiglia sempre più all'arbitrio. Troppo a lungo si è interpretata, e si continua ad interpretare la libertà come assenza di vincoli. E' una accezione passiva. La libertà alla quale noi pensiamo è la libertà attiva, la libertà che svolge per un verso un ruolo "costitutivo" per rendere possibile lo sviluppo e ne costituisce il vero metro di misura, come ci ricorda Amartya Sen e per un altro verso ha un ruolo "strumentale", ossia rende possibile lo sviluppo che si realizza solo grazie alla libertà, a determinate libertà.

La libertà consente di offrire a molte più persone, tendenzialmente all'umanità intera, un numero maggiore di chances di vita, ma perché ciò sia possibile è necessario capire che è necessario attivarsi, fare qualche cosa.

Una buona definizione di libertà attiva ce la offre Dahrendorf quando scrive che "libertà attiva non significa naturalmente attività fine a se stessa. Il fine più alto è l'estensione delle chances di vita dei vincenti a tutti gli altri. La libertà non deve diventare un privilegio, il che significa che un principio della politica della libertà è quella di estendere a più persone, teoricamente a tutti gli uomini, i diritti e le offerte di cui già oggi godiamo noi stessi". (Dahrendorf, Libertà attiva, op. cit.).

Su questi orizzonti credo dovremo lavorare per il prossimo futuro e penso sarebbe utile programmare delle modalità per sviluppare un approfondito lavoro culturale che sappia alimentare la nostra capacità di tradurre poi in comportamenti concreti e in azioni contrattuali e negoziali i risultati del lavoro di ricerca. Non è schivabile la fatica dello studio e del confronto con le migliori elaborazioni che esistono a livello internazionale. Sottovalutare l'esigenza di un forte recupero anche sul piano dell'elaborazione teorica e del lavoro culturale potrebbe essere pagato a caro prezzo.

Tutto ciò infine è possibile se si riapre il percorso unitario non nel senso della unità competitiva o dell'unità d'azione, ma nel senso della contaminazione delle idee e dei progetti, della volontà di interloquire rispettando e considerando gli argomenti altrui da sottoporre, assieme ai propri, al vaglio della pratica, disponibili a modificare le proprie certezze.

Se si coltivano e si incentivano politiche identitarie l'unità si allontana o resta solo formale, di facciata, al massimo contingente e noi sappiamo bene che senza unità non si va da nessuna parte.

Continuo a pensare che abbiamo molte più cose che ci uniscono rispetto a quelle che ci dividono, che pure sono cose serie da non sottovalutare. Dobbiamo riscoprire il gusto della ricerca comune e della contaminazione per evitare di costruire tra noi steccati tutti difensivi a presidio di certezze più o meno fondate.

E' necessario riscoprire sul serio il valore fondante dell'unità sindacale, condizione vitale per affermare i diritti dei lavoratori. Negare ciò e tornare a forme di settarismo e di estremismo verbale, dall'una e dall'altra parte, è un modo per non assumersi le proprie responsabilità e costruirsi degli alibi per nascondere e giustificare le sconfitte subite sul campo.

L'orizzonte dell'unità rimane per noi decisivo e senza alternative credibili, nonostante oggi possa sembrare velleitario affermarlo.

 

3 - IL SINDACATO E LA GRANDE TRASFORMAZIONE
Prendo a prestito il bel titolo che abbiamo scelto per la nostra Conferenza di Progetto, promossa e realizzata a livello regionale. Questa parte posso affrontarla con più disinvoltura rinviando ai materiali della Conferenza approvati il 13 settembre del 2005 dal Comitato Direttivo regionale della CGIL e alle due sessioni del nostro Comitato Direttivo della CGIL di Verona del 14 marzo e del 27 maggio 2005. Altro rinvio è a quanto pubblicato da "Economia e società regionale" n.91, già citato in apertura di relazione, relativamente al rischio di declino del sindacato.

Il percorso della CGIL Veneto è iniziato ufficialmente con il Comitato Direttivo del 16 giugno 2004 e si è concluso con quello del 13 settembre 2005. Si è articolato in seminari e riunioni del gruppo dirigente sostanzialmente attorno a tre temi:

  1. la negoziazione territoriale per promuovere la qualità dello sviluppo e il welfare locale;
  2. la contrattazione (integrativa). Riunificare il lavoro nei diritti collettivi e individuali;
  3. tutela individuale e sistema dei servizi.

Nella seconda fase ci siamo interrogati su quali ricadute organizzative erano possibili senza modifiche statutarie. Ci hanno aiutato studiosi e ricercatori e in particolare, con attenzione e competenza, Mimmo Carrieri autore dell'utile volume "Il sindacato in bilico. Ricette contro il declino" (Donzelli, 2003).

 

Abbiamo deciso fosse un gesto di grande responsabilità affrontare la questione sindacale sotto il profilo dei contenuti e dei modelli organizzativi per capire quale sindacato fosse più in grado di svolgere un ruolo da protagonista nella grande trasformazione.

Non è qui possibile, nello spazio di una relazione, dare conto di tutto il lavoro svolto. In ogni caso i materiali citati sono tutti disponibili e in cartellina avete il testo del documento conclusivo e delle schede ad esso allegate che rappresentano il primo concreto risultato di un percorso in sostanza finalizzato a rimettere al centro dell'azione del sindacato la persona, le sue condizioni di lavoro e di vita, la sua sicurezza e la sua salute, le sue libertà e la sua volontà di realizzazione nel lavoro e nella vita sociale e privata.

Da questo punto di vista abbiamo fatto passi in avanti significativi sul piano culturale, ritenendo fondamentale integrare le tre funzioni fondamentali del sindacato (la contrattazione, la tutela e la promozione individuale, la rappresentanza degli interessi) in un quadro di pari dignità che ci ha permesso di dare ruolo e rilievo al lavoro rispettivamente delle categorie, delle cosiddette strutture di servizio, della confederazione.

Abbiamo ragionato di contenuti e definito progetti dai quali sarà necessario domani ripartire. Abbiamo elaborato una proposta di lavoro comune tra confederazione e sindacato pensionati che non solo è stata largamente apprezzata come terreno di lavoro, ma ha aperto la strada ad un diverso modo di vedere la stessa presenza del sindacato sul territorio, tema sul quale marchiamo un certo significativo ritardo e per realizzare il quale è decisiva la collaborazione con lo SPI.

Insomma un lavoro importante, certo non concluso e ancora destinato ad essere approfondito e, soprattutto, sperimentato per arrivare alle necessarie concretizzazioni. Una cosa però è certa. Il lavoro fatto per la Conferenza di Progetto, assieme all'elaborazione congressuale e alla sua necessaria implementazione costituisce, unitamente ai tanti materiali prodotti assieme a CISL e UIL in Veneto, un quadro di riferimento, a nostro giudizio imprescindibile, per il gruppo dirigente veneto del futuro.

Al tempo stesso, ricollegandosi alle se pur timide aperture della Tesi n.10, si propone come un contributo alla riflessione dell'intera organizzazione nella speranza che, superata la fase dell'emergenza politica, sia possibile dedicarsi con maggiore attenzione ai problemi di strategia e di organizzazione del sindacato del futuro. Che i problemi non possano essere rinviati ulteriormente ce lo dicono molti fattori. Ma tanto per restare su un dato concreto basta e avanza la lettura di quanto ha scritto un giovane ricercatore veronese, Andrea Vaona, pubblicato come Paper Ires n.56 nel dicembre del 2005. Il saggio si intitola "L'evoluzione recente dei tassi di sindacalizzazione in Italia e in Veneto".

Chi avesse dei dubbi circa l'urgenza di mettersi a lavorare attorno a questi temi legga questo breve saggio e si renderà conto di quanto seri siano i problemi da affrontare per l'insieme del sindacato e con qualche sottolineatura in più per noi CGIL, almeno a livello Veneto, con una CISL che cresce più di noi in particolare tra i pensionati, allargando il divario esistente da 17.000 a 30.000 circa a suo favore nell'arco temporale 1993-2004, anche se registra un calo degli attivi più consistente del nostro nello stesso arco di tempo: CGIL -8.000 circa, CISL -24.000 circa, compensati dalla crescita dei pensionati.

Ma ciò che più conta è il calo del tasso di sindacalizzazione degli attivi che cala per tutte tre le sigle e, ovviamente, in totale dal 35,4% del 1993 al 28,1% del 2004. Non è nulla di drammatico rispetto alla crisi della politica e dei partiti, ma ciò non deve affatto tranquillizzarci. E' del tutto evidente che la grande trasformazione, la precarizzazione del lavoro e la progressiva individualizzazione dei percorsi complicano la vita del sindacato che se non sa interpretare al meglio la novità è costretto a fare i conti con i rischi concreti di declino della sua consistenza organizzativa, della sua capacità contrattuale, del suo ruolo politico.

Non è scritto nel destino però che ciò debba necessariamente succedere, come purtroppo è già successo in altri paesi sviluppati; ci sono anche casi di successo che vanno studiati e, se e per quanto possibile, adattati alla nostra realtà. Ciò che è certo è che è sciocco ignorare il problema per tutte le cose dette nella prima parte di questa relazione e contenute nei materiali della Conferenza di Progetto.

Lo ripeto ancora una volta e su questo punto non mi dilungo oltre, i materiali elaborati costituiscono una intelligente agenda di lavoro che rappresenta uno dei prodotti migliori del nostro sindacato a livello regionale almeno negli ultimi anni.

Due sole sottolineature credo siano necessarie e le riferisco alla scheda relativa al riconoscimento e alla promozione delle differenze di genere (scheda n.4) e alle politiche dell'im-migrazione (scheda n.7) senza sottovalutare tutte le altre; in totale le schede sono 10.

Invito i delegati e le delegate a fare un piccolo sforzo e a leggere questi materiali. Troverete affermazioni e proposte di grande interesse ed attualità che sfidano la nostra organizzazione su terreni del futuro. Del resto la crescita della presenza e del ruolo delle donne e degli immigrati sul mercato del lavoro sono, senza dubbio alcuno, le principali novità che si sono manifestate negli ultimi anni.

E' molto importante una ripresa del protagonismo diretto delle donne che è partito dalla difesa della Legge 194 e ritengo si potrà e dovrà estendere anche ad altre tematiche.

Altrettanto importante la crescente consapevolezza di costruire una vera politica di accoglienza e di integrazione per gli immigrati. Il Veneto è ormai secondo solo alla Lombardia come numero di presenze. La notizia, non nuova per noi, è a pagina 6 del nuovo "Giornale dell'Italia multietnica" dal titolo "Metropoli" uscito come supplemento settimanale de "La Repubblica" domenica 15 gennaio 2006, interamente pensato e dedicato agli stranieri che vivono in Italia. E', come dice Ezio Mauro direttore de "La Repubblica" nell'editoriale "un atto di fiducia nel dialogo, nella convivenza civile e nell'arricchimento delle reciproche esperienze, nella possibilità di una crescita comune, in un'Italia che sarà naturalmente diversa da quella che abbiamo conosciuto fin qui" Come dargli torto?

E' certo che siamo di fronte ad un cambiamento culturale senza precedenti al quale ci stiamo attrezzando, superando qualche ritardo. Ma ancora, come abbiamo visto a proposito dei delegati al Congresso, c'è molto da fare.

Come segretario uscente e come gruppo dirigente nel suo complesso ci siamo molto impegnati su questo terreno e proponiamo che l'agenda di lavoro costituita dai materiali approvati il 13 settembre 2005 costituisca un banco di prova importante per il futuro gruppo dirigente.

 

4 - UN OBIETTIVO COMUNE: IL FUTURO DI VERONA
Per la CGIL di Verona l'interesse per la qualità dello sviluppo, dell'occupazione, della vita sociale di Verona e del suo territorio è una costante che ha caratterizzato l'azione dei gruppi dirigenti da sempre. Tutti i miei predecessori in questo prestigioso incarico si sono impegnati per far sì che la CGIL di Verona, oltre ai problemi contrattuali, fosse attenta anche ai temi generali dello sviluppo territoriale e in questa direzione si è costantemente cercata e realizzata una proposta unitaria con CISL e UIL.

E' quindi "normale" per noi ospitare all'interno del Congresso una tavola rotonda con autorevolissimi esponenti delle istituzioni come il Presidente della CCIAA di Verona, Fabio Bortolazzi, il Presidente della Provincia di Verona. Elio Mosele, Il Sindaco di Verona Paolo Zanotto e con importanti rappresentanti di associazioni imprenditoriali come Alberto Aldegheri, Presidente dell'Associazione Piccole e Medie Imprese di Verona e Gianluca Rana, Presidente dell'Associazione degli Industriali di Verona. Assieme al sottoscritto e con il coordinamento del direttore di Telearena, Mario Puliero, i gentili ospiti che ringraziamo per la disponibilità, si cimenteranno sul tema "Un obiettivo comune: il futuro di Verona". E' un po' una provocazione se volete. Chi è infatti disponibile a dichiararsi contrario a questo obiettivo? E' un po' come la centralità della formazione; tutti dicono di esserne convinti, ma non si fanno passi in avanti. E allora? Forse è quindi opportuno non limitarsi ai buoni propositi e alle lodevoli intenzioni, ma affrontare il problema alla radice.

Poiché è escluso che ci sia una specie di maledizione che impedisce ai vari gruppi dirigenti dei partiti, delle forze economiche e sociali, e ai responsabili istituzionali di trovare un terreno comune di lavoro con precise priorità sulle quali sviluppare un'azione coordinata che consenta di arrivare ad obiettivi strategici è evidente che altre devono essere le cause di questa ricorrente difficoltà che nella nostra realtà sembra essere particolarmente acuta.

Di questo vorrei che discutessimo nel Congresso e nella Tavola Rotonda. Sul merito abbiamo più volte indicato con pregevolissimi documenti le priorità da affrontare, ma niente si è mosso. Allora bisogna chiedersi perché. Se vado indietro nel tempo al 1° marzo 2000 al Protocollo d'Intesa e al documento programmatico che abbiamo sottoscritto unitariamente CGIL CISL UIL e ben otto associazioni imprenditoriali mi rendo conto che l'attenzione degli interlocutori è stata maggiore per la seconda parte, "il sistema degli obiettivi", rispetto alla prima, "le ragioni per fare coalizione per competere".

E questa è una prima possibile spiegazione. C'è l'idea diffusa nelle élites locali che se le cose sono sempre andate bene nel passato, non c'è ragione che debbano andare diversamente in futuro. C'è quindi un deficit di analisi condivisa e consolidata su quanto è cambiato nell'economia e nella società anche in Veneto e a Verona sotto la spinta della globalizzazione e delle nuove tecnologie.

Così come, a mio parere, si sottovaluta la portata del significato che potrà avere per Verona e il Veneto, l'Unione Europea a 25 anche con gli inevitabili contraccolpi in termini di competitività sui costi che potranno mettere in difficoltà il nostro sistema produttivo.

C'è poi una ragione più generale, non esclusiva ovviamente di Verona, che riguarda la tendenza della politica a guardare al domani mattina. Siccome tutto sembra giocarsi sull'immagine, sulle scelte del momento, sul gradimento del cittadino legato a volte a percezioni di superficie, la politica stessa è incentivata a non spostarsi su terreni più complessi e rischiosi che richiedono impegni di medio lungo periodo difficili da capitalizzare personalmente in una logica di elezione diretta del Sindaco e del Presidente della Provincia e con un limite di mandati.

Questa situazione generale si scontra con una difficoltà tutta veronese e si amplifica, rendendo molto difficile coltivare e sostenere progetti di ampio respiro come abbiamo visto in occasione della proposta di Piano Strategico lanciata dal Comune di Verona e da noi sostenuta con grande convinzione senza trovarne altrettanta nei nostri naturali interlocutori e nemmeno nelle altre istituzioni.

Incide poi, ed è una causa ed un effetto al tempo stesso, lo scarso peso che ha la città, purtroppo da molto tempo, a livello di governo centrale e non è che si vada molto meglio a livello regionale. C'è inoltre una crisi del sistema della rappresentanza politica che in certa misura si estende anche alle organizzazioni di rappresentanza economica e sociale che non facilita certo la selezione di una nuova leadership che sia espressione di un ricambio generazionale e culturale che tarda a manifestarsi. Tutti noi o quasi siamo, più o meno gli stessi da anni e in ruoli magari diversi finiamo per occupare da tempo la scena istituzionale e associativa con assai scarse novità. Donne e giovani, salvo eccezioni rare, faticano ad emergere. Magari avessimo le soluzioni per risolvere il problema ma è un dato di fatto che ogni volta che si tratta di mettersi assieme per un obiettivo comune Verona sembra fare una fatica enorme e sproporzionata.

C'è infine anche un tratto di diffidenza, unito ad una specie di chiusura egoistica che rende difficile condividere i risultati comuni raggiunti.

Verona è certamente una grande città, potenzialmente una città metropolitana, ma per diventarlo veramente deve perdere la paura di rischiare, di essere fuori dagli schemi, di uscire dai canoni considerati "normali". Ogni volta che succede qualche cosa di diverso la prima preoccupazione per molti non è interrogarsi ma cercare di tornare al più presto alla quotidianità spiegando a quanti ci guardano che non è successo niente di preoccupante.

A differenza di altre grandi città anche il sistema dell'informazione è stato per lunghissimo tempo monopolizzato da un solo grande quotidiano che ha fatto orientamento e opinione pubblica senza alcuna vera interlocuzione dialettica. Ogni volta che si sono affacciati possibili imprenditori "stranieri", per noi spesso vuol dire "non veronesi", sono stati guardati con sospetto e si sono creati sistemi di alleanze per non turbare la vita "normale".

Perfino rispetto ai grandi progetti infrastrutturali e urbanistici, là dove altre città anche di dimensioni simili alla nostra si sono rivolte a personalità di livello internazionale, la preoccupazione di alcuni è stata quella di privilegiare i professionisti veronesi che, per carità nessuno discute, ma in un mondo aperto e globale le idee e le esperienze devono circolare e misurarsi.

Non è un atto di accusa ad una città che amo, che è la mia città, è una forte preoccupazione quella che esprimo affinché quella che abbiamo definito una "potenziale metropoli dal volto umano" non venga derubricata al rango di "metropoli provinciale" con la connotazione negativa che viene attribuita all'aggettivo.

Le istituzioni e le forze politiche, economiche e sociali, le grandi istituzioni della finanza e della cultura devono assumere in prima persona il problema per evitare una situazione di difficoltà per una città che potrebbe invece avere una formidabile vocazione internazionale, di apertura economica e culturale, trainata da due grandi enti come sono la Fiera e la Fondazione Arena di Verona, assieme al mito di Giulietta e Romeo, emblemi di Verona nel mondo.

Ma c'è a mio parere un accontentarsi, uno sguardo di breve periodo appagato da livelli di reddito e di vita mediamente sopra la media italiana e non di poco. Ma non solo questi margini, come ben sappiamo, si vanno esaurendo, ma la velocità con cui ciò avviene è in rapida crescita. Il tempo stringe ed è per questo che non ci stanchiamo di riproporre l'idea che serva una scelta matura di fare un salto di qualità, di rottura di certi schemi consolidati, di collaborazione su progetti precisi che superino gli interessi particolari, di mobilitazione anche di consistenti capitali privati per grandi progetti che possono segnare il futuro della città.

Questa è la ragione che ci ha spinto ad aderire con grande entusiasmo alla proposta di Piano Strategico per la città e a sostenere le ragioni della democrazia deliberativa come forma di protagonismo diretto dei cittadini e delle loro associazioni. Ma non si può dire che il nostro entusiasmo sia stato contraccambiato e alimentato da fatti concreti significativi.

Abbiamo provato in tutte le sedi ad aprire tavoli di confronto su basi precise, ma con risultati assai modesti. Lo scontro tra maggioranza e minoranza, a volte al calor bianco in Consiglio Comunale, spiega solo in parte le difficoltà ad operare grandi scelte su temi che si trascinano da anni.

Abbiamo sostenuto con una lettera aperta alle istituzioni e alle forze politiche veronesi l'esigenza che alcune grandi scelte andassero comunque fatte nell'interesse della città senza ergerci a giudici di nessuno, ma anzi dichiarando la nostra disponibilità a collaborare per ottenere risultati concreti.

Era il 25 maggio dello scorso anno e la lettera era sottoscritta dai presidenti di otto associazioni imprenditoriali e dai tre segretari generali di CGIL CISL UIL di Verona.

I temi indicati a titolo di esempio, sono quelli di sempre. Li ricordo:

1. Approvazione del PAT consentendo così di chiarire quale tipo di sviluppo urbanistico pensiamo per la città di Verona, con una particolare attenzione a tutta l'area di Verona sud.

2. Definizione del Polo Finanziario, assicurando così a Verona la possibilità di giocare un ruolo di primo piano nel sistema creditizio e finanziario nazionale.

3. Sviluppo della Fiera, assicurando i necessari strumenti di viabilità e di parcheggio che ne possano garantire un futuro di qualità.

4. Rilancio della Fondazione Arena di Verona, immagine della città nel mondo e veicolo economico e culturale di primo piano.

5. Razionale ridisegno del sistema della mobilità pubblica attraverso una integrazione organica delle aziende di trasporto pubblico locale e la realizzazione di un efficace piano dei parcheggi.

6. Intervento sulle aziende di pubblica utilità (AGSM e AMIA in primo luogo) per garantire ad esse un futuro credibile tale da consentire un efficace servizio ai cittadini in un quadro di stabilità e di consolidamento del grande patrimonio che rappresentano per Verona.

Da allora alcune cose si sono avviate a soluzione, in particolare sul Polo Finanziario e sulle grandi istituzioni culturali, ma su altri temi si fa ancora fatica a stringere. La collaborazione tra le istituzioni ha fatto timidi passi in avanti sul tema del trasporto locale e fa fatica a concretizzarsi anche sul tema della Fondazione Arena, realtà sulla quale, lodevolmente, la Provincia ha dichiarato la disponibilità a collaborare. Su altri temi, come le grandi infrastrutture, la logistica, le scelte urbanistiche la collaborazione istituzionale stenta a concretizzarsi e tenuto conto della crescente velocità con la quale si muovono gli altri, ciò rischia di crearci grosse difficoltà.

Il sindacato veronese unitariamente si è speso in ogni occasione per tentare di contribuire, nei limiti delle sue possibilità e capacità, allo sviluppo della città senza chiusure particolaristiche e tanto meno corporative. Quando è stato chiamato a discutere ha sempre cercato di avanzare proposte di merito, concrete e realizzabili, senza alcun pregiudizio aprioristico nei confronti degli interlocutori e delle maggioranze che hanno guidato le istituzioni veronesi.

Oggi confermiamo questa disponibilità ma chiediamo con forza alle istituzioni, alle forze politiche, economiche e sociali un salto di qualità in termini di progettualità e di concretezza. Serve anche a noi. La qualità dell'interlocutore e delle sue proposte ci obbliga a misurarci e a crescere e a fare sempre meglio l'interesse delle persone che rappresentiamo senza dimenticare mai l'interesse generale.

In ogni caso ribadiamo che è nostra intenzione offrire analisi e proposte e disponibilità al confronto di merito e non lanciarci in generiche proposte di incontro senza contenuti o peggio ancora formulare giudizi sommari sull'operato altrui. Siamo noi stessi parte di questa difficoltà e ce ne rendiamo conto. Forse sarebbe il caso però di farlo assieme e cercare di uscirne capitalizzando e condividendo di volta in volta le buone idee e i risultati che singoli soggetti possono mettere positivamente in campo.

Per quanto ci riguarda più direttamente abbiamo riproposto un tavolo di confronto tra CGIL CISL UIL e le associazioni imprenditoriali per affrontare i temi del rilancio della competitività a Verona. Si sono tenuti alcuni incontri non senza qualche difficoltà. Tutti concordiamo di tenere un profilo molto concreto per evitare riunioni inutili, ma è evidente che serve una forte determinazione e motivazione da parte di tutti per arrivare a risultati concreti. Ad oggi abbiamo affrontato i temi dell'osservatorio della contrattazione, della formazione e dell'orientamento, del mercato del lavoro, dei distretti e delle intese programmatiche d'area. E' ancora però troppo presto per esprimere una valutazione. Sarà compito del nuovo gruppo dirigente proseguire su questa strada.

 

5 - LA CGIL DI VERONA E LA CGIL DEL VENETO
Prima di concludere la relazione è d'obbligo affrontare ancora qualche altra questione. La prima, doverosa, è tentare di dare conto del lavoro svolto in questi anni.

Partiamo da un dato obiettivo e cioè il tesseramento. Se prendiamo a riferimento il periodo 1996-2004 possiamo avere una precisa cognizione di come è cambiata la nostra CGIL. Nel 1996 avevamo 25.952 attivi, nel 2004 erano 28.832 con una crescita dell'11,09%. I pensionati nel 1996 erano 27.500 e nel 2004 sono diventati 29.250 (+ 6,36%), i disoccupati da zero nel 1996 a 150 nel 2004. Complessivamente passiamo dai 53.452 iscritti del 1996 ai 58.232 del 2004 con una crescita di + 4.780 iscritti pari ad una percentuale di + 8,94%. Un buon risultato specie se consideriamo che di quei 4.780 il 60,25% sono lavoratori attivi, il 36,61% pensionati e il 3,14% disoccupati.

La scansione intermedia ci permetterebbe di vedere che quasi tutta la crescita di iscritti avviene nel secondo quadriennio 2000-2004: 4.105 iscritti vengono realizzati in questi quattro anni (85,88%) e solo 675 (14,12% del totale) nel periodo 1996-2000. Una cosa particolare da sottolineare è il fatto che una parte consistente degli attivi realizzati tra il 2000 e il 2004, ben 1.640 su 2.205 (74,38%) vengono realizzati da Filcams e Sns che crescono di oltre il 40% nel quadriennio, a dimostrazione, senza nulla togliere al lavoro di tutte le altre categorie, di come stia cambiando il mercato del lavoro anche a Verona.

 

Il 2005 si chiude con un segno negativo dovuto ad un calo degli attivi di 191 unità, da 28.832 a 28.641 di fine 2005; inalterato il numero dei pensionati (29.250) e in leggera crescita il numero dei disoccupati che passano da 150 a 160. Alla fine si registra un calo di 181 unità pari allo 0,31% in meno, da 58.232 a 58.051 iscritti.

Certo non fa piacere, né ci consola il fatto che il dato si inserisca in un risultato, se pur ancora non ufficiale, del Veneto che registra un calo di 1.932 iscritti rispetto al 2004. In ogni caso abbiamo sempre dato massima trasparenza ai nostri dati, certi della serietà del lavoro svolto dalle categorie. Il dato, se pur lievemente negativo, sarà di stimolo al nuovo gruppo dirigente per recuperare già a partire dal 2006.

Questi i risultati del tesseramento che certo vanno interpretati anche con riferimento all'andamento delle singole categorie, al gettito medio della delega, al numero complessivo di nuovi iscritti realizzati nel corso dell'arco di tempo considerato, indice di una grande mobilità degli iscritti al sindacato e, al tempo stesso, della capacità di avvicinare nuove persone.

Quello che è certo è il fatto che la pur apprezzabile crescita di 4.780 iscritti in otto anni non ha modificato il trend sul tasso di sindacalizzazione rimasto stabile, se non in leggera flessione a causa dell'aumento del denominatore della frazione e cioè del numero delle forze di lavoro dipendenti disponibili.

Sul piano dell'attività politico-sindacale non credo sia necessario dilungarsi ulteriormente visto che ogni anno abbiamo diligentemente rendicontato sul lavoro svolto e indicato le linee da seguire per l'anno successivo. Possiamo dire che per quanto riguarda la prospettiva valgono le cose dette in precedenza riferite ai temi generali, alla Conferenza di Progetto, alla realtà territoriale.

Sul piano del bilancio positivo mettiamo le nuove sedi acquistate a San Bonifacio e a Villafranca con la collaborazione dell'INCA Nazionale per San Bonifacio e dello SPI per Villafranca. A queste si aggiungono tutte le altre nuove sedi realizzate nel corso del quadriennio. Consideriamo positivo l'andamento dei nostri conti economici che sono in ordine e altrettanto positivo il lavoro svolto complessivamente dalle nostre strutture di servizio.

Un cenno importante merita la nascita dell'Istituto Veronese di Ricerche Economiche e Sociali (IVRES) che ha quasi completato la messa in ordine del patrimonio bibliotecario e prossimamente si dedicherà alla realizzazione dell'archivio storico.

Tante altre cose sono state fatte su materie più propriamente sindacali legate alla contrattazione, ad opera delle categorie in particolare, con risultati soddisfacenti. Abbiamo cercato di potenziare il lavoro nelle zone con la nomina dei coordinatori di zona ma è indubbio che su questo terreno il ritardo è ancora notevole e soprattutto nella zona di Legnago dovremo prestare particolare attenzione per non disperdere un patrimonio di esperienze e di consensi accumulati grazie al lavoro realizzato negli anni passati.

In ogni caso il giudizio sull'attività svolta è stato dato a conclusione di ogni anno. Oggi lo proponiamo al Congresso nel suo insieme con la consapevolezza di aver fatto ogni sforzo per migliorare la capacità contrattuale e di rappresentanza e il prestigio della nostra organizzazione.

L'altro impegno che abbiamo mantenuto è la regolare convocazione degli organismi dirigenti che sono stati coinvolti in tutti i principali passaggi della vita dell'organizzazione sulla base di proposte esplicite, discusse e deliberate nelle sedi ufficiali. Uno sforzo di collegialità, di trasparenza e di correttezza istituzionale ed organizzativa che siamo convinti continuerà a dare i suoi frutti nel tempo.

La cosa che ci ha impegnato lungamente in questo quadriennio, specie nell'ultima parte è stato il processo di rinnovamento del gruppo dirigente per scadenza dei mandati, fino ad arrivare oggi, come ampiamente previsto e concordato, al cambio del Segretario generale.

Prima di affrontare questo ultimo argomento permettetemi di svolgere alcune riflessioni sulla situazione della CGIL del Veneto. Ancora una volta in occasione del Congresso ci troviamo a dover individuare una figura di Segretario generale che sostituisca Diego Gallo che ha scelto di non ricandidarsi per un nuovo mandato. Siamo ancora una volta in una situazione difficile da risolvere e nonostante gli incontri, le riunioni, il confronto con la segreteria nazionale, non c'è ad oggi una soluzione interna condivisa che possa dare continuità al positivo lavoro svolto, in particolare negli ultimi due anni.

Personalmente continuo a pensare che per trovare soluzioni valide ed efficaci sia necessario partire dal merito senza nascondere le diverse articolazioni politico-culturali che esistono. Il documento che avevamo approvato nel lontano 1 marzo del 2000 a livello regionale mantiene, per molti aspetti intatta la sua validità. Il problema è capire perché non siamo riusciti a praticare i propositi organizzativi e di profilo del gruppo dirigente contenuti in quel lontano documento.

Rimaniamo convinti che sia necessario affrontare i problemi con serietà senza camuffamenti delle posizioni per non doverci ritrovare nel tempo di fronte alle stesse difficoltà. Abbiamo avanzato nella discussione regionale proposte di merito e di metodo e il gruppo dirigente di Verona non ha mai fatto mancare il suo apporto solidale alla discussione e alla realizzazione dei progetti. Così intende continuare a fare nella convinzione che per cambiare il Veneto serve un lavoro coordinato e coeso di tutte le realtà territoriali in forte sintonia con la struttura regionale.

Le prossime settimane risulteranno decisive per la definizione del nuovo gruppo dirigente della CGIL del Veneto al quale fin d'ora, quale che sia la soluzione che verrà definita, assicuriamo la leale collaborazione della CGIL di Verona.

Infine la questione del nostro nuovo gruppo dirigente a partire dall'elezione del nuovo segretario generale . E' una questione che abbiamo posto con largo anticipo. Già nella primavera-estate del 2003 abbiamo chiarito che la conclusione del processo di riorganizzazione-rinnovamento del gruppo dirigente si sarebbe conclusa con l'elezione di un nuovo/a Segretario/a generale.

Quando, il 25 giugno 2004, abbiamo rinnovato la Segreteria confederale con l'elezione di tre nuovi componenti in sostituzione dei due passati ad altro incarico, abbiamo ribadito che il passaggio successivo sarebbe stato l'elezione di un nuovo/a Segretario/a generale ed abbiamo condiviso tempo e modi per arrivarci.

Questa Segreteria è in carica da poco meno di 19 mesi ed ha fatto un grosso lavoro, considerato che, tolte le ferie e le festività, il tempo di lavoro comune effettivo è stato molto poco.

Nonostante ciò devo dire con sincerità che ho molto apprezzato l'impegno di tutti i componenti della Segreteria uscente. Si è lavorato in un bel clima, solidale e trasparente, mettendo sul tavolo con lealtà e chiarezza i problemi e impegnandoci tutti per risolverli.

Abbiamo condiviso tutti i passaggi e li abbiamo ribaditi in ogni occasione. Tanto per restare alle sedi ufficiali ricordo i deliberati dei Comitati Direttivi del 14 marzo, del 27 maggio, del 19 settembre 2005. Abbiamo agito con serietà e trasparenza. Cosa avevamo stabilito?

In sintesi.

Come primo punto è stato chiaro fin dall'inizio che non ci sarebbe stata alcuna possibilità di conferma del sottoscritto fino alla scadenza del mandato e cioè il 25 marzo 2006. E' un problema di serietà e di rispetto nei confronti della CGIL. Ho inteso fin dall'inizio separare gli interessi dell'organizzazione dai miei destini personali, né ho permesso che la discussione sugli assetti del gruppo dirigente regionale, pur molto importante, finisse per condizionare negativamente il rinnovamento del gruppo dirigente di Verona.

Abbiamo inoltre ribadito che non ci poteva essere vuoto di potere. Una grande organizzazione come la CGIL non può aspettare ad eleggere il nuovo Segretario e, dati i tempi, si trattava di entrare in Congresso con una proposta del Centro Regolatore, condivisa il più ampiamente possibile, per arrivare, nel pieno rispetto delle procedure statutarie e regolamentari, ad eleggere in Congresso il nuovo Segretario e, se possibile, lo abbiamo chiarito in più occasioni, la nuova Segreteria. Abbiamo poi sostenuto che c'erano a Verona, all'interno del gruppo dirigente, le risorse per dirigere la Camera del Lavoro, pur senza mai chiudere pregiudizialmente la porte ad altre proposte del Centro Regolatore, proposte che non sono state mai avanzate, visto che la CGIL regionale ha condiviso la nostra analisi e il nostro percorso. Abbiamo infine detto e ribadito che la nuova Segreteria avrebbe rigorosamente rispettato la clausola antidiscriminatoria prevista dallo Statuto ponendo fine ai continui rinvii di una norma che a Verona, se pur tra mille difficoltà abbiamo cercato di rispettare e lo dimostrano le quattro donne che guidano, come segretarie generali importanti categorie e il risultato della composizione della platea congressuale con un 44,16% di donne delegate. Tutte le categorie hanno fatto un grandissimo lavoro e va dato atto dell'impegno di tutti donne e uomini per raggiungere questo obiettivo.

Abbiamo anche detto che per arrivare ad applicare la norma antidiscriminatoria, avremmo fatto ricorso, se necessario, a periodi di scavalco per il tempo necessario a costruire la sostituzione nella categoria di provenienza.

Infine siamo stati molto chiari, e lo ribadisco con forza oggi, sul giudizio positivo sul lavoro svolto dai componenti della Segreteria attuale che, tolto ovviamente il sottoscritto, merita di essere confermata in blocco e senza eccezione alcuna. Ecco allora che se si intende, come intendiamo, rispettare la norma antidiscriminatoria non c'è altra possibilità che eleggere al mio posto un'altra donna oltre a Carla Pellegatta. A tutti i componenti della Segreteria uscente, a Carla, a Michele, a Paolo, a Luigi va il mio personale sentito ringraziamento.

Non spetta a me fare la proposta della nuova Segreteria né delineare il percorso; spetterà al nuovo/a Segretario/a generale di Verona. Posso solo dire che sarebbe molto utile e importante, a mio giudizio, rendere possibile, in un clima costruttivo e solidale, la realizzazione di questa operazione già in Congresso, mettendo immediatamente il nuovo gruppo dirigente in condizione piena di lavorare senza rinvii e perdite di tempo inutili ed anzi controproducenti.

Certo perché ciò si possa realizzare deve esserci il consenso del Congresso e, soprattutto, del Comitato Direttivo che verrà eletto. Prima ancora è necessario che ci sia la più ampia condivisione sulla proposta di nuovo/a Segretario/a generale della CGIL di Verona.

Sono particolarmente soddisfatto ed orgoglioso, se me lo permettete, dell'esito di tanto lungo e impegnativo lavoro.

Il Centro Regolatore, all'unanimità ci ha presentato una proposta che tutta la Segreteria uscente condivide e che ha il pieno consenso della Segreteria nazionale della CGIL.

Non era facile né scontato arrivare ad un risultato così importante. Abbiamo più volte detto che non c'erano candidature naturali e che andava radicalmente innovato il modello di direzione per dar vita ad un lavoro di squadra molto più accentuato che valorizzasse in modo responsabile e solidale tutte le potenzialità esistenti nella CGIL di Verona, non solo nella Segreteria Confederale, ma anche nelle categorie e nelle altre strutture.

Abbiamo lavorato con serietà e con il contributo di tutti, nel pieno rispetto dei diversi punti di vista e delle diverse opzioni, per arrivare ad una proposta che sarà presentata dal Centro Regolatore al Comitato dei Saggi perché consulti tutti i componenti del prossimo Comitato Direttivo prima di sottoporla al voto segreto come previsto dalle nostre regole procedurali.

Una grande organizzazione come la CGIL ha il dovere di discutere con serietà e a fondo ogni proposta, tanto più quando si tratta dal nuovo/a Segretario/a generale. Ma alla fine ha il dovere di decidere e di farlo democraticamente, con il voto segreto, senza drammi. La cosa importante è che ciascuno si senta e sia libero di esprimere il proprio pensiero, favorevole o contrario che sia, tenendo conto però di alcune cose importanti.

I lavoratori e le lavoratrici veronesi, i pensionati e le pensionate, i cittadini/e, la città intera guarda a questo Congresso con interesse e curiosità. Dobbiamo uscire con una soluzione chiara e meglio ancora se largamente condivisa. La proposta è avanzata all'unanimità dalle strutture ed è frutto di un lavoro serio e leale che ha molto rafforzato questo gruppo dirigente del quale, lo ripeto, ho grande considerazione.

Anche chi, legittimamente, non si sentirà di condividerla, e spero siano pochissimi o nessuno, sono certo che non avrà il minimo pregiudizio, non appena concluso il Congresso, a dare fino in fondo il suo leale e positivo contributo al nuovo/a Segretario/a e al nuovo gruppo dirigente nell'interesse delle persone che rappresentiamo e di tutta la CGIL.

Questo è quanto è successo a me nell'ormai lontano 25 marzo 1998. Ho saputo da subito che avrei potuto contare sulla leale collaborazione di tutti e mi sono sentito, e ho cercato di comportarmi di conseguenza, segretario di tutta l'organizzazione e non di una maggioranza.

In ogni caso qui siamo arrivati e spetta ora a noi agire e decidere con serietà e responsabilità. Io ho fatto quanto potevo. Vi prego di credere che ce l'ho messa tutta. La più grande soddisfazione che io oggi posso avere, a coronamento di un'esperienza politica e umana straordinaria, è chiudere bene il Congresso della CGIL di Verona e vedere uno sviluppo straordinario, nel futuro, della nostra organizzazione. Spero che ciò avvenga. Ritengo che sia possibile. Per molti versi dipende da noi.

Ho fiducia nel gruppo dirigente che lascio. Certo nessuno "è nato imparato" e credo che sarà necessario un grosso lavoro da parte dei singoli e del gruppo. Ma se c'è il clima giusto e se c'è la volontà di collaborare gli ostacoli si superano.

Essere segretario generale della CGIL è una grande responsabilità ma anche una grandissima soddisfazione. Credo difficile che altri incarichi politico-sindacali possano dare altrettanto. Sono riconoscente a voi tutti, alla CGIL, per avermi dato questa possibilità. Per usare una frase citata da molti, ma non per questo meno efficace, posso dire che mi sento rappresentato dallo stato d'animo espresso dall'iscrizione che Willy Brandt, grande riformatore socialdemocratico tedesco, ha voluto fosse scolpita sulla sua tomba: "Ho fatto il possibile".

Ecco, si chiude oggi la mia esperienza di direzione della CGIL di Verona e se mi permettete vorrei lasciarvi con un'ultima citazione che mi è sempre piaciuta molto ed oggi esprime bene il mio stato d'animo.

Leonard Cohen, poeta, scrittore, cantautore canadese in uno dei suoi primi album "Songs from a room" del 1969 scrive una bellissima canzone intitolata "Bird on a wire" (come un uccello sul filo) dalla quale traggo un verso che dice "Come un uccello sul filo / Come un ubriaco in un coro di mezzanotte / Ho cercato a modo mio di essere libero".

In questi tanti anni trascorsi in CGIL a Verona ho sempre cercato, come ho potuto, di essere onesto e sincero con me stesso, con voi, con le persone che rappresentiamo e che guardano a noi con fiducia, in una parola ho cercato e mi sono sentito libero, libero di sbagliare e di prendermi le mie responsabilità assumendone i relativi rischi e pagandone le conseguenze.

Di questa grande opportunità che mi avete dato, delle tantissime soddisfazioni di cui ho potuto gioire, così come delle amarezze che, talvolta, ho patito, vi sarò estremamente grato. Segnano quella che considero un'esperienza umana straordinaria.

Vi ringrazio con tutto il cuore e auguro alla CGIL di Verona, alla nostra CGIL e a tutto il sindacato, un grande avvenire.

Grazie ancora.

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